Superamento del periodo di comporto: licenziamento intimato dopo l’esaurimento dell’aspettativa

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Il licenziamento per superamento del periodo di comporto, intimato pochi giorni dopo l’esaurimento della aspettativa successiva alla malattia, non può considerarsi illegittimo. La concessione, di fatto, da parte del datore di lavoro, del periodo di aspettativa previsto dal c.c.n.l. di categoria, ancorché richiesto allorquando il periodo di comporto sia già esaurito, non elimina l’effetto di giustificare l’assenza sino allo scadere del periodo di aspettativa, restando escluso che il licenziamento intimato pochi giorni dopo l’esaurimento della detta aspettativa, possa considerarsi illegittimo, sia sotto il profilo della rinuncia tacita al recesso per superamento del comporto, sia sotto il profilo dell’affidamento del dipendente circa la prosecuzione del rapporto.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di licenziamento per superamento del periodo di comporto, in particolare precisando che in caso di malattia del dipendente, la concessione, di fatto, da parte del datore di lavoro, del periodo di aspettativa previsto dal c.c.n.l. di categoria, ancorché richiesto allorquando il periodo di comporto sia già esaurito, non elimina l’effetto di giustificare l’assenza sino allo scadere del periodo di aspettativa, restando escluso che il licenziamento intimato pochi giorni dopo l’esaurimento della detta aspettativa, possa considerarsi illegittimo, sia sotto il profilo della rinuncia tacita al recesso per superamento del comporto, sia sotto il profilo dell’affidamento del dipendente circa la prosecuzione del rapporto.

Superamento del periodo di comporto e tardività del licenziamento
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una dipendente contro l’istituto di credito che ne aveva disposto il licenziamento per superamento del periodo di comporto.
In breve, i fatti.

Con ricorso al Tribunale, F.C., già dipendente del Banco di Roma e quindi di UNICREDIT s.p.a., esponeva di essere stata oggetto di comportamenti vessatori da parte della Banca sin dal 2005; che a causa di ciò si era assentata per malattia dall’aprile 2006; che in data 27.12.06 il suo periodo di comporto era scaduto; che a seguito di nota della Banca (26.1.07) presentava domanda di aspettativa che veniva accolta; che nel corso dell’aspettativa, in data 1.8.07, veniva trasferita in B.; che in data 31.8.07 la Banca le comunicava che anche il periodo di aspettativa si era esaurito il 28.8.07, sicché veniva invitata a riprendere servizio presso la sede di B.; che in data 4.9.07 veniva licenziata per superamento del comporto.

La dipendente contestava il licenziamento, chiedendo la reintegra nel posto di lavoro con le conseguenze di cui all’art. 18 L. n. 300\1970, oltre al risarcimento del danno biologico.

Il Tribunale accoglieva la domanda, ad eccezione di quella risarcitoria.
Proponevano appello sia la UNICREDIT s.p.a. che la lavoratrice.

La Corte d’appello, riuniti i gravami, li rigettava entrambi, ritenendo in particolare che il licenziamento era stato intimato dopo nove mesi dal superamento del periodo di comporto.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la UNICREDIT s.p.a., in particolare lamentando che, a differenza del licenziamento disciplinare, nel licenziamento per superamento del periodo di comporto non vi è un principio di immediatezza del recesso, sussistendo all’opposto un ragionevole spatium deliberandi da parte del datore di lavoro al fine di valutare l’utilità ed opportunità della cessazione del rapporto di lavoro nel contesto dato. In ogni caso solo dal momento dell’effettivo rientro in servizio del lavoratore assente per malattia poteva valutarsi una effettiva e prolungata inerzia del datore di lavoro contrattualmente significativa.

Evidenzia che nella specie dopo la fruizione del periodo di comporto la lavoratrice aveva richiesto il periodo di aspettativa previsto dal c.c.n.I., che le era stato riconosciuto, sicché non poteva parlarsi di inerzia della datrice di lavoro o di tacita rinuncia al diritto di recesso.

Né poteva concordarsi con l’affermazione contenuta nella sentenza secondo cui l’aspettativa venne concessa al di fuori dei limiti temporali previsti dal c.c.n.I., avendo la dipendente richiesto l’ulteriore periodo di assenza a decorrere dal giorno di esaurimento del periodo di comporto; che comunque non poteva sanzionarsi la Banca per aver concesso l’aspettativa richiesta al solo fine di consentire alla lavoratrice di recuperare appieno le sue energie psicofisiche e di riprendere il servizio.

Parimenti non era condivisibile il rilievo dato dalla sentenza al trasferimento in B. del 1.8.07, non trattandosi di atto di gestione del rapporto lavorativo, avendo la Banca solo dato seguito, durante il concesso periodo di aspettativa, ad una esplicita richiesta della lavoratrice in tal senso per ragioni familiari.

Al termine dell’aspettativa la Banca aveva poi invitato la lavoratrice a riprendere il servizio, pena la risoluzione del rapporto.

Fine del periodo di comporto e inizio del periodo di aspettativa
La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte, ma che per la sua importanza dev’essere ribadito in questa sede.

Orbene, sul punto ricordano i Supremi Giudici che la sentenza, infatti, aveva ritenuto fondamentalmente che l’azienda avesse atteso ‘ben nove mesi dal superamento del periodo di comportò per licenziare la lavoratrice, senza considerare che in concomitanza dello scadere del comporto stesso (27.12.06) la lavoratrice aveva richiesto di usufruire dell’aspettativa prevista dal c.c.n.l. di categoria, scaduta alla fine di agosto 2007, con invito della Banca a riprendere servizio (31.8.07), pena il recesso, che in effetti intervenne in data 4.9.07.

Deve dunque notarsi che nel caso di concessione di un periodo di aspettativa, successivo a quello di malattia, i limiti temporali per poter procedere al licenziamento per superamento del periodo di comporto devono essere ulteriormente dilatati, in modo da comprendere anche la durata dell’aspettativa.
Non rileva al riguardo che l’aspettativa sarebbe stata concessa dopo l’esaurimento del periodo di comporto, in difformità di quanto previsto dall’art. 50 del c.c.n.l. di categoria, rilevando piuttosto, per i fini che qui interessano (eventuale rinuncia tacita al recesso) che la dipendente abbia richiesto l’aspettativa prevista dal c.c.n.l. e che la Banca, considerata la situazione personale della lavoratrice, l’abbia concessa.

In sostanza in tal caso, al pari del trasferimento in B. a valere dal momento della ripresa del servizio (29.8.07), non può parlarsi in alcun modo di rinuncia tacita al recesso per superamento del periodo di comporto (avendo peraltro il datore di lavoro invitato la lavoratrice a riprendere servizio appena scaduto il periodo di aspettativa), essendo a tal fine necessario valutare il comportamento del datore di lavoro dal momento della ripresa del servizio (a seguito della fruizione del comporto e di aspettativa comunque concessa e sempre connessa allo stato di malattia) che si traduca in una prolungata inerzia datoriale, sintomatica della volontà di rinuncia al potere di licenziamento e tale da ingenerare un corrispondente incolpevole affidamento da parte del dipendente, gravando peraltro su quest’ultimo l’onere di provare tale circostanza.

Resta poi fermo il principio, più volte enunciato dalla Cassazione, secondo cui nel licenziamento per superamento del periodo di comporto per malattia (ivi compresa l’eventuale aspettativa concessa) l’interesse del lavoratore alla certezza della vicenda contrattuale va contemperato con un ragionevole “spatium deliberandi” che va riconosciuto al datore di lavoro perché egli possa valutare nel complesso la convenienza ed utilità della prosecuzione del rapporto in relazione agli interessi aziendali,
Nella specie il recesso seguiva di pochi giorni la cessazione del periodo di aspettativa.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso dell’istituto di credito.

Rilievi pratico-operativi
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., in caso di malattia del dipendente, la concessione, di fatto, da parte del datore di lavoro, del periodo di aspettativa previsto dal c.c.n.l. di categoria, ancorché richiesto allorquando il periodo di comporto sia già esaurito, non elimina l’effetto di giustificare l’assenza sino allo scadere dei periodo di aspettativa, restando escluso che il licenziamento intimato pochi giorni dopo l’esaurimento della detta aspettativa, possa considerarsi illegittimo, sia sotto il profilo della rinuncia tacita al recesso per superamento del comporto, sia sotto il profilo dell’affidamento del dipendente circa la prosecuzione del rapporto.

Fonte: Ipsoa.it

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