Socio coop lavoratore: esclusione e licenziamento, contestazione con opposizione alla delibera

0
210

La mancata opposizione da parte del socio della cooperativa alla delibera di esclusione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e il licenziamento intimato. Nel caso in cui la esclusione del socio dalla società cooperativa venga disposta con delibera assembleare, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini di decadenza previsti dalla legge (art.2533 c.c.), e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacché il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dalla legge (art.5, comma 2, legge n.142/2001), rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di licenziamento dei soci delle società cooperative, in particolare precisando che ove la esclusione del socio dalla società cooperativa venga disposta con delibera assembleare, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini di decadenza previsti dalla legge (art.2533 c.c.), e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacché il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dalla legge (art.5, comma 2, legge n.142/2001), rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento. Giudizio di merito: impugnazione del licenziamento

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una società cooperativa contro due socie lavoratrici.

In breve, i fatti.
La Corte di appello ha accolto il reclamo ex art.1, comma 58, della legge n.92/2012 (c.d. rito Fornero) proposto da R.M. e R.P. avverso la sentenza del Tribunale, che, all’esito della fase di opposizione, aveva respinto le domande volte ad ottenere la dichiarazione di illegittimità dei licenziamenti intimati dalla CO.PA.T. Società Cooperativa e la condanna della società al pagamento della indennità risarcitoria prevista dall’art.18, comma 5, della legge n.300/1970.

Le ricorrenti, socie lavoratrici, avevano agito in giudizio lamentando il mancato rispetto della procedura prevista dalla legge n.223/1991 o, in subordine, dall’art.7 della legge n.604/1966, come modificato dalla legge 28.6.2012 n.92.

Il Tribunale, all’esito della fase sommaria, aveva dichiarato la inefficacia dei recessi, perché intimati senza il preventivo espletamento della procedura prevista per i licenziamenti collettivi, ma aveva ritenuto la inapplicabilità dell’art.18 della legge n.300/1970, in quanto le ricorrenti erano state escluse dalla cooperativa e solo nelle note difensive avevano posto in discussione la esistenza e la legittimità della delibera. Ad avviso del giudice della fase sommaria la avvenuta esclusione comportava la applicabilità dell’art. 8 della legge n.604/1966, sicché la cooperativa veniva condannata a riassumere le lavoratrici entro tre giorni dalla pronuncia o, in difetto, a corrispondere alle stesse cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita.

A seguito della opposizione proposta dalle sole lavoratrici, il Tribunale respingeva integralmente le domande, richiamando il disposto dell’art.5 della legge n.142/2001, come modificato dalla legge n.30/2003, ed evidenziando che la esclusione delle socie lavoratrici aveva determinato l’automatica estinzione anche dei rapporti di lavoro subordinato.

Delibera di esclusione da impugnare

Aggiungeva il Tribunale che le lavoratrici, con il ricorso, pur dando atto della esclusione, avevano impugnato solo il licenziamento e non avevano in alcun modo censurato la delibera con la quale l’esclusione stessa era stata disposta.

Nell’accogliere il reclamo proposto dalle socie lavoratrici la Corte di Appello ha osservato che si era formato giudicato interno sul capo della ordinanza con il quale era stata dichiarata la inefficacia del licenziamento collettivo.

Ad avviso della Corte d’appello infatti, nell’ipotesi di soccombenza parziale all’esito della fase sommaria, entrambe le parti soccombenti sono tenute a proporre opposizione nel termine perentorio stabilito dall’art.1, comma 51, della legge n.92/2012, e solo in tal caso il giudice, previa riunione delle opposizioni, può riesaminare integralmente la fattispecie.

La Corte d’appello accertava, inoltre, la inesistenza della delibera di esclusione, poiché nel verbale del consiglio di amministrazione era stato solo dato atto della comunicazione del Presidente, il quale si era limitato ad una mera informativa, cui non aveva fatto seguito la manifestazione di volontà da parte dei componenti del consiglio. Nessun rilievo, pertanto, assumevano la successiva annotazione della esclusione nel libro dei soci e la comunicazione della stessa alle socie lavoratrici.

Esclusione del socio ed effetti sul rapporto di lavoro

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la CO.PA.T. Società Cooperativa, in particolare sollevando la problematica relativa agli effetti che l’esclusione produce sul rapporto di lavoro del socio lavoratore.

Rilevava la cooperativa che il legislatore, nel modificare, con l’art.9 della legge n.30/2003, il comma 2 dell’art.5 della legge n.142/2001, ha definitivamente sancito la centralità del rapporto sociale e la prevalenza dello stesso rispetto a quello di lavoro. Richiamava giurisprudenza di legittimità per evidenziare che la esclusione determina, con effetto automatico, l’estinzione del rapporto di lavoro, rendendo di conseguenza superflua ogni valutazione in ordine alla legittimità del licenziamento intimato.

Aggiungeva che erroneamente la Corte di appello ha ritenuto di potere superare l’eccezione di decadenza, formulata ai sensi dell’art.2533 c.c., posto che la esclusione era stata collegialmente deliberata nel corso della riunione del Consiglio di amministrazione ed era stata anche comunicata alle sole lavoratrici con lettera ritualmente ricevuta.

La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando un principio di diritto non presente nella giurisprudenza della Corte, e che per la sua importanza dev’essere evidenziato in questa sede.

Orbene, sul punto osservano i Supremi Giudici che il legislatore ha qualificato il lavoro cooperativo come un rapporto caratterizzato dal concorso di una molteplicità di cause collegate ed ha, quindi, superato la cosiddetta teoria monista, secondo la quale la prestazione della attività lavorativa da parte del socio altro non era se non lo strumento attraverso il quale venivano perseguiti l’oggetto sociale e la soddisfazione dello scopo mutualistico.

Peraltro il legislatore, con la modifica apportata agli artt.1 e 5 della legge n. 142/2001, pur ribadendo la coesistenza, nella cooperazione di lavoro, di una pluralità di rapporti contrattuali e la conseguente irriducibilità del lavoro cooperativo ad una dimensione puramente societaria, ha voluto evidenziare che i rapporti medesimi sono legati da un nesso genetico e funzionale di interdipendenza, in ragione del quale il contratto di società costituisce un presupposto ineliminabile per la valida sussistenza del rapporto di lavoro subordinato del socio lavoratore.

Si è quindi affermato che sussiste un rapporto di consequenzialità fra il recesso o l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, tale da escludere anche la necessità di un distinto atto di licenziamento.

Da ciò discende che, ove la esclusione venga disposta, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini previsti dall’art.2533 c.c., e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacché il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dall’art.5, comma 2, della legge n.142/2001, rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento.

Aveva errato, pertanto, la Corte d’appello nell’affermare che la delibera di esclusione doveva ritenersi inesistente, posto che, anche nella ipotesi più grave della totale mancanza del verbale, l’assenza del requisito formale determina nullità e non inesistenza della deliberazione, da far valere, per quanto sopra si è detto, nel termine di decadenza stabilito dall’art.2533 c.c. ove la delibera viziata abbia ad oggetto la esclusione del socio.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso della società.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., in tema di licenziamento dei soci delle società cooperative, ove la esclusione del socio dalla società cooperativa venga disposta con delibera assembleare, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini di decadenza previsti dalla legge (art.2533 c.c.), e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacché il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dalla legge (art.5, comma 2, legge n.142/2001), rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here