Telelavoro e rimborso delle spese telefoniche

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Come incide il rimborso delle spese telefoniche nella determinazione del reddito da lavoro dipendente? E’ possibile quantificare il costo delle telefonate relative alla prestazione lavorativa nel caso di utilizzo promiscuo della linea telefonica? E il costo della navigazione in Internet? E’ preferibile effettuare un rimborso analitico a piè di lista ovvero un rimborso forfettario delle spese telefoniche?

Il telelavoro costituisce una forma di organizzazione e/o di svolgimento del lavoro che si avvale delle tecnologie dell’informazione nell’ambito di un contratto o di un rapporto di lavoro, in cui l’attività lavorativa, che potrebbe anche essere svolta nei locali dell’impresa, viene regolarmente svolta al di fuori dei locali della stessa.
L’utilizzo di strumentazioni tecniche che consentono al dipendente di operare al di fuori della sede aziendale è insito nella stessa modalità con cui viene resa la prestazione lavorativa. Ciò comporta, in primo luogo, la fornitura e l’installazione dei mezzi tecnici (che di regola competono al datore di lavoro, salvo che il telelavoratore non faccia uso di mezzi propri); in secondo luogo, l’uso dei citati mezzi tecnici comporterà delle spese: in particolare, quelle relative alla comunicazione.

A norma dell’art.6 dell’Accordo interconfederale 9 giugno 2004 di recepimento dell’accordo–quadro europeo sul telelavoro concluso il 16 luglio 2002, “ogni questione in materia di strumenti di lavoro deve essere definita prima dell’inizio del telelavoro in conformità a quanto previsto dalla legge e dai contratti collettivi, così come ogni questione in materia di costi”; a norma del c.3 dello stesso articolo “ove il telelavoro venga svolto con regolarità , il datore di lavoro provvede alla compensazione o copertura dei costi direttamente derivanti dal lavoro, in particolare quelli relativi alla comunicazione”.
Da queste disposizioni si deduce che l’onere delle spese telefoniche, in quanto spese relative alla comunicazione, compete al datore di lavoro.

Natura del rimborso 
Partendo dal presupposto che il datore di lavoro deve tenere indenne il telelavoratore delle spese di comunicazione (spese telefoniche comprensive anche, ad esempio, del collegamento internet), nel caso in cui sia lo stesso lavoratore a sostenere direttamente la spesa, dovrà essere previsto un sistema di rimborso della spesa viva da lui affrontata.
L’interrogativo che si pone, al riguardo, è quello di stabilire come debba essere considerato tale rimborso ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente:

• deve essere considerato di natura reddituale tout court? In tal modo, sarebbe assoggettato a imposizione fiscale, contributiva e incidenza dello stesso emolumento nella determinazione dei vari istituti di legge e di contratto collettivo (tfr, tredicesima, ecc.);
• deve essere considerato, al contrario, di natura prettamente ed esclusivamente risarcitoria? In tale veste, non risulterebbe assoggettabile ad imposizione e non avrebbe alcuna incidenza sugli altri istituti contrattuali.

Le disposizioni cardine in materia di determinazione del reddito di lavoro dipendente (art.51 del Tuir e circ.326/1997 dell’Agenzia delle entrate) sembrano propendere per un concetto di onnicomprensività di tale categoria reddituale: costituiscono reddito di lavoro dipendente “tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro”, salve le specifiche eccezioni contemplate dalle stesse norme.

Per ben interpretare il senso delle richiamate disposizioni normative, sembra opportuno differenziare gli emolumenti corrisposti ai lavoratori a seconda che abbiano carattere retributivo ovvero risarcitorio, escludendo dal concetto di retribuzione i rimborsi spese veri e propri, così come le altre indennità aventi funzione meramente risarcitoria e tenendo in considerazione che deve ritenersi avente natura risarcitoria solo il rimborso della diminuzione patrimoniale effettivamente subita, equivalente al danno emergente di stampo civilistico, con esclusione del cosiddetto lucro cessante (Comm. Trib. Reg. Lombardia, sentenza n.65/2002; Comm. Trib. Reg. Sicilia, sentenza n.222/2000; Comm. Trib. Reg. Campania, sentenza n.39/2005; Corte Costituzionale, sentenza n.239/1993).

In tal senso, se la corresponsione di emolumenti da parte del datore di lavoro in dipendenza del rapporto di lavoro costituisce il presupposto stesso della tassabilità , a titolo di reddito di lavoro dipendente, non può, tuttavia, anche costituire il criterio per distinguere le prestazioni risarcitorie da quelle retributive. Tale distinzione deve porsi a monte della qualificazione dell’erogazione dell’emolumento e precedere, quindi, la definizione di reddito di lavoro dettata dall’art.51 del Tuir (Cass. civ., sentenza n.5081/1999).
Un’apertura in questo senso sembra palesarsi anche da parte della stessa Amministrazione finanziaria laddove riconosce specifiche deroghe al principio dell’onnicomprensività (Agenzia delle entrate, ris. n.178/E/2003).

In particolare, secondo quanto afferma la stessa Amministrazione finanziaria:

• non concorrono alla formazione della base imponibile le somme che non costituiscono un arricchimento per il lavoratore (è il caso, ad esempio, degli indennizzi ricevuti a mero titolo di reintegrazione patrimoniale);
• non sono fiscalmente rilevanti, in capo al dipendente, le erogazioni effettuate per un esclusivo interesse del datore di lavoro.

Facendo applicazione dei citati principi e indirizzi interpretativi al caso di specie, sembra potersi attribuire al rimborso delle spese telefoniche natura risarcitoria. Infatti, il rimborso costituisce per il telelavoratore un ristorno della spesa da lui sostenuta e anticipata per conto del datore di lavoro escludendosi, quindi, che si determini in capo allo stesso lavoratore un arricchimento.
In conclusione, l’emolumento corrisposto a titolo di rimborso spese telefoniche non concorre alla determinazione del reddito imponibile fiscalmente e contributivamente e non incide, altresì, ai fini della determinazione degli istituti indiretti.

Modalità operative 
Con riferimento alle modalità concrete attraverso cui effettuare il rimborso delle spese telefoniche, le soluzioni prospettabili, in astratto e in conformità a quanto è previsto dal sistema per altre fattispecie, sono quelle del rimborso analitico a piè di lista ovvero un rimborso forfettario.
Per quanto riguarda la prima modalità si tratta, in sostanza, di rimborsare al dipendente il costo della bolletta telefonica previa presentazione della stessa a titolo di giustificativo della spesa sostenuta. Operazione che in prima approssimazione appare semplice.
Tuttavia, in pratica, tale operazione potrebbe non essere così scontata. La premessa iniziale, infatti, è quella per cui il rimborso è effettuato in funzione della spesa sostenuta per la prestazione lavorativa.

Invero l’ipotesi di utilizzo della propria linea telefonica da parte del telelavoratore solo ed esclusivamente per fini lavorativi può essere ammessa; e in tale caso non emerge nessuna questione sulla legittimità del rimborso integrale dell’importo della bolletta telefonica. Tuttavia, l’ipotesi che si suppone si realizzi più frequentemente è un utilizzo promiscuo della linea telefonica, ossia sia per fini privati che per fini di lavoro. In tale caso andrebbe quantificato e distinto quanto è relativo alla prestazione lavorativa da quanto è relativo alla sfera personale.

Un sistema di bolletta telefonica “parlante”, ossia che riporta tutte le chiamate effettuate dall’utente, consentirebbe di determinare il costo delle telefonate lavorative. A questo riguardo ai fini della prova che si tratti di telefonata di lavoro, è possibile confrontare il numero di telefono esposto sulla bolletta con i numeri di telefono di coloro che a vario titolo (fornitori, clienti, ecc.) intrattengono rapporti con il datore di lavoro.
Ci si rende conto che l’operazione in concreto potrebbe presentarsi macchinosa (comportando, altresì, problemi dal punto di vista della privacy).
Questo sistema appare, inoltre, inapplicabile per determinare il costo dell’eventuale navigazione in internet: se, infatti, dalla bolletta è possibile verificare il costo della connessione ad internet, al contrario non né possibile stabilire per quale utilizzo la navigazione è stata effettuata.

Un interrogativo ulteriore concernente la documentazione della spesa riguarda l’intestazione della stessa bolletta telefonica. Potrebbe, infatti, verificarsi che la bolletta non sia intestata al telelavoratore, ma ad un soggetto diverso: coniuge, ascendente, parente, convivente.
A stretto rigore, in questo caso andrebbe dimostrata l’appartenenza al nucleo familiare dell’intestatario e conseguentemente la convivenza nella stessa unità abitativa a cui è collegata la linea telefonica.
Maggiormente praticabile è la seconda soluzione, ossia quella del rimborso forfettario. Tuttavia, in mancanza di disposizioni contrattuali o normative che lo prevedono e ne stabiliscono criteri per la sua determinazione ci si esporrebbe al rischio di contestazione da parte dell’Amministrazione finanziaria in termini di inerenza del rimborso alla prestazione lavorativa e in termini di legittimità di una statuizione unilaterale del datore di lavoro.

Conclusione 
La soluzione alla questione del trattamento delle spese telefoniche nel telelavoro sotto il profilo dell’imponibilità fiscale e contributiva e dell’incidenza sugli altri istituti contrattuali del loro rimborso è stata prospettata sulla base di un’analisi sistemica del quadro normativo e giurisprudenziale in materia di determinazione del reddito di lavoro dipendente.
Sullo specifico tema in trattazione, infatti, non sussistono specifiche pronunce e riferimenti normativi.
A questo punto, sarebbe opportuno, di fronte al caso concreto, proporre istanza di interpello all’Amministrazione finanziaria magari prospettando la soluzione sulla base delle argomentazioni sopra esposte.

Fonte: www.shop.wki.it

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