Welfare privato, l’azienda rilancia

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Previdenza complementare
Da una parte il nuovo sistema pensionistico, che lascerà un elevato livello di scopertura ai pensionati di domani. Dall’altro la corsa della spesa sanitaria, con la mano pubblica sempre meno capace di far fronte alle evenienze. Due fenomeni che stanno spingendo un numero crescente di aziende a sperimentare politiche di welfare privatistico, in cui il datore di lavoro integra le prestazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) secondo una strategia di fidelizzazione che punta a ridurre al minimo i costi del turn over.

A cambiare lo scenario previdenziale è stata la nuova normativa sui fondi pensione (dlgs n.252/2005) che ha inaugurato un sistema di contrattazione più flessibile rispetto al passato aprendo la strada all’utilizzo, da parte dei datori di lavoro, dei versamenti straordinari per previdenza complementare. Un sistema che gode di una fiscalità di favore rispetto ai classici bonus inseriti in busta paga.

Di questi temi si è discusso di recente nel seminario “Gli effetti del riassetto del welfare sulle politiche retributive dell’azienda” organizzato a Torino da Assoprevidenza (Associazione italiana per la previdenza complementare), al quale hanno preso parte diverse personalità del mondo imprenditoriale, politico, sindacale e accademico.

Le prestazioni sanitarie complementari. Uno dei principali settori di intervento delle aziende è l’assistenza sanitaria complementare. Infatti, nonostante gli ingenti stanziamenti del Ssn, la spesa privata in Italia copre il 23,4% del totale. Di questa, ben l’87% della quale è out of pocket, vale a dire direttamente a carico delle famiglie.

Così, un numero crescente di persone sottoscrive polizze di copertura contro i rischi di malattia. Secondo una ricerca del Censis, la sanità integrativa in Italia conta circa un milione di iscritti e 2,2 milioni di assistiti, considerando i nuclei familiari degli iscritti. Le famiglie si rivolgono alle strutture private soprattutto per le visite specialistiche e lo fanno soprattutto per aggirare le lunghe file d’attesa imposte dal Servizio sanitario nazionale. Nel campo odontoiatrico la sanità privata rappresenta il 26,9% del mercato, nell’ortopedia l’11,4% e in campo oculistico il 10,8%. Rispetto a inizio secolo, la crescita riguarda soprattutto le visite urologiche, quelle cardiologiche e geriatriche.

Un altro trend emergente è la crescita della sanità integrativa anche nell’assistenza a lungo temine: infatti la spesa pubblica copre ormai solo il 35% del totale, a fronte del 22% di spesa dei cittadini e il 43,3% costituito dall’assistenza fornita direttamente dai familiari.

Secondo le persone intervistate dal Censis, il ricorso a prestazioni e servizi sanitari a pagamento dipende da un mix di fattori: i più importanti lo stato dell’offerta pubblica definita da molti deficitaria, il basso livello dell’efficienza pubblica, infine la preferenza per alcune caratteristiche dell’offerta privata, come il maggior comfort e la richiesta di prestazioni personalizzate.

L’integrazione dell’intervento pubblico avviene lungo due filoni, la contrattazione collettiva e gli accordi aziendali. Sul primo versante si muove il nuovo Ccnl dei dirigenti: l’accordo stipulato il 13 febbraio scorso da Manageritalia e Confcommercio (si veda ItaliaOggi del 14 febbraio 2008) che rafforza le coperture di assistenza sanitaria integrativa garantite dal fondo “Mario Besusso”: l’accordo prevede che il 5,5% del contributo calcolato su una retribuzione convenzionale annua di euro 45.940 euro sia a carico dell’azienda e l’1,87% a carico del dirigente in servizio. Per i pensionati è previsto invece un contributo a totale carico dell’azienda e pari all’1,1% per ciascun dirigente alle dipendenze della stessa.

Una misura in linea con quanto stabilito in precedenza da altri contratti dirigenziali, come quello dei trasporti e delle strutture turistiche. Il mondo delle libere professioni si è mosso in proprio: Confprofessioni ha istituito Cadiprof, la cassa di assistenza sanitaria supplementare, e Previprof, il fondo pensione complementare.

In altri casi, soprattutto nei confronti dei quadri e degli impiegati di alto livello, la copertura assicurativa è stabilita nel contratto con il singolo dipendente: in questi casi, la copertura sanitaria è limitata ad alcune tipologie di prestazione e interamente a carico del datore di lavoro, che a sua volta si copre attraverso polizze aziendali.

Dalla banca ore ai servizi spesa, le altre strade del welfare aziendale. Le azioni di welfare privato non si limitano alle coperture sanitarie, ma abbracciano anche una serie di azioni positive per conciliare esigenze di vita e di lavoro dei dipendenti.

I servizi di baby-sitting, la banca ore per assolvere ai compiti familiari e i servizi di spesa stanno prendendo piede soprattutto tra le aziende medie e grandi, con l’obiettivo di migliorare il clima di lavoro tra le dipendenti. I costi non sono trascurabili, ma generalmente trovano ampia copertura tra sgravi fiscali e fidelizzazione dei dipendenti, una strategia che consente di limitare al minimo il turn over con perdita di professionalità e competenze.

In questa direzione si muovono anche le strategie di telelavoro, che in Italia ha fin qui trovato scarsa applicazione nonostante l’evoluzione tecnologica ormai a disposizione, tra pc portatili, collegamenti Internet ad alta velocità senza fili e strumenti per la videoconferenza. Peraltro, la Finanziaria 2008 ha eliminato i limiti al telelavoro (previsti dalla legge n.244/2007) nel settore della Pubblica Amministrazione, offrendo nuove opportunità anche per i dipendenti pubblici.

La pianificazione stuzzica gli over 45
Le preoccupazioni per la scopertura previdenziale dei prossimi decenni stanno spingendo i lavoratori italiani a interessarsi con maggiore intensità rispetto al passato dei temi previdenziali, anche se il divario rispetto agli altri paesi europei resta importante. Sono i risultati di una ricerca condotta nelle scorse settimane dalla società di gestione del risparmio Fidelity International.

La riforma del tfr ha fatto crescere la quota di lavoratori che stanno predisponendo piani previdenziali dal 34 al 43% nel corso dell’ultimo anno.

Si tratta per lo più di persone con un’età compresa tra i 45 e i 54 anni, mentre tra gli under 35 uno su tre dichiara di non aver ancora predisposto un proprio piano. Cresce anche la sfiducia sul futuro: il 73% degli intervistati si dice preoccupato riguardo alla questione previdenziale, contro il 68% del 2006, anche se questo dato potrebbe prestarsi a una lettura positiva, come presa di consapevolezza che la pensione sarà in parte commisurata alla propria capacità di costruire un piano personalizzato. Nonostante i progressi recenti, in ogni caso, gli italiani dimostrano di saperne meno dei lavoratori del Vecchio continente, soprattutto di quelli nord-europei.

La copertura informativa sul tema previdenziale non ha prodotto solo maggiore consapevolezza. L’altra faccia della medaglia è la sensazione di confusione dei lavoratori di fronte vasta gamma di prodotti offerti.

Interinali, soluzioni ad hoc
La previdenza integrativa potrebbe presto interessare anche i lavoratori interinali. Una platea compresa tra le 500 mila e le 700 mila unità, a seconda delle statistiche.

«Nell’ambito delle trattative sul rinnovo del contratto collettivo nazionale, si sta discutendo dell’introduzione di forme di previdenza integrativa», spiega Antonella Florio, direttore affari istituzionali di Randstad Italia.

«Un nuovo strumento per affrontare i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro». Il nuovo pilastro andrebbe ad aggiungersi al sistema di tutele oggi imperniato sugli enti bilaterali. «Ebiref per la formazione e l’integrazione al reddito dei lavoratori in somministrazione a tempo indeterminato, Ebitemp per le prestazioni a favore dei lavoratori a tempo determinato», aggiunge Florio.

Quest’ultimo, in particolare prevede la possibilità di accedere al fondo di garanzia per l’erogazione dei prestiti personali; a un sistema di rimborsi e sussidi per le spese straordinarie e a indennità aggiuntive in caso di infortuni.

Fondi pensione a rilento
Decollo della previdenza integrativa a rilento: secondo la Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione), a fine 2007 gli iscritti a forme complementari hanno toccato quota 4,67 milioni, con un aumento del 43% (1 milione e 400 mila unità) rispetto al 2006. Tuttavia il dato continua a rappresentare una minoranza rispetto ai 12 milioni di lavoratori interessati.

Probabilmente sulla scelta di lasciare il tfr in azienda ha inciso l’irreversibilità dell’opzione per i fondi pensione o l’andamento negativo dei mercati azionari, che ha fatto preferire il porto sicuro dei rendimenti indicizzati al costo della vita.

Ciò nonostante, l’offerta di fondi ha continuato a crescere: nel corso dell’ultimo anno sono stati lanciati 42 nuovi prodotti ad ambito definito (38 per i lavoratori dipendenti e quattro per i lavoratori autonomi e i professionisti), che si sono aggiunti agli 80 fondi aperti operativi e ai 455 fondi preesistenti, portando il totale dei fondi pensione a quota 577.

Fonte: Luigi Dell’Olio – www.italiaoggi.it

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