Sanzioni disciplinari per scarsa diligenza: prova contraria a carico del lavoratore

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In tema di sanzioni disciplinari, spetta al dipendente la prova che il mancato adempimento puntuale della prestazione sia dovuto a causa diversa dalla sua scarsa diligenza. È legittima la sospensione dal servizio e dalla retribuzione ove il lavoratore non provi o deduca che la prestazione richiesta sia stata oltre i limiti di quella normale. È onere del lavoratore dimostrare che l’inadempimento della prestazione lavorativa è dipeso da causa a lui non imputabile.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in tema di sanzioni disciplinari, precisando che è legittima la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per scarsa diligenza nell’espletamento delle mansioni di portalettere inflitta per aver riportato indietro in Ufficio corrispondenza e stampe non recapitate in alcuni giorni, ove il lavoratore non provi o deduca che la prestazione richiesta sia stata oltre i limiti di quella normale e che quindi debba ritenersi che l’addebito si riferisca all’obbligo di consegna del quantitativo durante l’usuale giro di recapito, essendo onere del lavoratore dimostrare che la mancata distribuzione della corrispondenza sia dipesa da causa a lui non imputabile.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente contro Poste Italiane.
In sintesi, i fatti.

II Tribunale dichiarava l’illegittimità della sanzione disciplinare di 4 gg. di sospensione dal servizio e dalla retribuzione per scarsa diligenza nell’espletamento delle mansioni di portalettere infitta a R.A. per aver riportato indietro in Ufficio corrispondenza e stampe non recapitate in alcuni giorni.

La Corte di appello, in riforma della impugnata sentenza ed in accoglimento dell’appello delle Poste italiane, dichiarava invece legittima la sanzione.

La Corte osservava che non era stata offerta alcuna prova o anche deduzione che la prestazione richiesta fosse stata oltre i limiti di quella normale e che quindi doveva ritenersi che l’addebito si riferisse all’obbligo di consegna del quantitativo durante l’usuale giro di recapito.

Era quindi onere del lavoratore dimostrare che la mancata distribuzione della corrispondenza fosse dipesa da causa a lui non imputabile.

La contestazione era specifica rendendo comprensibile la condotta addebitata.
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione R., sostenendo, per quanto qui di interesse, che sarebbe stato violato il principio della specificità della contestazione, limitandosi Poste italiane ad indicare il quantitativo di posta non recapitata, senza neppure specificare che dovesse essere consegnata in giornata; inoltre, si aggiungeva, nella contestazione non vi era alcun accenno all’ “attività normale” di consegna, mancando quindi alcun parametro per misurare la contestata “scarsa diligenza”; infine, si deduceva che vi era stata in quei giorni una giacenza particolare in relazione a giornate di neve e si erano verificati degli scioperi.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della S.C., ma che per la sua importanza dev’essere qui ribadito.

Interessante il caso esaminato dalla Cassazione, in quanto fornisce l’occasione per occuparsi del rapporto tra potere disciplinare del datore di lavoro e diligenza del lavoratore.

In generale, infatti, il potere disciplinare rappresenta il rapporto di supremazia per cui un soggetto può, con suo atto unilaterale, determinare conseguenze in senso lato negative nella sfera soggettiva di un altro soggetto, in ragione di un comportamento negligente o colpevole di quest’ultimo.

Il potere disciplinare – una delle attribuzioni tipiche riconosciute dall’ordinamento al datore di lavoro nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato – è regolato nel nostro ordinamento dall’art.2106 c.c.

Il potere disciplinare rappresenta una forma di autotutela unilaterale a favore di una delle parti, fattispecie piuttosto anomala nel diritto privato, e trova la propria giustificazione nella particolarità del rapporto di lavoro, cioè un rapporto contrattuale caratterizzato dall’inserimento del lavoratore all’interno della struttura organizzativa aziendale e dalla conseguente necessità di governo dell’impresa da parte dell’imprenditore.

Di contro, la diligenza del lavoratore, secondo il più generale principio di cui all’art.1176 c.c., corrisponde alla capacità tecnico professionale connaturata alla prestazione dovuta ed alla qualifica attribuita al lavoratore.

Nel valutare l’adempimento dell’obbligo di diligenza occorre tenere conto della concreta natura delle mansioni affidate al lavoratore e della difficoltà delle stesse e delle particolari esigenze dell’organizzazione in cui il rapporto si inserisce.

La giurisprudenza ha più volte sottolineato che il lavoratore è tenuto anche all’esecuzione dei comportamenti accessori che si rendano necessari in relazione all’interesse del datore di lavoro ad un utile prestazione con il limite di quei comportamenti che formino oggetto delle specifiche mansioni di altri lavoratori. La mancanza di diligenza, ossia la negligenza, comprensiva dell’imperizia può dar luogo non solo a provvedimenti disciplinari, ma anche al risarcimento del danno concretamente arrecato al datore di lavoro.

L’obbligo di obbedienza del lavoratore ha per oggetto le prescrizioni e gli ordini impartiti dal datore di lavoro o dai superiori gerarchici in relazione all’organizzazione del lavoro, alla disciplina ed alla vita di relazione in azienda.

Orbene, sul punto osservano gli Ermellini, nella lettera di contestazione era stato imputato al dipendente di aver riportato indietro per ben 5 giorni una notevole quantità di corrispondenza per numerosi Kg.: nella lettera si ricordava la recidiva del medesimo portalettere colpito da ben 4 precedenti sanzioni disciplinari nell’arco di tempo 2004-2005.

La Corte di appello aveva correttamente osservato che, posto che non era stato provato che fa prestazione fosse stata richiesta oltre i limiti, doveva ritenersi che la contestazione si riferisse alla prestazione normale durante l’ordinario giro di recapito; dalla lettura della contestazione appariva peraltro implicito che questa si riferisse al normale giro di recapito visto che per ogni giorno si specificava quanto non era stato consegnato, che – quindi- in difetto di qualsiasi elemento in senso contrario doveva essere correlato all’ordinario giro di consegne.

Si allegava che nell’ufficio si era verificata un’anormale giacenza per scioperi e maltempo, ma mancava però del tutto l’indicazione delle prove che attestavano che tali eventi avessero comportato un aggravio della prestazione del dipendente (per i giorni indicati) , già destinatario di plurime sanzioni disciplinari per inosservanza di doveri ed obblighi nel periodo immediatamente precedente alla contestazione di cui si parlava che si riferiva unitariamente ad un mancanza di diligenza riscontrata in ben 5 giornate.

Per cui – come aveva sottolineato la Corte d’appello – non emergeva che la mancata consegna fosse da attribuire a fatti non addebitabili al lavoratore.

Da qui dunque il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, è legittima la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per scarsa diligenza nell’espletamento delle mansioni di portalettere inflitta per aver riportato indietro in Ufficio corrispondenza e stampe non recapitate in alcuni giorni, ove il lavoratore non provi o deduca che la prestazione richiesta sia stata oltre i limiti di quella normale e che quindi debba ritenersi che l’addebito si riferisca all’obbligo di consegna del quantitativo durante l’usuale giro di recapito, essendo onere del lavoratore dimostrare che la mancata distribuzione della corrispondenza sia dipesa da causa a lui non imputabile.

Fonte: Ipsoa.it

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