Sblocca Italia: nuove risorse per la cassa integrazione in deroga

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Nel decreto Sblocca Italia è previsto lo stanziamento di 728 milioni di euro per rifinanziare gli ammortizzatori sociali in deroga per il 2014. Ammonta quindi a più di 1 miliardo e 720 milioni la dotazione per l’anno in corso.

Nell’ambito del decreto Sblocca Italia, approvato dal Consiglio dei Ministri dello scorso 29 agosto, trova spazio uno stanziamento di 728 milioni di euro per rifinanziare gli ammortizzatori sociali in deroga per il 2014.

Ammonta quindi a più di 1 miliardo e 720 milioni la dotazione per l’anno in corso (320 in più rispetto a quanto previsto dalla legge di stabilità 2014), risorse recuperate – come comunica il Ministero del Lavoro – “liberando risorse da interventi non decollati, e facendo ricorso alle risorse ministeriali per la formazione continua e solo in misura limitata alle risorse da destinare ai fondi interprofessionali”.

La cassa integrazione in deroga è una misura intesa a sostegno di imprese o lavoratori che non possono fruire della cassa integrazione guadagni, la cui gestione è stata demandata alle Regioni oltre che all’Inps che è il soggetto erogatore.

Le nuove regole per la Cassa integrazione in deroga
Dal 1° agosto 2014 intervengono le nuove regole dettate, su base nazionale, dal Decreto Interministeriale n.83473, adottato ai sensi dell’articolo 4, comma 2, del Decreto Legge n.54/2013, convertito nella Legge n.85/2013.
Il Decreto è stato pubblicato il 4 agosto sul sito del Ministero del Lavoro.Il provvedimento stabilisce i criteri di ordine generale a cui attenersi nella gestione della CIG in deroga, di cui segnaliamo i punti più significativi:

– possono richiedere il trattamento di CIGD solo le imprese di cui all’articolo 2082 del codice civile, con l’esclusione quindi dei datori di lavoro non imprenditori;
– il trattamento può essere concesso ai lavoratori subordinati, con qualifica di operai, impiegati e quadri, compresi gli apprendisti e i lavoratori somministrati, purché in possesso di una anzianità lavorativa di almeno 8 mesi presso l’azienda richiedente (12 mesi nel 2015):

– il trattamento può essere concesso ai lavoratori che sono sospesi dal lavoro o effettuano prestazioni di lavoro a orario ridotto per contrazione o sospensione dell’attività produttiva per le seguenti causali:
a. situazioni aziendali dovute ad eventi transitori e non imputabili all’imprenditore o ai lavoratori;b. situazioni aziendali determinate da situazioni temporanee di mercato;c. crisi aziendali;d. ristrutturazione o riorganizzazione.

Inoltre:

– in nessun caso il trattamento di integrazione salariale in deroga può essere concesso in caso di cessazione dell’attività dell’impresa o di parte della stessa;- prima di accedere alla CIGD l’impresa deve avere utilizzato gli strumenti di flessibilità, compresa la fruizione delle ferie spettanti.

Il trattamento di CIGD può essere concesso:

a) a decorrere dal 1° gennaio 2014 e fino al 31 dicembre 2014, per un periodo non superiore a 11 mesi nell’arco di un anno;
b) a decorrere dal 1° gennaio 2015 e fino al 31 dicembre 2015, per un periodo non superiore a 5 mesi nell’arco di un anno.

La domanda deve essere presentata, corredata dal testo dell’accordo sindacale, in via telematica all’INPSe alla Regione.

Mensilmente le imprese devono presentare all’INPS i modelli per l’erogazione del trattamento entro e non oltre il venticinquesimo giorno del mese successivo a quello di fruizione del trattamento.

Le singole Regioni hanno a disposizione un budget per autorizzare fino al 31 dicembre 2014 situazioni non più considerate utili per l’accesso alla cassa in deroga (5% delle risorse disponibili, entro un massimo di 70 milioni sul territorio nazionale).

La regione Piemonte, per esempio, il 29 agosto 2014 ha deciso che fino al 31 dicembre 2014 potranno continuare ad accedere alla CIGD anche i datori di lavoro non imprenditori e che per quanto riguarda l’anzianità aziendale dei lavoratori – sempre fino al 31 dicembre – si continuerà a considerare sufficiente quella di almeno 90 giorni. Nessuna deroga sembra, invece, consentita nei casi di cessazione parziale o totale dell’attività, a causa del costo elevato (circa 16,5 mln su base annua) che porterebbe a superare di molto il limite del 5% stabilito dal decreto.

Fonte: Ipsoa.it

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