RSPP interno: deve essere un lavoratore

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Quali sono i requisiti che deve possedere il RSPP interno nelle aziende in cui sono presenti i maggiori e più gravi rischi? La Commissione interpelli specifica che il termine “interno” non può intendersi equivalente alla definizione di “dipendente”, ma deve essere sostanzialmente riferito a quella di “lavoratore”, che assicuri una presenza adeguata per lo svolgimento della propria attività.

Ai sensi della normativa prevenzionistica, si intende per responsabile del servizio di prevenzione e protezione (in breve RSPP) la persona, in possesso di adeguate capacità e requisiti professionali previsti per legge, designata dal datore di lavoro, a cui risponde, per coordinare il servizio di prevenzione e protezione dai rischi (in breve SPP), cioè l’insieme delle persone, dei sistemi e dei mezzi esterni o interni all’azienda finalizzati all’attività di prevenzione e protezione dai rischi professionali per i lavoratori.

È subito bene ricordare che il datore di lavoro non può delegare la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi, data l’importanza di avvalersi di una figura professionale di fiducia e di idonee capacità.

Le capacità ed i requisiti professionali degli RSPP, interni o esterni, devono essere infatti adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative; per lo svolgimento delle funzioni di RSPP è quindi necessario essere in possesso di un titolo di studio non inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore nonché di un attestato di frequenza, con verifica dell’apprendimento, a specifici corsi di formazione (sono esonerati da tali corsi solo i soggetti in possesso di talune lauree o lauree magistrali riconosciute dalla normativa), ed inoltre possedere un attestato di frequenza, con verifica dell’apprendimento, a specifici corsi di formazione in materia di prevenzione e protezione dei rischi, anche di natura ergonomica e da stress lavoro-correlato, di organizzazione e gestione delle attività tecnico amministrative e di tecniche di comunicazione in azienda e di relazioni sindacali.

I corsi di formazione da frequentare devono rispettare quanto previsto dall’Accordo sancito il 26 gennaio 2006 in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano. Possono altresì svolgere le funzioni di RSPP coloro che, pur non essendo in possesso del titolo di studio sopra citato, dimostrino di aver svolto la funzione di RSPP, professionalmente o alle dipendenze di un datore di lavoro, almeno da sei mesi alla data del 13 agosto 2003, previo svolgimento dei corsi di formazione.

Gli RSPP sono tenuti a frequentare, per non perdere la propria operatività, a periodici corsi di aggiornamento, secondo gli indirizzi definiti nell’Accordo Stato-Regioni sopra richiamato.

RSPP interno o esterno
Salvo il caso in cui lo stesso datore di lavoro svolga direttamente le funzioni di RSPP (in quanto in possesso della formazione prevista dalla normativa ed esclusivamente per determinate attività a ridotte dimensioni aziendali e minori rischi), è compito del datore di lavoro di organizzare il servizio di prevenzione e protezione prioritariamente all’interno della azienda o della unità produttiva; in caso contrario dovrà incaricare persone o servizi esterni, costituiti anche presso le associazioni dei datori di lavoro o gli organismi paritetici.

Il ricorso a persone o servizi esterni è solo previsto in assenza di dipendenti che, all’interno dell’azienda ovvero dell’unità produttiva, siano in possesso dei requisiti professionali sopra elencati, non essendo comunque per questo esonerato dalle proprie responsabilità prevenzionistiche.

La parola “prioritariamente” è stata introdotta nella normativa prevenzionistica dall’art.32 del “decreto del fare” (D.L. 21/06/2013 n.69 convertito con modificazioni dalla L. 09/08/2013 n.98), per porre rimedio alla procedura di infrazione comunitaria n.2013/4117 (poi chiusa il 20 novembre 2013, in virtù del citato intervento normativo) relativa al non corretto recepimento nell’ordinamento italiano della direttiva europea 89/391/CEE, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della salute dei lavoratori durante il lavoro (cd. “direttiva quadro”) in materia di ordine di preferenza per l’organizzazione del servizio di prevenzione dei rischi.

La direttiva europea e quindi la legislazione italiana, ora correttamente emendata, sottrae al datore di lavoro la facoltà di optare liberamente fra servizi esterni ed interni, favorendo sempre la scelta del servizio interno a meno di impossibilità tecniche e di assenza di persone con capacità e requisiti.

RSPP interno: deve essere un lavoratore
L’istituzione del servizio di prevenzione e protezione all’interno dell’azienda, ovvero dell’unità produttiva, è comunque obbligatoria nei seguenti casi:

a) nelle aziende industriali soggette alla “direttiva Seveso” a rischio di incidente rilevante
b) nelle centrali termoelettriche
c) negli impianti ed installazioni in cui sono presenti rischi da radiazioni ionizzanti
d) nelle aziende per la fabbricazione ed il deposito separato di esplosivi, polveri e munizioni
e) nelle aziende industriali con oltre 200 lavoratori
f) nelle industrie estrattive con oltre 50 lavoratori
g) nelle strutture di ricovero e cura pubbliche e private con oltre 50 lavoratori.

In questi casi, è anche necessario che il RSPP debba essere interno; inoltre non è consentito che il ruolo di RSPP sia svolto direttamente dal datore di lavoro. Tali previsioni sono ovviamente motivate dalla necessità di assicurare una presenza costante e continuativa del servizio prevenzione all’interno dell’azienda con rischi gravi e rilevanti, a mezzo di persone qualificate.

L’Interpello n.242014 del 4 novembre 2014, in risposta ad un quesito della Confcommercio, ha chiarito un aspetto relativo a cosa voglia dire “RSPP interno”, in particolare se il RSPP debba essere necessariamente un dipendente del datore di lavoro o possa essere anche un professionista in possesso dei requisiti di legge.

La Commissione degli Interpelli ritiene che il RSPP si considera interno quando egli sia incardinato nell’ambito dell’organizzazione aziendale e coordini un servizio di prevenzione e protezione interno, istituito in relazione alle dimensioni ed alle specificità dell’azienda. Chiarisce ancora la Commissione che è cura del datore di lavoro rendere compatibili le diverse tipologie dei rapporti di lavoro e la durata della prestazione di lavoro con le esigenze che il RSPP deve tenere presenti per portare a termine pienamente i compiti che è chiamato a svolgere, in quanto il RSPP, proprio in virtù della peculiarità della sua attività, deve necessariamente avere una conoscenza approfondita delle dinamiche organizzative e produttive dell’azienda, conoscenza che solo un soggetto inserito nell’organizzazione aziendale può possedere.

In tale quadro, dunque, il termine “interno” non può intendersi equivalente alla definizione di “dipendente”, ma deve essere sostanzialmente riferito a quella di “lavoratore”, che assicuri una presenza adeguata per lo svolgimento della propria attività. Facendo riferimento quindi al dettato normativo del D.Lgs. n.81/2008 e s.m.i. (in particolare alla definizione di lavoratore), le tipologie contrattuali, che possono legare il professionista RSPP interno al datore di lavoro, sono quindi:

– il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato o determinato
– l’associazione in partecipazione
– la somministrazione e il distacco
– il socio lavoratore
– il contratto di lavoro a progetto o di collaborazione coordinata e continuativa.

Rimane esclusa, anche se non ben specificato in verità dall’Interpello, la possibilità del ricorso alla fornitura di servizi di natura intellettuale ed autonoma, di cui all’articolo 2222 del Codice Civile, in quanto, in questo caso, stante l’autonomia della prestazione, diventerebbe davvero difficile immaginare un inserimento fattuale e concreto del professionista autonomo nella realtà organizzativa “interna” dell’azienda, senza sfociare in situazioni di dubbia regolarità dal punto di vista lavoristico.

Ai sensi della circolare del Ministero del Lavoro del 18 marzo 2004, le considerazioni espresse sono frutto esclusivo dell’autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’amministrazione di appartenenza.

Fonte: Ipsoa.it

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