Reato prescritto e dipendente licenziato in sede civile: equazione illegittima

0
1722

A fronte di una sentenza penale di estinzione del reato per prescrizione, il giudice chiamato a decidere sulla giusta causa di licenziamento deve svolgere un autonomo apprezzamento non solo della potenziale rilevanza disciplinare del fatto, ma – ancor prima – della sua effettiva esistenza.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un lavoratore e la società Poste Italiane che lo aveva licenziato.
La Corte d’appello, in riforma della sentenza emessa in prime cure dal Tribunale, rigettava la domanda di un lavoratore intesa ad ottenere l’invalidazione del licenziamento intimatogli da Poste Italiane S.p.A. per aver ottenuto l’iscrizione nella lista degli invalidi presso l’UPLMO – e, per l’effetto, l’assunzione alle dipendenze della suddetta società – previa produzione di documentazione medica falsa.

Contro la sentenza, proponeva ricorso per Cassazione il lavoratore, sostenendo che i giudici di merito avrebbero erroneamente ritenuto vincolante nel giudizio civile la sentenza di proscioglimento per prescrizione pronunciata dalla Corte d’Appello nei suoi confronti, sentenza emessa all’esito del processo svoltosi a suo carico per gli stessi fatti oggetto del licenziamento disciplinare per cui è causa; ciò i giudici hanno affermato in base all’erroneo presupposto che anche una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione implichi l’accertamento dei fatti nella loro materialità, al punto da vincolare il giudice civile e, quindi, da esonerarlo dalla loro autonoma valutazione quanto a fondatezza dell’addebito sotto il profilo oggettivo e soggettivo.

La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, affermando un principio già enunciato in precedenza nella giurisprudenza della S.C., ma che, per la sua rilevanza, va qui ribadito perché assume una particolare importanza per gli operatori.

In particolare, evidenziano gli Ermellini come a fronte di una sentenza penale di estinzione del reato per prescrizione, la sentenza avrebbe dovuto svolgere un autonomo apprezzamento non solo della potenziale rilevanza disciplinare del fatto, ma – ancor prima – della sua effettiva esistenza (essendo controversa fra le parti). La Corte d’appello non avrebbe svolto alcun autonomo apprezzamento delle prove raccolte in sede penale, limitandosi a recepirne l’esito complessivo in base all’erronea supposizione della loro vincolatività, senza alcun vaglio critico e senza neppure indicare le fonti di prova utilizzate. L’unica valutazione eseguita dalla pronuncia concerneva non già la sussistenza storica del fatto oggetto di contestazione disciplinare, bensì la sua mera rilevanza quale giusta causa di licenziamento, valutazione che però costituisce un posterius rispetto al preliminare ed autonomo accertamento, da parte del giudice del lavoro, della verità storica del fatto medesimo. Il vizio denunciato è stato poi ritenuto decisivo perché riguardava la prova della dedotta giusta causa di licenziamento, vale a dire l’asserita falsità dei certificati medici presentati dal lavoratore per poter ottenere l’iscrizione nella lista degli invalidi presso l’UPLMO e l’assunzione per chiamata diretta alle dipendenze della società Poste Italiane S.p.A.

In conclusione, la sentenza, muovendo dall’erroneo convincimento della vincolatività della sentenza penale emessa nei confronti del lavoratore, avrebbe omesso qualsiasi autonomo apprezzamento dei fatti oggetto di contestazione disciplinare, limitandosi ad elencarli e a dichiarandoli tout court come processualmente acclarati dal giudice penale.
Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, due sono i principi applicabili:

a) l’efficaciavincolante del giudicato penale di cui all’art. 654 c.p.p. è propria delle sole sentenze penali irrevocabili di condanna o di assoluzione pronunciate in seguito a dibattimento e non anche delle sentenze di proscioglimento per prescrizione o per altra causa di estinzione del reato o di improcedibilità dell’azione penale
b) al di fuori delle ipotesi, tassative, di vincolatività del giudicato penale in quello civile previste dal vigente c.p.p., il giudice civile può anche avvalersi delle prove raccolte in sede penale quando esse siano state assunte nel contraddittorio tra le parti o quando il contraddittorio sia mancato per l’autonoma scelta dell’imputato di avvalersi di riti alternativi oppure quando tutte le parti gliene facciano concorde richiesta, ma in ogni caso deve procedere ad autonoma e motivata valutazione dell’attendibilità, dell’affidabilità e dell’idoneità delle prove medesime a dimostrare l’esistenza o l’inesistenza dei fatti rilevanti nella controversia civile innanzi a lui pendente.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here