Qualifica dirigenziale: dallo svolgimento di fatto al riconoscimento

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In tema di riconoscimento di mansioni superiori e in particolare ai fini del riconoscimento della qualifica dirigenziale, è necessario e sufficiente che sia dimostrato lo svolgimento di fatto delle relative mansioni, caratterizzate dalla preposizione ad uno o più servizi con ampia autonomia decisionale, senza che occorra una formale investitura trasfusa in una procura speciale: la richiesta di tale requisito significherebbe subordinare il riconoscimento della qualifica ad un atto discrezionale del datore di lavoro, di per sé insindacabile, con conseguente violazione del principio della corrispondenza della qualifica alle mansioni svolte.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione hanno affermato un importante principio in tema di riconoscimento di mansioni superiori, in particolare ribadendo che ai fini del riconoscimento della qualifica dirigenziale, è necessario e sufficiente che sia dimostrato l’espletamento di fatto delle relative mansioni, caratterizzate dalla preposizione ad uno o più servizi con ampia autonomia decisionale e non occorre anche una formale investitura trasfusa in una procura speciale, perché richiedere anche tale requisito significherebbe subordinare il riconoscimento della qualifica ad un atto discrezionale del datore di lavoro, di per sé insindacabile, con conseguente violazione del principio della corrispondenza della qualifica alle mansioni svolte.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una s.p.a. ed un dirigente suo dipendente. La Corte di appello, riformando la sentenza di primo grado, ha accolto la domanda proposta dall’ing. EMB nei confronti dell’I. e, riconosciuto il diritto del ricorrente ad essere inquadrato nella qualifica di dirigente a far tempo dal 1.1.2000, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato dall’Istituto sul presupposto dell’essere egli inquadrato nella qualifica di funzionario con il grado di Vice Direttore e con la qualifica di Coordinatore dell’Area Affari; per l’effetto, ha condannato la società al pagamento delle differenze retributive e dell’indennità di mancato preavviso, nonché alla differenza tra il TFR corrisposto e quello dovuto in base al superiore inquadramento, oltre accessori.

La Corte territoriale ha osservato che:
a) non poteva essere accolta la tesi della società secondo cui la clausola contrattuale subordinava l’attribuzione della qualifica dirigenziale all’esistenza di un riconoscimento formale da parte del datore di lavoro; se in tal senso dovesse interpretarsi la clausola contrattuale, questa sarebbe nulla, poiché in contrasto con l’oggettività dell’inquadramento, entro tali limiti dovendo essere inteso il rinvio operato dall’art.2095 c.c. alla disciplina contrattuale;
b) la norma contrattuale di settore, del resto, faceva riferimento alla copertura in azienda di un ruolo comportante un elevato grado di professionalità, di autonomia e di potere discrezionale nell’esplicazione di funzioni di promozione, coordinamento e gestione generale al fine di realizzare gli obiettivi dell’azienda, in tal modo richiamando la nozione c.d. ordinamentale di dirigente, secondo cui il tratto distintivo della qualifica dirigenziale rispetto a quella dell’impiegato con funzioni direttive è dato dall’ampiezza delle funzioni, estese per la prima qualifica all’intera azienda o ad un ramo autonomo di essa e tali da incidere, per effetto dell’autonomia e delle discrezionalità delle decisioni, sull’andamento della stessa azienda e che invece sono circoscritte, nella seconda ipotesi, ad un settore, ramo o servizio o ufficio;
c) nel caso di specie, il dirigente aveva svolto, dall’ottobre 1999 all’aprile 2001, mansioni di coordinatore dell’Area Affari, in sostituzione di altro dirigente, che si era dimesso; in tale Area erano confluiti le attività del Servizio Crediti e del Servizio Commerciale e ad essa appartenevano circa settanta unità; nella sua qualità di coordinatore dell’Area Affari, il dirigente aveva assunto anche il coordinamento e il controllo operativo dell’attività delle strutture periferiche della Filiale di M., degli Uffici di rappresentanza di V. e di B., nonché delle cinque rappresentanze di P., A., N., B. e C.;
d) il quadro delle funzioni ricoperte deponeva per l’esercizio di poteri di rilievo dirigenziale, essendo il dirigente stato preposto ad un ramo autonomo dell’Azienda, quale l’Area Affari che incorporava il Servizio Clienti e il Servizio Commerciale, con il relativo personale, “servizi che, nell’ambito di un Istituto di credito, con tutta evidenza, si occupano di attività fondamentali per l’Azienda e le cui funzioni incidono, pertanto, immediatamente sugli obiettivi e sulle finalità primarie dell’Istituto”;
e) l’incarico era stato conferito al ricorrente direttamente dall’Amministratore delegato dell’Istituto, alle cui dirette dipendenze il ricorrente era posto, svincolato dalla dipendenza gerarchico funzionale dal Direttore Generale; l’attività del dirigente, al di là delle linee generali tracciate dall’Amministratore delegato, era del tutto autonoma e discrezionale; inoltre, l’appellante partecipava, al pari degli altri dirigenti, ai comitati di Direzione presieduti dall’Amministratore delegato; l’ing. B. aveva alle proprie dipendenze funzionali risorse del suo stesso livello di inquadramento e coordinava più funzionari preposti a unità organizzative costituenti, nel loro complesso, un settore autonomo dell’Istituto;
f) pure dall’esame delle declaratorie dei profili di cui al CCNL poteva riscontrarsi che le caratteristiche della posizione occupata dal dirigente non erano riconducibili a quelle esemplificate nel livello dei quadri direttivi;
g) inoltre, non solo il G., ma anche i precedenti responsabili del Servizio erano tutti dirigenti; pertanto, se è vero che non esiste nel nostro ordinamento un principio di parità intersoggettiva, è altresì vero che la situazione sopra descritta evidenziava che tale servizio era stato considerato fondamentale dall’Azienda, tale da richiedere che allo stesso fossero preposti dei dirigenti;
h) in conclusione, il licenziamento era inefficace in quanto la legge n.223/91 non era applicabile al ricorrente in ragione della qualifica dirigenziale, essendo tale figura estranea al personale soggetto alla procedure di mobilità.

Contro la sentenza proponeva ricorso per Cassazione la società datrice di lavoro, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, che il riconoscimento della qualifica dirigenziale sarebbe condizionato alla formale investitura da parte dei vertici aziendali.
La Cassazione ha respinto il ricorso della società, ribadendo un importante principio di diritto già in precedenza affermato dai Supremi Giudici, ma che, per la sua importanza, merita qui di essere richiamato.

Ed invero, rilevano i Supremi Giudici, ai fini del riconoscimento della qualifica dirigenziale, è necessario e sufficiente che sia dimostrato l’espletamento di fatto delle relative mansioni, caratterizzate dalla preposizione ad uno o più servizi con ampia autonomia decisionale e non occorre anche una formale investitura trasfusa in una procura speciale, perché richiedere anche tale requisito significherebbe subordinare il riconoscimento della qualifica ad un atto discrezionale del datore di lavoro, di per sé insindacabile, con conseguente violazione del principio della corrispondenza della qualifica alle mansioni svolte.

Per il resto, la Corte di appello, concludono i Supremi Giudici, altro non ha fatto che applicare correttamente il principio secondo cui la qualifica di dirigente spetta soltanto al prestatore di lavoro che, come “alter ego” dell’imprenditore, sia preposto alla direzione dell’intera organizzazione aziendale ovvero ad una branca o settore autonomo di essa, e sia investito di attribuzioni che, per la loro ampiezza e per i poteri di iniziativa e di discrezionalità che comportano, gli consentono, sia pure nell’osservanza delle direttive programmatiche del datore di lavoro, di imprimere un indirizzo ed un orientamento al governo complessivo dell’azienda, assumendo la corrispondente responsabilità ad alto livello (c.d. dirigente apicale); da questa figura si differenzia quella dell’impiegato con funzioni direttive, che è preposto ad un singolo ramo di servizio, ufficio o reparto e che svolge la sua attività sotto il controllo dell’imprenditore o di un dirigente, con poteri di iniziativa circoscritti e con corrispondente limitazione di responsabilità (c.d. pseudo- dirigente).

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, ai fini del riconoscimento della qualifica dirigenziale, è necessario e sufficiente che sia dimostrato l’espletamento di fatto delle relative mansioni, caratterizzate dalla preposizione ad uno o più servizi con ampia autonomia decisionale e non occorre anche una formale investitura trasfusa in una procura speciale.

Fonte: Ipsoa.it

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