Sportivi professionisti: reintegra per licenziamento illegittimo

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La Sezione lavoro della Cassazione ha affermato il principio ai fini della verifica della sussistenza del requisito dimensionale per la reintegra del lavoratore licenziato, nel rapporto di lavoro sportivo, possono essere computati non solo i calciatori ma anche i collaboratori del settore sportivo.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una società di calcio e un dipendente della medesima.
La Corte d’appello, accogliendo l’impugnazione principale di M.S. e respingendo quella incidentale della A.C. S. S.p.A., ha ordinato la reintegra del M. nel posto di lavoro ed ha condannato la predetta società a corrispondergli, detratto il percepito per attività dal medesimo svolta presso altra parte datoriale, le retribuzioni maturate dal licenziamento alla effettiva reintegra, comprensivi di rivalutazione ed interessi legali.

La Corte d’appello ha spiegato che, pur essendo incontestata la circostanza della effettività della riorganizzazione della società, messa in atto a seguito della promozione della squadra nel massimo campionato di calcio italiano, era emersa la radicale illegittimità del licenziamento del M. dovuto a motivi non basati sulle esigenze oggettive della soppressione del posto e delle funzioni del lavoratore, bensì sulla stessa presenza del funzionario, che rappresentava la continuità rispetto alla passata gestione della società che si voleva, invece, senza ragione, evitare. Al riguardo la Corte ha specificato che i compiti di segretario generale del lavoratore licenziato non erano stati eliminati, ma semplicemente suddivisi per la gestione amministrativa, contabile e sportiva della società calcistica.

Contro la sentenza d’appello ha proposto ricorso per cassazione la società A.C. S. S.p.A., in particolare sostenendo che, ai fini del requisito dimensionale la Corte d’appello non avrebbe potuto computare, unitamente ai lavoratori del settore amministrativo, i collaboratori del settore sportivo, i quali non erano lavoratori dipendenti e facevano parte di un ordinamento contraddistinto dalla normativa speciale (legge n.91/1981).

La Cassazione ha però respinto il ricorso della società calcistica, affermando un interessante principio, di cui merita un sintetico approfondimento il percorso logico – giuridico seguito.

In particolare, gli Ermellini hanno osservato che la legge 23 marzo 1981 n.91, in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti, detta regole per la qualificazione del rapporto di lavoro dell’atleta professionista, stabilendo specificamente all’art. 3 i presupposti della fattispecie in cui la prestazione pattuita a titolo oneroso costituisce oggetto di contratto di lavoro subordinato, mentre per le altre figure di lavoratori sportivi contemplate nell’art.2 (allenatori, direttori tecnico sportivi e preparatori atletici) la sussistenza o meno del vincolo di subordinazione deve essere accertata di volta in volta nel caso concreto, in applicazione dei criteri forniti dal diritto comune del lavoro.

Ciò premesso, i giudici della Suprema Corte hanno osservato che, nella fattispecie, non era stato negato che era il vincolo della subordinazione a legare all’epoca dei fatti di causa i calciatori alla relativa società, per cui correttamente la Corte di appello aveva tenuto conto di tali lavoratori subordinati ai fini della verifica della sussistenza del requisito dimensionale previsto dallo Statuto dei lavoratori per l’applicazione della tutela reale assicurata dalla stessa legge.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, una volta che sia stata riscontrata l’effettiva volontà di riorganizzazione della società, il licenziamento del lavoratore per motivi non basati sulle esigenze oggettive della soppressione del posto e delle funzioni del lavoratore, ma fondati sulla volontà di liquidare il dipendente non più gradito, in quanto rappresenti la continuità con la passata gestione, è illegittimo: in tal caso, infatti, viene a mancare il nesso oggettivo tra la ristrutturazione aziendale e la risoluzione del rapporto.

Fonte: Ipsoa.it

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