Provare separatamente il danno professionale da mobbing

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In caso di mobbing, l’accertamento del danno alla salute del dipendente non comporta necessariamente anche il riconoscimento del danno alla professionalità. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 172/2014, bocciando il ricorso di una impiegata del comune di Roma, che in aggiunta al risarcimento di 16mila euro, riconosciutole per aver subito provvedimenti disciplinari e poi sanzioni dichiarati illegittimi, chiedeva anche la liquidazione del danno alla professionalità.

Non al riconoscimento automatico – Per la Suprema corte però «il danno alla professionalità non può essere considerato in re ipsa nel semplice demansionamento, essendo invece onere del dipendente provare tale danno dimostrando, ad esempio, un ostacolo alla progressione di carriera».

Cosa non avvenuta nel caso in esame dove il ricorrente non ha neppure dedotto «circostanze che inducano ad affermare l’esistenza del tipo di danno richiesto, affermando, invece, un’inammissibile danno alla professionalità in re ipsa».Il ricorrente, infatti, aveva sostenuto che l’acclarato comportamento mobizzante del Comune di Roma «caratterizzato da discriminazione e da persecuzione psicologica, avrebbe necessariamente determinato mortificazione morale ed emarginazione professionale, per cui il danno alla professionalità dovrebbe essere ritenuto almeno presunto».

Le due voci hanno presupposti diversi – Di diverso avviso gli ermellini secondo cui: «Non sussiste alcuna logica nel riconoscimento del danno biologico e nel rigetto della domanda relativa al danno alla professionalità».

«È di palmare evidenza – prosegue la sentenza – che le due voci di danno hanno presupposti completamente diversi, essendo uno relativo al fisico del lavoratore, mentre il secondo alla sua professionalità e cioè all’aspetto della sua prestazione e capacità lavorativa».

Confermata, dunque, il ragionamento della Corte di appello secondo cui svolgendo la lavoratrice mansioni di tipo amministrativo, non poteva presumersi che la forzata inattività le avesse fatto perdere opportunità lavorative o avesse comportato l’obsolescenza della sue conoscenze.

Fonte: quotidianodiritto.ilsole24ore.com

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