Trasferimento d’azienda

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Ricorre l’ipotesi del trasferimento di azienda quando, in conseguenza di una vicenda traslativa (vendita, affitto, comodato, usufrutto), muta il titolare del complesso dei beni aziendali. L’ordinamento, come vedremo, prende in considerazione il trasferimento di azienda in funzione dell’esigenza di apprestare una particolare tutela ai lavoratori.

Tale tutela si estrinseca fondamentalmente nel senso di garantire al lavoratore la continuità del rapporto di lavoro alle dipendenze del cessionario, rafforzando (con la previsione della responsabilità solidale del cedente e del cessionario), la tutela dei crediti che il lavoratore aveva al momento del trasferimento dell’azienda.

In particolare, alla luce dell’articolo 2112 cod. civ. come novellato dall’art.32, D.Lgs. n.276/2003, per trasferimento di azienda si intende qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione comporti il mutamento della titolarità di una attività economica organizzata, con o senza fini di lucro, preesistente al trasferimento e che con il trasferimento stesso conserva la sua identità.

Elementi costitutivi 
La definizione offerta dalla legge consente di enucleare gli elementi costitutivi della fattispecie.

In buona sostanza il trasferimento di azienda presuppone che, indipendentemente dallo strumento negoziale all’uopo utilizzato, muti la titolarità del complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’attività economica.

L’elemento caratterizzante del trasferimento di azienda è pertanto costituito dalla sostituzione del soggetto titolare dei beni destinati all’esercizio dell’impresa.

Tale mutamento può essere conseguito, come già evidenziato, attraverso le più diverse fattispecie traslative (vendita, affitto, usufrutto, comodato).

Non è necessario che il trasferimento avvenga attraverso un unico atto di cessione, ben potendo la successione nella titolarità del complesso dei beni aziendali essere realizzata attraverso una pluralità di negozi traslativi. L’importante è che tra la posizione del cessionario e quella del cedente sussista un vincolo di derivazione giuridica.

Fattispecie particolari
L’art.2555 del codice civile definisce l’azienda come il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa.
L’art.2112 del codice civile, peraltro, si applica non solo quando oggetto del trasferimento è l’intero complesso dei beni aziendali, bensì anche al trasferimento di un singolo ramo di azienda, come già riteneva, prima del D.Lgs. n.276/2003, un consolidato orientamento della giurisprudenza.
La Corte di cassazione, infatti, aveva da tempo sottolineato l’applicabilità dell’articolo 2112 cod. civ. anche all’ipotesi del trasferimento di una singola unità produttiva (Cass.14 dicembre 1998, n.12554), precisando altresì che ai fini della configurabilità di un trasferimento di ramo di azienda fosse necessaria la cessione di un complesso di beni dotati di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionale allo svolgimento di una attività di produzione di beni e servizi (Cass.4 dicembre 2002, n.17207).
Per singolo ramo di azienda, alla luce della novella del D.Lgs. n.276/2003, si intende per espressa previsione normativa una articolazione dotata di autonomia funzionale, ancorché priva di beni materiali (Cass.10 gennaio 2004, n.206), che venga identificata come tale dal cedente e dal cessionario all’atto di procedere al suo trasferimento.
Il trasferimento di un ramo di azienda può avvenire anche attraverso il trasferimento di singoli beni aziendali.
Per comprendere se in concreto siamo di fronte o meno ad una ipotesi di trasferimento di azienda, occorre accertare quale sia stata nel caso specifico la volontà del cedente e del cessionario e cioè se le parti abbiano voluto operare il trasferimento della titolarità dei beni aziendali considerati nel loro collegamento funzionale, oppure se abbiano più semplicemente inteso trasferire la titolarità di singoli beni considerati nella loro individualità (Cass.30 dicembre 1999, n.14775).
La cessione di singoli beni aziendali o di singoli macchinari indipendentemente dal loro collegamento funzionale, infatti, si colloca al di fuori della fattispecie del trasferimento di azienda.
Al giorno d’oggi peraltro si assiste di frequente a processi di cosiddetta “esternalizzazione”, cioè a dire di affidamento e di svolgimento all’esterno dell’azienda di processi produttivi, fasi di lavorazione o ancora di particolari servizi.
Al riguardo di precipuo interesse è la pronuncia della Corte di cassazione n.15105 del 2002.
Con tale pronuncia la Corte ha ritenuto che non potesse ravvisarsi un trasferimento di azienda nella dismissione da parte di una impresa della gestione dei servizi generali e nella stipula di un contratto di fornitura con un cessionario (secondo lo schema contrattuale noto con il nome di “outsourcing”).
Tale pronuncia è di particolare rilievo, in quanto la Corte, esprimendosi in senso contrario a pronunce emesse da taluni giudici di merito, ha ritenuto preclusa la “esternalizzazione” di reparti o uffici o, comunque, di articolazioni che non si configurino alla stregua di autonome articolazioni unificate dalla inerenza ad un ramo di azienda già costituito.
La Corte ha statuito che, ai fini della legittima “esternalizzazione”, il complesso di beni ceduto deve essere dotato di una sua autonomia e, pertanto, essere considerabile come ramo di azienda già prima del suo trasferimento e che, dunque, il collegamento teleologico tra i beni deve preesistere e non essere la conseguenza del negozio traslativo.

Fusione
Può accadere che due o più società si estinguano per dare vita ad un nuovo soggetto societario (fusione). La fusione può aver luogo anche per incorporazione.
La giurisprudenza, in difetto di una espressa previsione normativa, aveva già avuto modo di ricondurre le ipotesi della fusione e della incorporazione nell’ambito della fattispecie del trasferimento di azienda (Cass. 23 agosto 1996, n.7771).
A tale risultato la giurisprudenza era giunta sul presupposto che, anche in tal caso, indipendentemente dallo strumento tecnico giuridico, si realizzava la sostituzione del soggetto titolare dei beni destinati all’esercizio dell’impresa.
Pure in tale ipotesi si produceva, dunque, l’effetto tipico del trasferimento di azienda, cioè a dire la continuazione dei rapporti di lavoro già facenti capo alle società estinte con la società risultante dalla fusione o con la società incorporante.
L’art.32 del D.Lgs. n.276/2003, nel novellare il testo dell’art.2112 cod. civ., ha ora espressamente ricompreso l’ipotesi della fusione nell’ambito del trasferimento di azienda.

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