Valutazione e misurazione del rischio rumore: entrambi obblighi del datore di lavoro?

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Il datore di lavoro ha l’obbligo di eseguire la valutazione del rischio rumore durante il lavoro, mentre la misurazione (e l’adozione della misure finalizzate ad eliminare o ridurre il rischio) può anche non seguire la valutazione nel caso in cui il datore di lavoro giustifichi per iscritto che la natura e l’entità di tale rischio non ne rende necessaria una valutazione più dettagliata.

Pronunciandosi su una vicenda che vedeva imputato un datore di lavoro cui era stato addebitato di non avere, quale amministratore unico di una società esercente produzione di manufatti in legno, provveduto alla valutazione del rumore durante il lavoro, la Cassazione ha affermato che una cosa è la valutazione del rischio rumore, che va eseguita obbligatoriamente, altro è la misurazione (e l’adozione della misura finalizzate ad eliminare o ridurre il rischio) che può anche non seguire la valutazione ove ricorrano le condizioni previste dalla legge.

Il fatto
La vicenda processuale che ha fornito l’occasione alla Corte per occuparsi della questione trae origine dalla sentenza di condanna emessa nei confronti del titolare di una società, datore di lavoro, cui era stato contestato di non avere provveduto alla valutazione del rumore durante il lavoro.

Il ricorso
Contro la sentenza di condanna presentava ricorso per cassazione il titolare della ditta, in particolare sostenendo che il mancato superamento dei limiti di legge farebbe venir meno l’obbligo di effettuare la valutazione del rischio rumore e che, comunque, l’obbligo di effettuare nuove misurazioni del rumore sarebbe giustificato solo nel caso di mutamenti delle lavorazioni atti ad incidere in modo sostanziale sul rumore prodotto (circostanza da escludersi nel caso in esame, in quanto i macchinari aziendali erano rimasti immutati nel corso degli ultimi 16 anni, ed, in ogni caso, venivano impiegati per meno di un’ora nella giornata lavorativa, attesa la natura prevalentemente artigianale delle lavorazioni effettuate).

La decisione della Cassazione
La tesi della difesa è stata respinta dalla Cassazione che ha, però, annullato la sentenza in quanto nel frattempo il reato si era estinto per prescrizione.

Al fine di meglio comprendere l’approdo cui sono pervenuti i Supremi Giudici, è utile un, seppur sintetico, inquadramento giuridico della questione. Sul punto è opportuno ricordare, per quanto qui di interesse, che la legge (oggi, l’art.181 d. lgs. n.81/2008) obbliga il datore di lavoro a eseguire la valutazione del rischio rumore nell’ambiente di lavoro, cui questi non può pertanto sottrarsi.

A comprova di tale assunto, si noti, la normativa (comma 2, art.190, d. lgs. n.81/08) puntualizza che se, a seguito della valutazione, può fondatamente ritenersi che i valori inferiori di azione possono essere superati, il datore di lavoro misura i livelli di rumore cui i lavoratori sono esposti, i cui risultati sono riportati nel documento di valutazione, il DVR.

La legge cioè impone al datore di lavoro l’obbligo di eseguire comunque la valutazione del rischio rumore, salva la possibilità per lo stesso di giustificare una più dettagliata valutazione, il che, in altri termini, significa che una valutazione, sia pure generica di detto rischio, deve essere eseguita: in altri termini, secondo la Cassazione, una cosa è la valutazione del rischio rumore, che va eseguita obbligatoriamente, altro è la misurazione (e l’adozione delle misure finalizzate ad eliminare o ridurre il rischio) che può anche non seguire la valutazione ove ricorrano le condizioni di legge (ossia, quelle indicate nel citato art.190, comma 2, d. lgs. n.81/2008).

Nel caso esaminato dalla Cassazione, il datore di lavoro (nella cui azienda venivano svolte attività di lavorazione e produzione di manufatti in legno, con presenza di impianti e macchinari rumorosi, comportanti l’obbligo di valutare l’entità del rischio) non aveva mai eseguito la valutazione di detto rischio, donde non poteva esservi dubbio sull’esistenza del reato.

Le conseguenze sul piano pratico – operativo
Tornando al caso esaminato dalla Cassazione nella sentenza qui commentata, la Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha confermato la sentenza che aveva condannato il datore di lavoro che non aveva provveduto ad eseguire la valutazione del rischio, peraltro escludendo la buona fede di quest’ultimo in quanto imprenditore professionale.

In altri termini, quindi – ed è questo il messaggio che la Cassazione vuole trasmettere – da un lato, il datore di lavoro deve valutare il rischio rumore, mentre la misurazione (e l’adozione della misure finalizzate ad eliminare o ridurre il rischio) può anche non seguire la valutazione nel caso in cui il datore di lavoro “giustifichi” per iscritto che la natura e l’entità di tale rischio non ne rende necessaria una valutazione più dettagliata.

Dall’altro, poi, non è possibile per il datore di lavoro accampare la sua “buona fede” convinto di non aver violato la legge, ciò in quanto il suo convincimento soggettivo non deriva né dal comportamento positivo dell’Amministrazione che lo abbia indotto in errore né dall’interpretazione della legge operata dalla giurisprudenza, sicchè per gli Ermellini tale convincimento è irrilevante al fine di ritenere giustificato il suo comportamento.

Fonte: Ipsoa.it

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