Uso improprio della “tessera fedeltà” aziendale: quando il licenziamento è illegittimo

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L’utilizzo improprio per più volte della “tessera fedeltà” da parte del dipendente, lucrando così pochi euro, non legittima il licenziamento se passa troppo tempo dal primo uso. A fronte di una mancanza del lavoratore di modesto rilievo, la non immediatezza della intimazione del licenziamento può ragionevolmente indurre a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore.

Con una interessante decisione, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato che, ai fini della legittimità del licenziamento per giusta causa, l’immediatezza della comunicazione del licenziamento si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore; ne consegue che, a fronte di una mancanza del lavoratore di modesto rilievo, la non immediatezza della intimazione del licenziamento può ragionevolmente indurre a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore.

La Corte di Appello, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, dichiarava l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato dalla D. s.r.l. a T.C. e, per l’effetto, condannava la suddetta società a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro e a corrispondergli l’importo delle retribuzioni globali di fatto dalla data del licenziamento fino all’effettiva reintegra, oltre agli accessori di legge e alla regolarizzazione contributiva.

La Corte d’appello, per quel che qui interessa, precisava che:

a) i fatti contestati sono pacifici, in quanto il lavoratore non negava di aver utilizzato in modo improprio la tessera SpesAmica nelle circostanze di tempo e di luogo indicate dalla società;
b) peraltro, era senz’altro tardiva la contestazione effettuata nel mese di aprile e, quindi, a, distanza di quasi quattro mesi dal primo utilizzo anomalo della suddetta tessera, comportamento di immediata conoscibilità per la società;
c) inoltre, il licenziamento appariva sproporzionato rispetto alla condotta contestata con la quale il dipendente si era procurato un vantaggio economico di soli euro 4,14 (questo essendo il valore dei 414 punti accreditati per mezzo dell’utilizzo anomalo della tessera fedeltà), mentre la società non aveva mai negato che il caricamento dei punti sulla tessera fosse stato preceduto da acquisti di merci, con produzione di conseguenti vantaggi economici in capo alla società stessa;
d) era pertanto da escludere che il comportamento addebitato al dipendente fosse stato tale da portare alla definitiva rottura del rapporto fiduciario che deve legare datore di lavoro e lavoratore e che fosse da considerare meritevole della sanzione espulsiva;
d) del resto, anche dal regolamento aziendale sull’utilizzo della carta SpesAmica, prodotto dall’azienda, risultava che la stessa società aveva previsto che l’utilizzo improprio della tessera potesse legittimare il licenziamento soltanto nei “casi più gravi” e tra questi casi certamente non poteva farsi rientrare la vicenda, per quel che si è detto; e) il licenziamento era, quindi, illegittimo e andava applicata la tutela reale, nei termini suindicati.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la D. s.r.l., in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, l’erroneità della statuizione della Corte d’appello di tardività delle contestazione degli addebiti effettuata a distanza di quasi quattro mesi dal primo utilizzo anomalo della suddetta tessera, fondata sull’assunto secondo cui tale utilizzo anomalo sarebbe da qualificare come comportamento di immediata, conoscibilità da parte della datrice di lavoro.

Si sottolineava, in particolare, che tale affermazione si poneva in contrasto con il consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità in base al quale l’immediatezza della contestazione va intesa in senso relativo in considerazione della natura del comportamento contestato e del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini.

Si aggiungeva che la Corte d’appello non avrebbe considerato che l’effettivo diritto di difesa del lavoratore non aveva subito alcuna limitazione e che neppure avrebbe indicato le fonti del proprio convincimento sulla facilità di conoscenza dell’uso indebito della tessera da parte del dipendente, quando in concreto la società aveva effettuato complesse verifiche.

La Cassazione ha respinto il ricorso della società datrice di lavoro.
Orbene, sul punto, la Cassazione ha ritenuto che la statuizione di tardività della comunicazione del provvedimento espulsivo fosse logicamente e giuridicamente pregiudiziale.

In base alla consolidata giurisprudenza di legittimità, hanno ricordato i Supremi Giudici, l’immediatezza della comunicazione del licenziamento si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore.

E, pur dovendosi intendere il requisito della immediatezza in senso relativo – potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso – resta comunque riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustifichino o meno il ritardo.

Nella specie la Corte d’appello, con motivazione esauriente e corretta, aveva affermato che l’utilizzo anomalo della tessera SpesAmica contestato al lavoratore – preceduto da acquisti di merci, con produzione di conseguenti vantaggi economici in capo alla società – era da qualificare come comportamento di immediata conoscibilità da parte della società stessa.

Pertanto la Corte d’appello aveva ritenuto non giustificato il ritardo di quattro mesi per la relativa contestazione disciplinare, il che era del tutto plausibile e conforme alla indicata giurisprudenza di legittimità.

Infatti, a fronte dell’irrilevante vantaggio economico procuratosi da parte del lavoratore – pari a soli euro 4,14 (questo essendo il valore dei 414 punti accreditati per mezzo dell’utilizzo anomalo della tessera fedeltà) – e dei vantaggi invece derivati alla società dagli acquisti effettuati, la non immediatezza della intimazione del licenziamento poteva ragionevolmente indurre a ritenere che la datrice di lavoro avesse soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso della società.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., ai fini della legittimità del licenziamento per giusta causa, l’immediatezza della comunicazione del licenziamento si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore; ne consegue che, a fronte di una mancanza del lavoratore di modesto rilievo, la non immediatezza della intimazione del licenziamento può ragionevolmente indurre a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la condotta del lavoratore.

Fonte: Ipsoa.it

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