Richiesta di sostituire un collega di lavoro: rifiuto per esercizio del diritto di sciopero

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Punibile disciplinarmente il postino che si rifiuta di sostituire un collega di lavoro, né questi può giustificare il rifiuto adducendo di aver esercitato il diritto di sciopero. In tema di astensione collettiva dal lavoro e con riferimento al caso in cui un accordo collettivo contenga una disposizione che obblighi il dipendente a sostituire, oltre la sua prestazione contrattuale già determinata, in quota parte oraria, un collega assente, remunerandolo con una quota di retribuzione inferiore alla maggiorazione per lavoro straordinario, la relativa astensione collettiva da tale prestazione non attiene al legittimo esercizio del diritto di sciopero, ma costituisce inadempimento parziale degli obblighi contrattuali, sicché non sono illegittime le sanzioni disciplinari irrogate dal datore ai dipendenti che hanno rifiutato la prestazione aggiuntiva loro richiesta e il comportamento datoriale non è antisindacale.

Con una interessante sentenza, la Sezione lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito l’importante principio di diritto secondo cui in tema di astensione collettiva dal lavoro e con riferimento al caso in cui un accordo collettivo contenga una disposizione che obblighi il dipendente a sostituire, oltre la sua prestazione contrattuale già determinata, in quota parte oraria, un collega assente, remunerandolo con una quota di retribuzione inferiore alla maggiorazione per lavoro straordinario, la relativa astensione collettiva da tale prestazione non attiene al legittimo esercizio del diritto di sciopero, ma costituisce inadempimento parziale degli obblighi contrattuali, sicché non sono illegittime le sanzioni disciplinari irrogate dal datore ai dipendenti che hanno rifiutato la prestazione aggiuntiva loro richiesta e il comportamento datoriale non è antisindacale.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente contro Poste Italiane s.p.a.

La società Poste Italiane convenne in giudizio il dipendente L.R., addetto al recapito presso l’UDR di C., chiedendo che venisse accertata la legittimità delle sanzioni disciplinari della sospensione per quattro giorni ed un giorno, irrogategli il 10.5 ed il 22.3.05, rispettivamente per inadempimento contrattuale – consistito nel rifiuto, per vari giorni consecutivi, di eseguire la prestazione lavorativa relativa alla copertura in zona di recapito di un collega assente, secondo i meccanismi operativi dell’areola – ed inoltre per essersi assentato arbitrariamente dai lavoro dopo aver richiesto ingiustificatamente un giorno di ferie.
In primo grado il lavoratore aveva eccepito la irregolarità della procedura di contestazione disciplinare e nel merito la legittimità del suo rifiuto di effettuare quella che l’accordo 27.04.2004 aveva definito prestazione aggiuntiva, per avere egli esercitato il suo diritto di sciopero indetto dal sindacato di appartenenza Cobas PT CUB.

Il Tribunale respinse il ricorso, ritenendo che la sanzione era illegittima per violazione della procedura di contestazione, perché la società non aveva accolto la domanda del lavoratore di essere ascoltato alla presenza di un rappresentante sindacale e per averlo convocato non presso il posto di lavoro.

Avverso tale sentenza proponeva appello Poste Italiane s.p.a., lamentando l’erroneità della sentenza che avrebbe ritenuto viziato il procedimento disciplinare, non potendosi ritenere che la scelta della datrice di lavoro di ascoltare il dipendente presso l’ufficio del personale e non presso la sua sede di lavoro fosse illegittima.

Nel merito la società ribadiva le difese svolte in primo grado, sostenendo che il rifiuto del dipendente di consegnare la posta nella zona di adibizione di un collega facente parte della medesima area territoriale costituirebbe inadempimento contrattuale e non esercizio del diritto di sciopero.

La Corte d’appello respingeva il gravame; in particolare ritenevano i giudici di appello che, pur esclusa l’illegittimità del comportamento datoriale per aver fissato l’audizione personale in luogo diverso da quello di lavoro proprio del R. (presso la sede centrale, raggiungibile facilmente in metropolitana) e poco dopo la fine dell’orario di lavoro, la sanzione del 10.5.05 risultava illegittima, rientrando il rifiuto di svolgimento delle mansioni nell’ambito del legittimo esercizio del diritto di sciopero; così come risultava illegittima la sanzione del 22.3.05, essendo emerso che la richiesta di ferie da parte del R. era connessa alla sua necessità di presenziare ad una udienza in Tribunale, circostanza di cui la società Poste era informata.

Contro tale sentenza proponeva ricorso per cassazione la società Poste, in particolare sostenendo, da un lato, l’errore in cui erano incorsi i giudici di appello per aver ritenuto che il rifiuto del dipendente di consegnare la posta nella zona di adibizione di un collega facente parte della medesima area territoriale, non costituiva un inadempimento contrattuale, suscettibile pertanto di essere disciplinarmente sanzionato, mentre ad avviso della società Poste, trattavasi di un rifiuto ingiustificato di svolgere la normale attività di portalettere, nell’ambito del normale orario di lavoro, neppure rilevando che tale rifiuto fosse stato giustificato dall’adesione all’agitazione sindacale proclamata dal sindacato di appartenenza; dall’altro, Poste italiane lamentava che il rifiuto di svolgere l’ordinaria attività lavorativa non poteva considerarsi tutelato dal diritto di sciopero costituzionalmente garantito, posto che il rifiuto di esecuzione di una parte delle mansioni, legittimamente esigibili dal datore di lavoro in base all’accordo sindacale del 29.7.04, e precisamente la sostituzione di collega assente in altra zona di recapito, attuato senza perdita alcuna della retribuzione non può costituire legittimo esercizio del diritto di sciopero ex art 40 Cost.

La Cassazione ha accolto il ricorso della società, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza di questa Corte, ma che per la sua importanza dev’essere ricordato in questa sede.

Sul punto ricordano gli Ermellini che, in tema di astensione collettiva dal lavoro e con riferimento al caso in cui un accordo collettivo contenga, come nel caso esaminato, una disposizione che obblighi il dipendente a sostituire, oltre la sua prestazione contrattuale già determinata, in quota parte oraria, un collega assente, remunerandolo con una quota di retribuzione inferiore alla maggiorazione per lavoro straordinario, la relativa astensione collettiva da tale prestazione non attiene al legittimo esercizio dei diritto di sciopero, ma costituisce inadempimento parziale degli obblighi contrattuali, sicché non sono illegittime le sanzioni disciplinari irrogate dal datore ai dipendenti che hanno rifiutato la prestazione aggiuntiva loro richiesta e il comportamento datoriale non è antisindacale.

La Cassazione, in precedenti decisioni, ha rimarcato che il rifiuto di alcuni portalettere di effettuare la consegna di una parte della corrispondenza, di competenza di un collega assegnatario di altra zona della medesima area territoriale, in violazione dell’obbligo previsto dall’accordo sindacale del 29 luglio 2004, non costituisce astensione dal lavoro straordinario, né astensione per un orario delimitato e predefinito, ma rifiuto di effettuare una delle prestazioni dovute, sicché può dare luogo a responsabilità contrattuale e disciplinare del dipendente senza che il comportamento datoriale, di irrogazione delle sanzioni, sia qualificabile come antisindacale.

L’orientamento risulta in linea con quanto già affermato in precedenza dalla stessa Corte, ove venne evidenziato che il rifiuto, motivato dall’adesione ad analogo sciopero proclamato dal sindacato, si risolveva in realtà non già nell’illegittima richiesta di prestazioni lavorative oltre l’orario settimanale normale, ma nel rifiuto parziale ed illegittimo di prestazioni lavorative da rendersi all’interno dell’orario ordinario.

In tale contesto la Corte evidenziò con chiarezza che il rifiuto di esecuzione di una parte delle mansioni, legittimamente richiedibili al lavoratore non costituisce esercizio legittimo del diritto di sciopero e può configurare una responsabilità contrattuale e disciplinare del dipendente, così rimarcando la necessità del rispetto di un limite interno, o definitorio, dello sciopero, consistente nell’astensione dal lavoro per l’autotutela dei propri interessi, sicché esso non può ravvisarsi nel rifiuto dell’esecuzione di una parte delle mansioni legittimamente esigibili dal datore di lavoro.

Avendo, nel caso esaminato, la Corte di appello in sostanza affermato che il rifiuto di svolgere le prestazioni in parola fosse giustificato dall’adesione all’agitazione, o sciopero, proclamata dal sindacato Cobas PT CUB, la sentenza era errata in diritto.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., in tema di astensione collettiva dal lavoro e con riferimento al caso in cui un accordo collettivo contenga una disposizione che obblighi il dipendente a sostituire, oltre la sua prestazione contrattuale già determinata, in quota parte oraria, un collega assente, remunerandolo con una quota di retribuzione inferiore alla maggiorazione per lavoro straordinario, la relativa astensione collettiva da tale prestazione non attiene al legittimo esercizio dei diritto di sciopero, ma costituisce inadempimento parziale degli obblighi contrattuali, sicché non sono illegittime le sanzioni disciplinari irrogate dal datore ai dipendenti che hanno rifiutato la prestazione aggiuntiva loro richiesta e il comportamento datoriale non è antisindacale.

Fonte: Ipsoa.it

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