Trasformazione della pensione d’invalidità: quale anzianità contributiva?

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Ai fini della trasformazione della pensione d’invalidità in pensione di vecchiaia al compimento dell’età pensionabile, non può essere utilizzato il periodo di godimento della pensione d’invalidità ai fini di incrementare l’anzianità contributiva. Ostano all’operazione la mancanza di ogni previsione, nella normativa sulla pensione d’invalidità, della utilizzazione del periodo di godimento ai fini dell’incremento dell’anzianità contributiva, il carattere eccezionale delle previsioni che nell’ordinamento previdenziale attribuiscono il medesimo incremento in mancanza di prestazione di attività lavorativa e di versamento di contributi, nonché le differenze esistenti tra la disciplina sulla pensione d’invalidità e quella sull’assegno d’invalidità, laddove quest’ultimo, segnatamente, è sottoposto a condizioni più rigorose, anche e soprattutto rispetto al trattamento dei superstiti.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra l’INPS ed una lavoratrice.
Il Tribunale di Roma accoglieva la domanda proposta dalla lavoratrice volta ad ottenere la trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia a decorrere dal compimento del requisito dell’età, con condanna dell’INPS al pagamento delle relative differenze, oltre accessori.

La Corte di Appello ha confermato la decisione di primo grado, ritenendo ammissibile la richiesta trasformazione pensionistica e ravvisando l’interesse ad agire sulla base di titolo diverso, non esistendo un principio generale di immutabilità della pensione.

Contro la sentenza l’INPS ricorreva per cassazione, in particolare sostenendo, da un lato, che la richiesta trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia non si realizza automaticamente, al perfezionarsi dei requisiti per la pensione di vecchiaia (come avviene per l’assegno ordinario di invalidità), ma solo a seguito di specifica domanda presentata dall’interessato; dall’altro, rilevava che non ha ragion d’essere, nel caso di pensione di invalidità la garanzia dell’irriducibilità dell’importo, stabilita dalla legge con riferimento all’assegno ordinario di invalidità.

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’INPS, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza di legittimità ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Va ricordato, che le prestazioni d’invalidità ed inabilità sono disciplinate dalla legge n.222/84, che ha introdotto profonde modifiche, rispetto a quanto previsto dalla precedente disciplina, (art.10 r.d.l. n.636/39).

La nuova disciplina, infatti, in ragione del grado della riduzione della capacità di lavoro, distingue due diverse prestazioni: l’assegno ordinario di invalidità, di durata triennale rinnovabile e la pensione di inabilità.
Se la capacità lavorativa risulta ridotta di oltre i due terzi, infatti, viene concesso l’assegno ordinario di invalidità, “si considera invalido l’assicurato la cui capacità di guadagno in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente a causa di infermità o difetto tifico o mentale a meno di un terzo” (art.1, comma, legge n.222/84).

se invece il lavoratore, viene a trovarsi nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa ha diritto alla pensione d’inabilità; “Si considera inabile ai fini del conseguimento del diritto a pensione nell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti ed autonomi gestita dall’istituto nazionale della previdenza Sociale , l’assicurato o il titolare di assegno di invalidità, con decorrenza successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, il quale a causa di una infermità o difetto fisico o mentale , si trovi nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”( art.2, comma legge n.222/84).

Al compimento dell’età stabilita per il pensionamento di vecchiaia, l’assegno d’invalidità si trasforma, in presenza dei requisiti di assicurazione e contribuzione, in pensione di vecchiaia.

Per la trasformazione dell’assegno ordinario d’invalidità in pensione di vecchiaia sono utili anche in periodi di godimento dell’assegno durante i quali non si prestata attività lavorativa, ma solo ai fini del diritto; non sono invece, utili a determinare la misura della pensione.

In ogni caso la pensione di vecchiaia non può risultare di importo inferiore all’assegno ordinario di invalidità in godimento al compimento dell’età pensionabile.

Tanto premesso, nel caso in esame, la Cassazione ha chiarito che il diritto alla conversione decorre dal primo giorno successivo a quello della presentazione della relativa domanda amministrativa e non dà titolo alla conservazione del più favorevole trattamento economico eventualmente in godimento, essendo ricollegata la trasformazione del titolo alla libera scelta dell’interessato e non ad automatismi che possano giustificare l’irriducibilità del trattamento.
Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Di rilievo la conseguenze pratiche della sentenza.
Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, deve escludersi la possibilità di applicare alla pensione d’invalidità la diversa regola prevista in riferimento all’assegno d’invalidità – secondo cui i periodi di godimento di detto assegno nei quali non sia stata prestata attività lavorativa si considerano utili ai fini del diritto alla pensione di vecchiaia – giacché ostano a siffatta operazione ermeneutica la mancanza di ogni previsione, nella normativa sulla pensione d’invalidità, della utilizzazione del periodo di godimento ai fini dell’incremento dell’anzianità contributiva, il carattere eccezionale delle previsioni che nell’ordinamento previdenziale attribuiscono il medesimo incremento in mancanza di prestazione di attività lavorativa e di versamento di contributi, nonché le differenze esistenti tra la disciplina sulla pensione d’invalidità e quella sull’assegno d’invalidità, laddove quest’ultimo, segnatamente, è sottoposto a condizioni più rigorose, anche e soprattutto rispetto al trattamento dei superstiti.

Fonte: Ipsoa.it

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