Totale inabilità alle mansioni precedentemente svolte: impossibilità sopravvenuta e licenziamento

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In tema di accertamento dell’inabilità al lavoro, un giudizio pur di totale inabilità del lavoratore alle mansioni precedentemente svolte, formulato dalla Commissione medica ospedaliera, come non impone il licenziamento così non integra un caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa tale da risolvere il rapporto, essendo pur sempre onere del datore di lavoro dimostrare l’inesistenza in azienda di altre mansioni (anche diverse ed eventualmente inferiori) compatibili con lo stato di salute del lavoratore e a lui attribuibili senza alterare l’organizzazione produttiva e sempre che il dipendente non abbia già manifestato, a monte, il rifiuto di qualsiasi diversa assegnazione.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una lavoratrice nei confronti della Casa di cura di cui è dipendente.
La Corte d’appello rigettava il gravame interposto dalla Casa di cura (S.p.A.) contro la pronuncia con cui il Tribunale, dichiarata l’illegittimità del licenziamento, per sopravvenuta totale inabilità al lavoro, all’ausiliaria socio-sanitaria dipendente, ne aveva ordinato la reintegra ai sensi dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori con condanna della predetta società al pagamento del risarcimento dei danni.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la Casa di cura, in particolare sostenendo che la sentenza non aveva considerato che il licenziamento era stato correttamente intimato unicamente in base al giudizio reso da un organismo pubblico, ossia dalla Commissione medica ospedaliera, che all’epoca aveva giudicato la dipendente totalmente e permanentemente inabile al lavoro, il che di per sé impediva la prosecuzione del rapporto e giustificava il recesso, senza che si dovesse accertare la possibilità di adibire la dipendente ad altre mansioni equivalenti od inferiori e dovendosi avere riguardo solo a quella che era la situazione di totale inabilità all’epoca accertata.

La Cassazione ha respinto il ricorso della lavoratrice.
La sentenza aveva motivato la propria condivisione delle relazioni dei c.t.u. che, sia in primo che in secondo grado, avevano confermato il giudizio di non incompatibilità (fatte salve talune limitazioni), già all’epoca del licenziamento (come si evince dalla relazione tecnica trascritta proprio in ricorso), della infermità riscontrata nella lavoratrice con le mansioni di ausiliaria socio-sanitaria da lei espletate alle dipendenze della Casa di cura.

Dunque, anche a voler avere riguardo solo alla situazione in essere alla data del licenziamento, i giudici di merito avevano dato atto che non sussisteva incompatibilità fra patologia e mansioni della lavoratrice.

Ma neppure un ipotetico mutamento di tale situazione verificatosi dopo il recesso lo avrebbe giustificato, atteso che – ad ogni modo – la società non era vincolata al difforme giudizio all’epoca espresso dalla Commissione medica ospedaliera ai sensi dell’art.5 dello Statuto dei lavoratori, perché esso non ha valore vincolante né per il datore di lavoro né per il giudice, che – infatti – può sottoporlo al proprio controllo nel contesto più ampio di tutte le prove acquisite, avvalendosi, se del caso, dell’ausilio di un consulente tecnico.

Conseguentemente, in caso di contrasto tra l’accertamento sanitario predetto e la consulenza disposta nel corso del processo, il giudice del merito è tenuto a porre a raffronto le diverse risultanze allo scopo di stabilire quale sia maggiormente attendibile e convincente, con un apprezzamento valutativo sottratto al sindacato della Cassazione ove correttamente e logicamente motivato.

A ciò si aggiunge, concludono i giudici di Piazza Cavour, che un giudizio pur di totale inabilità del lavoratore alle mansioni precedentemente svolte, formulato ai sensi del predetto art.5 dalla Commissione medica ospedaliera, come non impone il licenziamento così non integra un caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa tale da risolvere il rapporto, essendo pur sempre onere del datore di lavoro dimostrare l’inesistenza in azienda di altre mansioni (anche diverse ed eventualmente inferiori) compatibili con lo stato di salute del lavoratore e a lui attribuibili senza alterare l’organizzazione produttiva, sempre che il dipendente non abbia già manifestato, a monte, il rifiuto di qualsiasi diversa assegnazione.

Non ricorrendo tale ultima ipotesi, il ricorso non poteva essere accolto.

Fonte: Ipsoa.it

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