Sopraggiunta disabilità: licenziamento discriminatorio o per prestazione non proficua?

0
63

In tema di licenziamento, deve ritenersi sorretto da natura discriminatoria il licenziamento in difetto di prova della non proficuità della prestazione lavorativa, ove il presupposto di fatto del recesso datoriale sia costituito dalla malattia del dipendente che rappresenti esclusiva ragione del licenziamento, non essendo sufficiente a giustificare il recesso l’omessa rivelazione della propria condizione di morbilità nel perdurante svolgimento della prestazione lavorativa. La Cassazione osserva come il licenziamento è stato intimato al lavoratore sulla base della sola contestazione di avere appreso l’ente datore in ritardo, rispetto all’accertamento, il riconoscimento al proprio dipendente dello status di invalido civile. Ovvero, dall’acquisito status di invalidità del dipendente ne è derivato il recesso dal rapporto da parte del datore di lavoro; recesso, quindi, motivato da ragioni discriminatorie.

Quando la patologia del lavoratore diviene presupposto di fatto del non proficuo svolgimento della prestazione lavorativa che legittima il licenziamento?

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di licenziamento, in particolare precisando che deve ritenersi sorretto da natura discriminatoria il licenziamento in difetto di prova della non proficuità della prestazione lavorativa, ove il presupposto di fatto del recesso datoriale sia costituito dalla malattia del dipendente che rappresenti esclusiva ragione del licenziamento, non essendo sufficiente a giustificare il recesso l’omessa rivelazione della propria condizione di morbilità nel perdurante svolgimento della prestazione lavorativa.
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente contro l’Ente suo datore di lavoro.
In breve, i fatti.

Handicap fisico: licenziamento discriminatorio o non proficuo svolgimento della prestazione?

La Corte d’appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado (che aveva accertato la nullità del licenziamento intimato il 20 agosto 2007 dall’Ente nei confronti del proprio dipendente A.P. in quanto discriminatorio per la sua condizione di non vedente e condannato la prima alla reintegrazione del secondo nel posto di lavoro ed al pagamento, in suo favore a titolo risarcitorio, di somma pari alle retribuzioni maturate dal licenziamento all’effettiva reintegrazione, rigettandone tuttavia le domande di qualificazione dirigenziale e risarcitorie per danni biologico, patrimoniale e non, morale e all’immagine), dichiarava il licenziamento illegittimo e condannava la società datrice, al pagamento, in suo favore a titolo risarcitorio, di somma pari a sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita, oltre rivalutazione ed interessi.

A motivo della decisione, la Corte d’appello, quanto al licenziamento, oggetto di appello principale della società datrice, ne negava la nullità, riconoscendone piuttosto l’illegittimità, per essere la condizione di non vedente del lavoratore (non già ragione di discriminazione), ma presupposto di fatto del contestato non proficuo svolgimento della prestazione lavorativa, non integrante neppure giusta causa né giustificato motivo soggettivo: con la conseguente illegittimità del licenziamento e la coerente tutela obbligatoria, tenuto conto della natura e delle dimensioni della datrice, con liquidazione del danno alla stregua dei criteri indicati dall’art.8 I. 604/1966.

I rilievi della Corte di Cassazione
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il lavoratore, per quanto qui di interesse dolendosi per il mancato riconoscimento della natura discriminatoria del licenziamento in difetto di prova della non proficuità della prestazione lavorativa, di cui ravvisata la condizione di cecità del lavoratore presupposto di fatto, invece esclusiva ragione del licenziamento.

La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte, ma che per la sua importanza dev’essere ribadito in questa sede.

Conoscenza in ritardo dell’handicap fisico: licenziamento discriminatorio
Orbene, sul punto, la Cassazione osserva come il licenziamento è stato intimato al lavoratore sulla base della contestazione di avere appreso l’ente datore in ritardo, rispetto all’accertamento, il riconoscimento al proprio dipendente dello status di invalido civile, in quanto non vedente.

E da ciò la conseguenza tratta, senza disposizione di alcun accertamento sanitario a norma della L. 300/1970, del non avere “almeno a far data dal riconoscimento della … patologia, … più reso proficuamente le prestazioni per le quali … assunto e dedotte in contratto attuando artifizi per occultare tale condizione”, con la conclusione apodittica, per cui: “In ogni caso se è vero che Lei è stato riconosciuto invalido civile in quanto non vedente e che per tale ragione beneficia delle provvidenze di legge, è indubbio come tale condizione La renda inidoneo alle mansioni dedotte in contratto”.

Il tenore letterale della lettera, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte d’appello e secondo quanto invece a suo tempo accertato dal Tribunale, radica il convincimento che proprio la condizione di non vedente del lavoratore sia stata la ragione esclusiva del licenziamento intimatogli: tanto più che la stessa Corte aveva contraddittoriamente rilevato che “la incapacità a rendere proficuamente la prestazione di lavoro è correlata non ad effettive disfunzioni rilevate nello svolgimento dei compiti di pertinenza del P., posto che nessun fatto specifico gli viene rimproverato, ma alla sua condizione di invalidità … che non ha impedito però al P., almeno fino a che è durato il rapporto, di svolgere le sue attività”.

Ed inoltre, neppure è emerso, secondo l’accertamento condotto dalla Corte d’appello, che il predetto facesse lavorare al proprio posto altri impiegati: con ciò neppure configurandosi gli “artifizi” contestati, certamente non integrati da un’omessa rivelazione della propria condizione di handicap visivo, nel perdurante svolgimento della prestazione lavorativa.

L’assunto della consistenza dello stato di cecità del lavoratore, non già quale ragione esclusiva del licenziamento, ma quale presupposto di fatto della non proficuità della prestazione lavorativa appare poi smentito dall’accertato difetto di prova al riguardo: “atteso che l’U. non ha dato prova del fatto che la condizione di carenza visiva abbia ostacolato la capacità del P. di rendere proficuamente la prestazione, avendo ciò affermato come ipotetica conseguenza della cecità, ma mai provato”.

Ed allora appaiono integrate le violazioni di legge denunciate, per la non corretta sussunzione della concreta fattispecie accertata in quella astratta regolata dagli artt.3 l.108/1990 e 15 l.300/1970, in ordine al licenziamento per ragioni di discriminazione da handicap.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso del lavoratrice.
Rilievi pratico-operativi derivanti dalla decisione

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., in tema di licenziamento, deve ritenersi sorretto da natura discriminatoria il licenziamento in difetto di prova della non proficuità della prestazione lavorativa, ove il presupposto di fatto del recesso datoriale sia costituito dalla malattia del dipendente che rappresenti esclusiva ragione del licenziamento, non essendo sufficiente a giustificare il recesso l’omessa rivelazione della propria condizione di morbilità nel perdurante svolgimento della prestazione lavorativa.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here