TFR in busta paga: le linee guida del Governo

0
18

Potrebbe essere erogata, in unica soluzione, nella busta paga di febbraio 2015 o, mensilmente, in 12 tranche la quota di TFR maturata nell’anno. Pur in assenza di articolati normativi, si cominciano a delineare i contorni del piano del Governo, con le sue luci e le sue ombre.

Il provvedimento allo studio del Governo prevede l’erogabilità – su base volontaria – ai lavoratori, della quota di TFR maturata nell’anno (ordinariamente pari a circa una mensilità della retribuzione annua): quota che, alternativamente, potrebbe essere erogata in unica soluzione in aggiunta alla “busta paga” di un singolo mese (si ipotizza febbraio 2015), ovvero essere erogata spalmando l’importo sull’intera retribuzione annua.

Questo provvedimento, come è evidente, ha molti pro ed alcuni contro la cui valutazione dipende non solo dall’angolo visuale del commentatore ma – soprattutto – dai dettagli dell’articolato che dovesse venir concretamente varato. A partire dalla circostanza per la quale non è ancora emersa la possibile durata della misura che – comunque – sembrerebbe dover essere a termine.

Pertanto, chiarendo sin d’ora che, se il progetto andrà in porto, verrà inserito nell’ambito della Legge di Stabilità 2015, vediamo di seguito quelli che sembrano essere i principali elementi qualificanti dell’ipotesi governativa.

Destinatari della misura
Innanzitutto, va segnalato che la volontarietà della misura appare fonte di complessità gestionale, in specie per le aziende di minori dimensioni che potrebbero trovarsi costrette a “tripartire” la gestione del personale tra dipendenti “optanti” e dipendenti con TFR accantonato e, tra i primi, tra i dipendenti con TFR liquidato su base mensile e TFR liquidato in unica soluzione su base annua.

Nel merito, l’anticipazione dovrebbe riguardare esclusivamente parte dei lavoratori del settore privato. Ne saranno esclusi i dipendenti delle PA, data le difficoltà di bilancio del “datore di lavoro” (posto che il Governo ha ufficializzato l’inesistenza dei fondi per lo sblocco dei contratti fermi dal 2010, per lavoratori che, sempre dal 2010, non fruiscono neanche degli effetti economici delle progressioni di carriera medio tempore maturate).

Ma, in realtà, la misura non dovrebbe riguardare neanche i dipendenti delle imprese con più di 49 dipendenti, che versano il TFR dei dipendenti al Fondo di Tesoreria dell’INPS, il quale difficilmente potrebbe fare a meno di tale cespite senza incorrere in problemi di gettito (si parla di ca. sei miliardi di euro). Quindi, se si escludessero dal beneficio anche i dipendenti delle aziende di più ampia dimensione, la misura riguarderebbe i soli 6,5 milioni di dipendenti delle aziende private con meno di 50 dipendenti.

Gli aspetti fiscali e contributivi
Come noto, attualmente il TFR – sia in caso di erogazione a fine rapporto che nei casi di anticipazione – fruisce di un’agevolazione fiscale e previdenziale.

· fiscalmente le somme beneficiano di un regime di tassazione agevolata, con un’aliquota applicata che va dal 23 al 25% della somma percepita;
· inoltre, il TFR è esente da contribuzione non alimenta il trattamento pensionistico dei lavoratori.

Orbene, considerato che la giurisprudenza ha a suo tempo stabilito che l’anticipazione comporta un cambiamento della natura della retribuzione, che diventa “ordinaria”, in assenza di modifiche normative più ampie le imprese si troverebbero tenute a pagare i contributi corrispettivi ed i lavoratori le imposte all’aliquotaordinaria corrispondente al reddito annuo complessivamente dichiarato.

Al contrario, per conservare l’agevolazione fiscale e contributiva il Governo dovrebbe, alternativamente, prevedere un’adeguata copertura finanziaria, ovvero accompagnare l’erogazione con modifiche alla normativa fiscale e contributiva che evitino che l’erogazione “premiale” si risolva in un aggravio fiscale per i suoi destinatari o di costi gestionali per i datori di lavoro.

Va poi rammentato che qualora l’intervento non sia accompagnato da una modifica delle “norme correlate” potremmo assistere ad un effetto boomerang sui costi dei servizi ai cittadini. Infatti, a partire proprio dal 2015 l’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) comprenderà nel suo calcolo, anche i redditi a tassazione separata, come appunto, oggi, il TFR. Quindi, in assenza di ulteriori modifiche, i percettori del TFR vedranno crescere il proprio reddito ISEE, con un conseguente rilevante incremento dei costi “sociali” della misura.

Esempi
Per fare qualche esempio su base nazionale, tratto dai primi approfondimenti operati, un reddito Isee di € 12.500 a Milano paga una tariffa di asilo nido pari a € 103 mensili. Ma se il reddito supera tale soglia – grazie alla percezione anticipata del TFR – la retta passerebbe a 232 euro. Oppure, a Roma il superamento della medesima soglia reddituale comporterebbe un aumento del costo della mensa scolastica (da € 50 e € 54 mensili). A Bari, infine, chi ha un reddito Isee di € 10 mila non paga la Tasi. Vi sarebbe, quindi, il rischio che percepire l’anticipazione del TFR comporti l’insorgenza dell’obbligo di versamento della TASI (con aliquota massima, al 3,3 per mille).

Somme disponibili e meccanismi tecnici
Le ultime bozze del progetto prevedono che l’anticipazione del TFR ai dipendenti delle aziende con meno di 50 non dovrebbero essere a carico delle aziende, ma di un “Fondo” compartecipato da Cassa depositi e Prestiti e dalle banche, ovvero esclusivamente da queste ultime.

Le banche (con o senza CDP) anticiperebbero i soldi ai dipendenti rivalendosi poi sull’azienda al momento della cessazione del rapporto di lavoro dei dipendenti.

L’elemento chiave di questa soluzione è, evidentemente, quello della remunerazione del capitale anticipato. L’odierna liquidazione del TFR ha un rendimento “legale” pari all’1,5% + il 175% dell’inflazione, per un’aliquota oggi pari, all’incirca, al 2,3%); un’aliquota inferiore a quello media applicata per i crediti alle imprese (2,89% a fine agosto) e – secondo il sistema bancario – eccessivamente basso rispetto ai valori praticati per i crediti alle imprese “a rischio”.

Importi erogabili ai lavoratori
Considerando una retribuzione di € 23.000 lordi (pari all’imponibile medio dei lavoratori italiani nel settore privato), la somma anticipata sarebbe nell’ordine di circa € 100 euro al mese o ca. € 1.200 annui netti in caso di anticipazione del 100% del TFR annuo maturato. Il beneficio mensile oscillerebbe – nel dettaglio – tra gli 85 e i 153 euro, a seconda dei redditi. Evidentemente, tale importo si ridurrebbe proporzionalmente qualora venissero privilegiate opzioni intermedie che implicano l’anticipabilità di quote del TFR inferiori al totale maturato annuo.

Gli aspetti previdenziali
Un aspetto estremamente delicato delle vicenda che – nonostante la sua rilevanza sembra al momento essere stato trascurato – è quello degli effetti dell’anticipazione sulle prospettive pensionistiche dei lavoratori.

Va rammentato, infatti, che con l’entrata in vigore delle riforme pensionistiche succedutesi dal 1995 ad oggi, tutte le misure volte al contenimento della spesa previdenziale si sono tradotte in una contrazione degli assegni pensionistici erogati e (ancor più) da erogarsi in futuro. Con la conseguenza che l’attenzione si sta sempre più spostando dalla sostenibilità economica del sistema previdenziale complessivo all’adeguatezza delle prestazioni che il nuovo sistema di calcolo contributivo delle pensioni sarà in grado di assicurare. Tale è il motivo per il quale, negli anni, gli stessi Governi hanno istituito i fondi di previdenza complementare, al fine di finanziare – anche tramite quote variabile del TFR – forme pensionistiche c.d. “di secondo pilastro”, integrative della pensione “base”.

Da quanto sopra deriva che ogni eventuale intervento che incide sul TFR si risolve automaticamente in un detrimento per le quote di previdenza complementare dei lavoratori che abbiano aderito ai fondi (oltre che per le prospettive finanziarie di chi quei Fondi gestisce, al fine di assicurare agli iscritti la correlata prestazione previdenziale integrativa). Nello specifico, si consideri che – nel 2013 – su 12,3 miliardi di flussi contributivi complessivi, circa 5,2 miliardi sono stati rappresentati da quote di TFR. Tale è il motivo per il quale la COVIP (l’Authority di settore) ha sospeso il giudizio sul progetto, affermando che “prima di esprimere una valutazione dell’effettivo impatto di tale eventuale misura, è necessario conoscere le modalità in cui tale soluzione verrebbe articolata” e, in particolare, la quota di TFR presa in considerazione, la durata del periodo di anticipabilità e la platea dei destinatari dell’iniziativa.

La posizione delle microimprese
La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, nel suo parere n. 3 del 6102014 di cui si è dato conto sul Quotidiano il 7 ottobre, ha effettuato una indagine sulle microimprese, all’esito della quale è emerso un favor degli imprenditori per il progetto del Governo, sulla base di due distinte ragioni: favorire il clima aziendale e al tempo stesso evitare di dover versare somme superiori al loro volume d’affari al termine del rapporto di lavoro del dipendente. Ma la Fondazione sottolinea, inoltre, come questa proposta non porterà ad un aumento delle retribuzioni in termini effettivi, dal momento che l’anticipazione del TFR in busta paga rappresenta una forma autofinanziamento, con il quale i lavoratori incassano anticipatamente componenti di retribuzione differita che – altrimenti – avrebbero percepito alla cessazione del rapporto del lavoro: autofinanziamento operato, “mettendo però a rischio gli equilibri pensionistici e indirizzando i futuri pensionati ad una misera esistenza. Certo è che si darebbe liquidità da un lato, togliendone dall’altro”.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here