Sottratti al controllo giurisdizionale i motivi della riduzione di personale

0
10

Con riferimento ai licenziamenti collettivi, al controllo giudiziale è estranea la verifica dell’effettività e ragionevolezza dei motivi che giustificano, nelle enunciazioni dell’imprenditore, la riduzione di personale, cosicché il lavoratore licenziato è abilitato a far valere l’inesistenza del potere di recesso per violazione delle regole della procedura ovvero la lesione del diritto ad una scelta imparziale per violazione dei criteri stabiliti dalle legge o dall’accordo sindacale.

Il caso trae origine dal contenzioso che ha visto protagonisti Poste Italiane S.p.A. ed una dipendente, destinataria di un provvedimento di licenziamento per riduzione di personale.

Quest’ultima aveva citato in giudizio la S.p.A. POSTE ITALIANE per sentir dichiarare l’inefficacia dell’atto di risoluzione del rapporto di lavoro adottato nei suoi confronti ed il riconoscimento del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro da lei occupato, con le conseguenti statuizioni di ordine risarcitorio, retributivo e previdenziale, in esito alla procedura prevista dagli artt.4 e 24 della legge n.223 del 1991.

La società sosteneva la legittimità della procedura di licenziamento collettivo sia sotto il profilo dell’attinenza al dato formale richiesto dalla legge n.223/1991, sia sotto l’aspetto delle esigenze sostanziali sottese alla riduzione di personale, sia con riguardo alla ratio legis, costituita dalla necessità di individuare le soluzioni che meglio contemperassero le esigenze dell’impresa con l’impatto sociale della procedura.

Sia il tribunale che la Corte d’appello davano ragione alla società.
La donna, quindi, decideva di ricorrere in cassazione, sostenendo che l’azienda si era limitata, con riguardo all’indicazione del personale in esubero, ad allegare, per giustificare un taglio di 9000 posti di lavoro, una scarna tabella indicante il personale in eccesso ripartito per “regione” e per “aree funzionali”; inoltre, sosteneva la mancata ed insufficiente indicazione dei motivi dell’esubero e la mancata indicazione del personale abitualmente impiegato nonché la mancata puntuale indicazione delle modalità di applicazione dei criteri di scelta con riferimento ai requisiti pensionistici in possesso dei lavoratori.

La Cassazione ha, però, respinto il ricorso della lavoratrice, confermando la legittimità del licenziamento collettivo, osservando che la qualificazione del licenziamento in base al progetto di riduzione del personale con effetti sociali rilevanti comporta, in attuazione dell’art.41 Cost., che l’imprenditore sia vincolato non nell’anno della decisione ma soltanto nel quomodo, essendo obbligato allo svolgimento della procedura prevista dalla legge (art.4, legge n.223/1991) che realizza così lo scopo di procedimentalizzare il potere di recesso, il cui titolare è tenuto non più a mere consultazioni, ma a svolgere una vera e propria trattativa con i sindacati secondo il canone della buona fede; l’operazione imprenditoriale diretta a ridimensionare l’organico si scompone, infine, nei singoli licenziamenti, ciascuno giustificato dal rispetto dei criteri di scelta, legali o stabiliti da accordi sindacali, ma entro una cerchia di soggetti delimitati dal “nesso di causalità”, ossia dalle esigenze tecnico-produttive ed organizzative poste a base della scelta imprenditoriale.

Ai due livelli descritti, l’uno collettivo-procedurale, l’altro individuale – causale, corrisponde l’ambito del controllo giudiziale, cui è estranea, per gli Ermellini, la verifica dell’effettività e ragionevolezza dei motivi che giustificano, nelle enunciazioni dell’imprenditore, la riduzione di personale, cosicché il lavoratore licenziato è abilitato a far valere l’inesistenza del potere di recesso per violazione delle regole della procedura (inefficacia del negozio risolutivo), ovvero la lesione del diritto ad una scelta imparziale per violazione dei criteri stabiliti dalle legge o dall’accordo sindacale (annullamento del licenziamento).

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza, in quanto per la Cassazione una volta che la procedura si sia svolta nel rispetto degli adempimenti previsti dalla legge 23 luglio 1991, n.223, condotte datoriali quali l’assunzione di nuovi lavoratori o la richiesta di svolgimento di lavoro straordinario, dopo il licenziamento, sono irrilevanti, risultando esse inidonee ad incidere sulla validità del licenziamento stesso.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here