Si arrabbia e lascia l’ufficio, può perdere il posto di lavoro

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Si rischia di perdere il posto di lavoro se, insoddisfatti del clima e dei metodi dell’ufficio, ci si lascia prendere dalla rabbia e si esce dall’azienda dicendo “me ne vado”. È quanto stabilisce una sentenza della Cassazione, con la quale è stato rigettato il ricorso di un uomo che lamentava l’interruzione del suo rapporto di lavoro, confermata in appello a Bologna.

Il lavoratore, infatti, due giorni dopo l’assunzione presso una azienda, aveva lasciato l’ufficio dicendo che “se ne andava perché aveva trovato un altro posto”, al termine di una discussione avuta con il datore di lavoro e un collega. Per i giudici di primo grado, l’uomo doveva essere reintegrato in azienda poiché la sua frase era “solo uno sfogo momentaneo”, una “reazione ai rimproveri subiti”, ma la Corte d’appello aveva ribaltato il verdetto rilevando che l’istruttoria svolta induceva a ritenere che il dipendente aveva invece manifestato al datore di lavoro “una vera e propria volontà di dimettersi”.

Dello stesso parere la Suprema Corte (sezione lavoro, sentenza n.25262), secondo la quale i giudici d’appello, “ben lungi dall’aver trascurato di valutare il contesto in cui è maturata la decisione” del lavoratore di lasciare il posto, hanno invece “scrupolosamente indagato su tale contesto ed accertato che fra le parti non vi era alcuna situazione di tensione o di conflitto”. Nell’unico episodio avvenuto, “il lavoratore – osservano i giudici di ‘Palazzaccio’ – non aveva ricevuto alcun rimprovero da parte del datore di lavoro, mentre era stato lui stesso a lamentarsi dei metodi lavorativi dei suoi colleghi e aveva poi dichiarato che se ne andava”.

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