TFR in busta paga e super tassa sui fondi pensione: come orientarsi

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Il TFR in busta paga e la previsione di incremento della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione determinano significativi impatti sulla previdenza integrativa per lavoratori dipendenti, professionisti e imprese. Il TFR in busta paga va conciliato con la esigenza di finanziare i fondi pensione e comporta scelte delicate da parte del singolo, per operare le quali è necessario un adeguato bagaglio conoscitivo. Si profilano poi nuovi oneri amministrativi e finanziari per le aziende, per i quali sono previste specifiche misure compensative. Diversamente per i fondi pensione che, nonostante l’innalzamento dell’aliquota di tassazione, mantengono un indiscutibile appeal fiscale.

Il nuovo anno è caratterizzato da una serie di significative innovazioni contenute nella Legge di Stabilità 2015 che determinano significativi effetti sulle scelte previdenziali di lavoratori dipendenti e professionisti e comportano impatti anche sul mondo delle imprese.

TFR in busta paga
In primo piano vi è senza dubbio la possibilità di trasferire il trattamento di fine rapporto in busta paga.
Si prevede infatti come, in via sperimentale, i lavoratori dipendenti del settore privato (i dipendenti pubblici non vengono quindi contemplati in considerazione della “virtualità” del loro TFR), esclusi i lavoratori domestici ed i lavoratori del settore agricolo, possono richiedere al datore di lavoro di percepire la quota di TFR maturando tramite liquidazione diretta mensile come parte integrativa della retribuzione.

La misura è applicabile, anche nei confronti di chi abbia già aderito ad una forma pensionistica complementare di cui al decreto legislativo 5 dicembre 2005, n.252, in relazione ai periodi di paga decorrenti dal 1 marzo 2015 al 30 giugno 2018 ed è irrevocabile fino al termine fissato dalla sperimentazione.

Necessario poi che vi sia un rapporto di lavoro in essere da almeno sei mesi presso il medesimo datore di lavoro. Completando la descrizione tecnica della misura va ancora sottolineato come il TFR in busta paga è soggetto a tassazione progressiva Irpef.

L’obiettivo che il Governo si pone è quello di rilanciare i consumi affiancando la possibilità del TFR in busta paga al confermato bonus degli 80 euro, anche se, al di là della comprensibile fiducia, è difficile fare previsioni sugli effetti reali.

I recentissimi dati pubblicati dall’Istat sottolineano infatti come nel terzo trimestre 2014 sia aumentato il reddito lordo disponibile delle famiglie italiane sia aumentato ma non vi siano stati incrementi di consumi. Come ha avuto modo di sottolineare lo stesso Ministero dell’Economia che manifesta però “non sorpresa”, per gli 80 euro “sembra per ora corrispondere un incremento della propensione al risparmio” e non alla spesa perché “le famiglie tendono a ricostruire lo stock di risparmio intaccato durante la crisi prima di riprendere il livello adeguato di consumi e investimenti”.
Come impatta la possibilità del TFR in busta sulla previdenza complementare?

Partendo da considerazioni di ordine generale la misura è collegata anche a livello normativo alla scelta dei lavoratori dipendenti tra TFR in azienda e presso il fondo pensione e impatta sul regime di finanziamento della previdenza complementare sia per gli “iscritti” che per i “potenziali iscritti”.

Per i primi si configura infatti, in caso di opzione per il TFR in busta paga, una sospensione del versamento del trattamento di fine rapporto al fondo pensione con fattispecie di permanenza con sola contribuzione propria e datoriale (salvo diversa previsione della fonte istitutiva).

A fine periodo transitorio (30 giugno 2018) dovranno riprendere a versare il proprio TFR al fondo pensione (salvo diversa previsione delle fonti istitutive).

Con riferimento poi ai nuovi assunti sarà necessario prima di tutto capire come si concilieranno le diverse scelte, oneri informativi e modulistiche (es. Modello TFR2), alla luce dell’atteso decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

Andando a considerazioni poi operative se il nuovo assunto sceglie il TFR in busta paga, rinuncia a “investirlo” nel fondo pensione ma, come sottolinea il Mefop, si ritiene possa comunque sempre iscriversi ad un fondo pensione con la propria contribuzione e il contributo del datore di lavoro (salva diversa previsione delle fonti istitutive).

Dopo il 30 giugno 2018, se avrà aderito al fondo pensione dovrà versarci il proprio TFR (salva diversa previsione delle fonti istitutive).

È oggetto di discussione se sia necessario apportare modifiche formali agli accordi e agli statuti dei fondi pensione per governare le modalità di adesione e la contribuzione datoriale, “spezzandosi” a livello legislativo il legame indissolubile ormai “collaudato” nella prassi tra adesione del lavoratore dipendente e versamento del TFR. Quello che è auspicabile è sicuramente un adeguato corredo informativo da fornire ai cittadini con opportune campagne informative (Assofondipensione ha annunciato che avvierà una propria iniziativa in tal senso nel prossimo mese di febbraio).

Non va infatti dimenticato che il TFR rappresenta la maggiore fonte contributiva che alimenta la posizione individuale degli aderenti ai fondi pensione e la sua eventuale non affluenza comporterebbe in futuro significativi decrementi della entità della integrazione pensionistica finale.

Non appare questa considerazione irrilevante in termini di adeguatezza prospettica del nostro sistema previdenziale.
Va ancora osservato come sia una scelta non neutrale per i lavoratori rispetto alle altre due possibilità (TFR in azienda e TFR al fondo pensione) anche in considerazione della variabile fiscale (tassazione ordinaria in busta paga vs tassazione separata e imposta sostitutiva del 15 per cento sulle prestazioni finali che si riduce dello 0,30 per ogni anno di durata superiore al quindicesimo con un minimo del 9 per cento).

Per gli iscritti ai fondi pensione va ancora sottolineato come dal punto di vista fiscale sia probabilmente più conveniente ricorrere in caso di necessità accedere all’anticipazione per “ulteriori esigenze” in misura pari al 30 per cento della propria posizione, tassata con aliquota del 23 per cento, piuttosto che essere soggetto a tassazione ordinaria sul TFR in busta paga.

Ulteriore “soggetto” coinvolto nella “operazione” TFR in busta paga” è poi il mondo delle imprese su cui l’impatto è sia di tipo amministrativo (occorrerà capire alla luce dell’atteso decreto quali saranno gli oneri anche informativi) che finanziario dal momento che il TFR è una significativa fonte di autofinanziamento, soprattutto delle PMI.

Nella Legge di Stabilità 2015 si prevedono a tal proposito specifiche misure finanziarie e compensative per le aziende, distinguendo tra quelle con numero di addetti inferiore o superiore a 50. Per le prime si rende possibile accedere ad un finanziamento assistito da garanzia rilasciata da uno specifico Fondo previsto presso l’Inps, con dotazione pari a 100 milioni di euro ed alimentato da un gettito dai contributi versati dai datori di lavoro pari a 0,2 punti percentuali della retribuzione imponibile ai fini previdenziali.

La garanzia del Fondo è a prima richiesta, esplicita, incondizionata e irrevocabile ed è supportata dalla garanzia dello Stato quale garanzia di ultima istanza. Va in ogni modo osservato come le procedure di finanziamento agevolato sono condizionate dalla stipula di uno specifico accordo quadro tra Ministero del Lavoro e Ministero dell’Economia e finanze e ABI.
Le modalità di funzionamento del fondo di garanzia e della garanzia di ultima istanza a carico dello Stato dovranno essere regolate poi da un D.p.c.m. da emanare entro 30 giorni dalla entrata in vigore della Legge di Stabilità. Per i datori di lavoro con meno di 50 addetti che non optino invece per lo schema di accesso al credito e per quelli con almeno 50 addetti si prevedono le misure compensative già previste in caso di trasferimento del TFR a previdenza complementare di cui all’art. 10 del D.Lgs.252/2005.

Tassazione sui rendimenti dei fondi pensione
La Legge di Stabilità 2015 prevede poi un innalzamento della tassazione sul rendimento netto maturato dei fondi pensione che passa dall’11 (per il solo 2014 era stata innalzata all’11,5 per cento) al 20 per cento. La misura prevede inoltre che la base imponibile dell’imposta sostitutiva applicata sul risultato di gestione dei fondi pensione sia determinata, per i redditi dei titoli pubblici, in base al rapporto tra l’aliquota prevista dalle disposizioni vigenti e quella dell’imposta sostitutiva stessa, al fine di evitare una penalizzazione per l’investimento indiretto in tali titoli, così come avviene nei casi di investimento in fondi comuni di investimento e strumenti assicurativi, relativamente alla previsione della minore aliquota (12,50 per cento) sui proventi dei titoli medesimi.

Viene anche elevata la tassazione sugli investimenti delle Casse di previdenza dal 20 per cento sui rendimenti annuali al 26 per cento.

Con riferimento agli Enti previdenziali privati occorre rammentare che, così come più volte rimarcato dall’Adepp, la base imponibile delle prestazioni pensionistiche viene calcolata al lordo dei rendimenti conseguiti. In questo modo, viene assoggettata a tassazione sia la parte dei contributi correttamente non tassati nella fase del versamento (si ricorda che stiamo considerando un modello ETT) che la parte dei rendimenti già tassati nella fase di maturazione. Quindi, gli Enti Previdenziali Privati e i propri iscritti, è la considerazione, subiscono una duplice tassazione dei propri rendimenti; una prima volta nella fase della maturazione e una seconda nella fase dell’erogazione delle prestazioni.

Nel percorso in Senato della Legge di Stabilità è stato poi approvato un emendamento in base al quale per i fondi pensione che pongano in essere investimenti nella economia reale, nelle tipologie individuate con decreto del Ministero dell’Economia, opererà un credito d’imposta del 9 per cento che compenserà l’incremento di tassazione sul risultato netto dei rendimenti; identico meccanismo è previsto per le Casse di previdenza con un credito di imposta del 6 per cento.

La norma rinvia ad un decreto del Ministero dell’Economia che dovrà indicare le modalità di adesione dei Fondi pensione e delle Casse a progetti infrastrutturali. La compensazione scatterà dal 2016 per la parte di investimenti realizzata nel corso del prossimo anno.

Concentrando l’attenzione sulla previdenza complementare, quali sono gli impatti sugli aderenti?
Sicuramente la notizia dell’aumento dell’aliquota sui rendimenti non è positiva, non solo per l’effetto concreto ma come segnale, essendo peraltro lontana dagli standard europei. Occorrerà vedere poi nel concreto come si muoverà il mondo dei fondi negoziali (la cui platea è quella dei lavoratori dipendenti) e quello dei fondi aperti (rivolti soprattutto a liberi professionisti e lavoratori autonomi).

Nel complesso comunque, nonostante l’innalzamento dell’aliquota, i fondi pensione mantengono un indiscutibile appeal fiscale.
La nuova aliquota del 20 per cento rimane comunque sempre più conveniente rispetto a quella del 26 per cento prevista per le altre rendite finanziarie, è di forte vantaggio la deducibilità fiscale dei contributi e la tassazione delle prestazioni finali, e vanno ancora rimarcate la esenzione da imposta di bollo e dalla Tobin Tax oltre alla non rilevanza della posizione accumulata ai fini anche del nuovo ISEE.

Fonte: Ipsoa.it

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