Tfr in busta paga: criticità su tasse, pensioni e liquidità delle imprese

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Nell’annunciato progetto del Governo c’è l’intenzione di consentire ai lavoratori del settore privato di optare per la liquidazione del tfr in busta paga. L’obiettivo è di incrementare il potere di spesa delle famiglie, ma rilevanti sono le criticità di natura fiscale, previdenziale e finanziaria, in particolar modo per le PMI.

Uno dei temi “caldi” del dibattito politico ed economico è quello dell’annunciato progetto da parte del Premier (storicamente se ne era parlato almeno altre due volte) di consentire ai lavoratori (sembrerebbe per il momento solo quelli del settore privato considerando la “virtualità” del tfr dei dipendenti pubblici) la scelta di convogliare il trattamento di fine rapporto maturando nella propria retribuzione mensile (inizialmente si era ipotizzato che la percentuale disponibile per la scelta dovesse essere pari al 50 per cento, le ultime indiscrezioni sembrano dirigersi verso il 100 per cento per un intervallo temporale che potrebbe essere limitato in una “forchetta” tra 1 e 3 anni).
L’obiettivo, nelle intenzioni del Governo, è quello di consentire un incremento del potere di spesa delle famiglie, affiancandosi al bonus degli 80 euro, per rilanciare i consumi e quindi favorire una ripresa di uno sviluppo economico che appare ancora decisamente asfittico.

I punti da chiarire
Come ha precisato il Ministero dell’Economia Pier Carlo Padoan si è ancora in fase di discussione e l’eventuale provvedimento non entrerà nel Documento di Economia e Finanza.

Vi sono ancora una serie di significativi profili che vanno dipanati e su cui potrà esprimersi un giudizio solo quando saranno stabiliti in via definitiva.

Vanno infatti sicuramente evidenziate alcune criticità; in ordine puramente randomico e non esaustivo va evidenziato per esempio come il tfr è soggetto a tassazione separata, generalmente più favorevole rispetto alla tassazione progressiva cui sono soggetti i redditi periodici, per cui occorre ponderare quale sarà il profilo fiscale del tfr liquidato e se verrà conseguentemente corrisposto periodicamente (mese per mese) o in unica soluzione a fine anno.

Va opportunamente rammentato come il tfr versato invece a fondi pensione in base alla disciplina introdotta dal 1 gennaio 2007 concorre a determinare la prestazione finale (100 per cento sotto forma di rendita o 50 per cento sotto forma di capitale e 50 per cento comunque sotto forma di rendita) che è tassata con imposta sostitutiva del 15 per cento (sensibilmente quindi più favorevole sia rispetto alla tassazione separata che a quella progressiva) che si riduce dello 0,30 per ogni anno di durata al quindicesimo fino ad un minimo del 9 per cento.

Delicato è ancora il profilo finanziario, dal momento che il tfr è una significativa fonte di autofinanziamento delle imprese, specie medio-piccole dal momento che in base alla riforma di cui al dlgs 252/2005 il tfr non destinato a previdenza complementare dal lavoratore per le imprese con meno di 50 dipendenti rimane effettivamente nella disponibilità aziendale.

A titolo esemplificativo va evidenziato come secondo le stime del Centro Studi di Unimpresa l’”operazione tfr” potrebbe avere un serie di significativi profili che di ben 5 miliardi di euro se il tfr venisse destinato al 50 per cento in busta paga.

Alla cifra di 5,5 miliardi, Unimpresa arriva considerando che il flusso anno totale generato dalle “liquidazioni” dei lavoratori è pari a circa 23 miliardi e che per le imprese con meno di 49 dipendenti, che trattengono il tfr maturato, la fetta corrispondente è di 11 miliardi. La metà di questi 11 miliardi verrebbe pertanto sottratta alle aziende con meno di 50 dipendenti che, oggi, possono utilizzare tale liquidità per investimenti e per lo sviluppo.

Altro aspetto delicato è legato invece alle imprese con più di 49 dipendenti dal momento che in questo caso l’intero tfr è trasferito dal datore di lavoro ad uno speciale Fondo per l’erogazione del tfr ai dipendenti del settore privato, gestito, per conto dello Stato, dall’INPS.

Si determinerebbe quindi potenzialmente un deflusso al Fondo di tesoreria con possibili impatti di finanza pubblica.

Considerazioni sulla previdenza complementare
E’ molto difficile potere immaginare quali potrebbero essere gli effetti dell’eventuale provvedimento in termini di aumento dei consumi, soprattutto nel breve.

L’elemento sul quale riflettere, in base ai dati noti, è il comportamento che sembra profilarsi nei cittadini italiani.
Attingendo ad una ulteriore ricerca sempre di Unimpresa l’atteggiamento sempre più frequente è quello di un atteggiamento prudente, detenendo liquidità e rimanendo in stand by per quel che riguarda i consumi.

A luglio scorso, attingendo allo studio citato, sono arrivati a quota 1.071,27 miliardi di euro i salvadanai finanziari delle famiglie e delle imprese in aumento di 32 miliardi rispetto ai 1.039,27 miliardi di luglio 2013 con una crescita del 9,26 per cento.

A testimonianza poi di una diffusa preferenza per la liquidità il comparto che ha registrato la crescita più rilevante è quello dei conti correnti passato tra luglio 2013 e luglio 2014 da 775,87 miliardi a 818,84 miliardi (+5,54 per cento) in aumento di 42,96 miliardi.

Fermo restando che ogni congettura rischi di tramutarsi in un “opinabile ragionamento estimativo” va purtuttavia sottolineato che non è automatico che un incremento di retribuzione si traduca in un incremento di consumo.
Va poi affrontato il delicato tema della previdenza complementare, sempre più importante ed anzi indispensabile nel futuro dei cittadini italiani. Premettendo che l’eventuale normativa che consentisse il trasferimento in busta paga del tfr dovrebbe essere armonizzata con quanto già previsto nel dlgs 252/2005, va ricordato come l’andamento del PIL e quello della inflazione determinano sempre più rischi di inadeguatezza delle pensioni obbligatorie future (nel contributivo anno per anno il montante va rivalutato sulla base delle media del PIL nominale degli ultimi 5 anni) rendendo assolutamente necessario che il cittadino si doti di previdenza complementare. Attingendo al recente Rapporto annuale sulle Tendenze di medio- lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario dellaRagioneria generale dello Stato si sottolinea come l’introduzione della previdenza complementare modifichi notevolmente l’andamento futuro dei tassi di sostituzione. Nel 2060, il tasso di sostituzione lordo passa da 64,2 a 78,7 per cento, per i dipendenti privati, e da 51,8 a 68,9 per cento, per gli autonomi, con un incremento, rispettivamente, di 14,5 punti percentuali e di 17,1 punti percentuali. Confrontando i valori del 2010 e del 2060 si evidenzia un aumento di 4,7 punti percentuali, per i dipendenti privati, e un decremento di 4,1 punti percentuali, per gli autonomi. Con la sola previdenza obbligatoria, le riduzioni sarebbero state, rispettivamente, di 9,9 e 21,3 punti percentuali.

Un effetto analogo si produce sui tassi di sostituzione netti. Nel 2060, i dipendenti privati raggiungono un valore pari al 93,6 per cento, rispetto al 73,6 per cento della sola previdenza obbligatoria. Non basta poi aderire ma serve anche contribuire in maniera, compatibilmente con il proprio bilancio familiare, consistente alla previdenza complementare. La Covip qualche anno fa stimava in un 10 per cento annuo del proprio reddito il “punto di sostenibilità” per costruire una integrazione pensionistica “sufficiente”.

Depauperare il proprio versamento al fondo pensione del tfr (pari al 6,91 per cento della retribuzione) o anche di una quota del tfr potrebbe produrre un effetto impoverimento prospettico, forse attenuabile se l’orizzonte temporale di “carenza” di tfr fosse davvero ristretto.

Passando dal profilo micro al macro, non va dimenticato come lo stesso Governo auspichi un intervento di sostegno all’economia reale degli investitori istituzionali (in primis proprio i fondi pensione) ancora però troppo “sottili” come masse gestite. Secondo dati Bankitalia le attività dei fondi pensione in Italia rappresentano “ solo” il 5,6 per cento del PIL, a fronte di percentuali pari al 96 per cento nel Regno Unito e 75 per cento in USA e alla media dei Paesi europei pari al 21 per cento. Andrebbe allora ben ponderato anche il mancato irrobustimento del fondo pensione quale investitore istituzionale proprio per meglio supportare il rilancio economico.

C’è poi un profilo molto delicato da considerare che riguarda la finanza comportamentale.

In primo luogo un cambio di normativa potrebbe essere controproducente vista la eccessiva proliferazione di leggi in materia previdenziale degli ultimi anni, generando un ulteriore “effetto confusione”. Va distinto poi il bisogno prossimale, quello prossimo cioè, dal bisogno distale, quello lontano nel tempo. La nostra mente tende automaticamente a prediligere il primo, rinviando il secondo, in cui può essere ricompresa proprio la esigenza previdenziale. Tradurre il tfr al servizio del presente, passata l’emergenza, potrebbe costituire una “abitudine” non più modificabile nel futuro facendo ritrasferire il tfr a previdenza complementare.

È vero che “primum vivere, dedinde pilosophari” ma la domanda che ci si dovrebbe porre è: integrare la pensione diversificando il proprio rischio previdenziale, è un filosofare o è piuttosto una necessità immediata?

Fonte: Ipsoa.it

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