Suicidarsi per il lavoro? No Grazie!

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Dove sono finiti i soldi che dovevano servire per creare posti di lavoro?”. L’ha chiesto, pubblicamente, la disperata mamma dell’ultimo (finora) suicida per mancanza di lavoro. Dove sono finiti? Purtroppo è semplice rispondere. Sono finiti a mantenere un inutile ministro 1-2-x per la disintegrazione dell’Italia.

Sono finiti a pagare le missioni delle navi italiane che vanno a prendere direttamente i clandestini dall’altra parte del Mediterraneo, per offrire un viaggio comodo e per creare decine di migliaia di altri disperati pronti ad accettare lavori a prezzi ridotti, in modo da creare disoccupazione tra gli italiani. I soldi sono finiti per migliorare i campi Rom e per pagare i danni provocati dai Rom che rubano il rame e bloccano i treni. Sono finiti per pagare uno stipendio decoroso (superiore all’ipotetico reddito di cittadinanza per gli italiani) ai rifugiati che non fanno nulla.

Sono serviti per offrire sanità e scuole gratuite a tutti gli ospiti non invitati, ai loro figli, e le pensioni ai loro parenti. E non importa se non hanno mai versato un centesimo alle casse del fisco italiano: a quello provvedono i parenti dei suicidi italiani.

I soldi sono finiti nelle tangenti ai politici, sono finiti a pagare le mutande della giunta Cota e gli immensi contributi concessi dalla giunta Bresso (sempre in Piemonte) per la farsa Rossignolo-De Tomaso (ma i media se lo son dimenticato). I soldi son finiti a pagare le pensioni d’oro – quelle vere, non quelle di 3mila euro lordi – di quelli che han deciso che una riduzione delle loro pensioni, solo delle loro, sarebbe anticostituzionale.

Son finiti nei costi provocati dall’incapacità del ministro Bonino di gestire la vicenda dei marò in India, con conseguenti trasferte delle famiglie mentre il ministro si occupa di tutt’altro. Sono finiti – e in questo caso han persino ragione i giuslavoristi renziani e montiani – nella creazione di posti di lavoro ma non di lavoro. Gente pagata per far nulla, ma solo in alcune zone del Paese. Sono finiti nelle enormi spese per i danni provocati da fiumi, piogge, frane, mentre vengono negati i soldi per la prevenzione: servirebbero meno soldi per gli investimenti e si creerebbe lavoro vero, ma l’Italia di questi politici preferisce la cultura dell’emergenza poiché consente di operare in “zone grige” dove è più facile arricchirsi. Sono finiti, i soldi, nel mantenimento di agenzie per l’impiego che creano impiego solo per chi ci lavora dentro.

Ma si potrebbe continuare a lungo, tra furti ed errori, tra incapacità e favori. Intanto giovani e anziani continuano a suicidarsi. Nell’indifferenza del governo Alfetta, nell’indifferenza dei presidenti di Camera e Senato, nell’indifferenza degli aspiranti cardinali trombati.

La statistica indica in 119 i suicidi per ragioni economiche nel corso del 2013. Sono di più, molti di più. E se vicino a Torino un uomo rimasto senza lavoro uccide la famiglia intera prima di suicidarsi, per le statistiche il morto da disoccupazione è solo 1, gli altri non vengono considerati. D’altronde non li ha considerati neppure il vescovo di Torino, il signor Nosiglia che, non a caso, ha preferito un viaggio in Africa ai funerali dei 4 morti per disperazione.

Ora basta. Dopo il suicidio di Gabriele Cipolla, disoccupato ventinovenne di Varese, che dopo essersi allontanato da casa nella giornata del 7 gennaio, è stato ritrovato senza vita nella propria autovettura nella sera del 9 gennaio insieme ad alcuni biglietti scritti di suo pugno nei quali chiedeva perdono per l’estremo gesto, e con i quali elencava le ragioni che lo hanno indotto a togliersi la vita, ora il popolo ha detto basta.

Il suicidio di Gabriele è infatti l’ultimo di una lunga serie; solo nel 2013 i suicidi ascrivibili a cause legate alla mancanza di lavoro, sopratutto per i più giovani che pagano colpe e malaffari di cui non hanno alcuna responsabilità, e alla grave condizione di crisi economica, che per molti significa chiudere la propria attività o, magari, privare i propri cari di beni di prima necessità, sono stati la bellezza di 113, un numero pazzesco, troppo poco inoltre al centro dell’interesse dei media.

Ebbene la tragedia che ha colpito la famiglia Cipolla questa volta ha fatta breccia nel cuore degli italiani: stanchi di dover contare i propri morti per ragioni che non stanno su questa terra, come il diritto di avere un lavoro, un contratto e una vita dignitosa, principi che per i nostri genitori erano sacrosanti, mentre per le nuove generazioni rappresentano una chimera se non una mera utopia, sta prendendo forma la volontà condivisa da un nutrito gruppo di cittadini di arrivare ad esporre querela ai vari governi che in questi anni si sono avvicendati nell’amministrazione della cd. ‘cosa pubblica’, con l’accusa, niente a fatto banale, di ‘istigazione al suicidio’.

Una notizia questa che ha iniziato a circolare subito dopo il ritrovamento del cadavere del povero Gabriele, che si è diffusa ulteriormente grazie al Tam Tam dei socialnetwork: l’iniziativa è nata, infatti, da una pagina evento su facebook, e degli oltre 200mila invitati, in soli pochi giorni sono stati più di 10mila coloro che ne hanno aderito. Insomma il popolo comincia a ribellarsi alla mattanza del fisco e alla moria del lavoro.

Da oggi 13 gennaio gli italiani, infatti, potranno presentarsi alle stazioni dei carabinieri ed esporre denuncia al governo per ‘istigazione al suicidio’, così come tra l’altro disciplinato dall’art. 580 del codice penale. Gli italiani che vogliano aderire all’iniziativa potranno da ora affidarsi all’esperienza legale degli avvocati Grazia Antonio Romano e Paolo Sannino, entrambi di Potenza, così come a quella di Carlo Taormina di Roma e Irmici Giuseppe di San Severo, in provincia di Foggia. Secondo l’attuale ordinamento giuridico, spiegano i legali, il governo è infatti perseguibile per il reato di istigazione al suicidio in quanto non ha fatto il possibile, se non addirittura nulla, per i cittadini, di cui è solo ‘rappresentante’, un’indifferenza tra l’altro confermata dall’assenza totale di numeri telefonici e/o istituzioni in grado di aiutare le famiglie in crisi, così come i singoli caduti in un grave stato di malessere psicologico, per il quale solo la morte sembra infatti dare un sollievo.

La relazione disoccupazione-depressione, inoltre, non è propriamente una novità, e non ci vuole poi una laurea per capire che coloro che vivono in un grave stato di degenza, sono i primi a correre rischi per la propria salute mentale, e purtroppo in certi anche a mettere in pericolo quella degli altri. I legali che si stanno muovendo per la class action sono determinati e hanno già preparato, fanno sapere, un modulo della denuncia che è possibile trovare sulla pagina web Affaritaliani.it, o su il quotidiano Libero. E’ difficile, tuttavia, che l’iniziativa legale contro i vertici governativi possa avere delle conseguenze penali e giuridiche, ma rimarrà certamente l’alto valore simbolico e probabilmente la consapevolezza che non siamo poi così soli.

Alla fine ragazzi la colpa della di tutto non è vostra! Se non trovate un posto di lavoro, non significa che siete incompetenti o non valete nulla. Non lasciate che per colpa di altri che non sono in grado di mettere in moto gli ingranaggi lavorativi, voi siate costretti a questi gesti estremi. Nulla vale più della vostra vita!

Questa è la mia personalissima opinione, ma spero che almeno in parte la condividiate

Fonte: Andrea – Redazione di Lavorofisso.com

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