Previdenza integrativa: portabilità a costo zero

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Linee guide sul diritto di portabilità
Al via la mobilità nel sistema di previdenza integrativa. Con un documento sottoscritto il 24 aprile 2008 presso il Ministero del Lavoro, Abi, Ania, Assogestioni, Assofondipensione e Assoprevidenza hanno fissato le linee guida sul diritto di portabilità riconosciuto ai lavoratori iscritti ai fondi pensione. Si tratta di un codice di buone pratiche, destinato a facilitare la mobilità del tfr e contributi da un fondo pensione a un altro, per volontà o cambiamento di lavoro da parte dei lavoratori.

Il diritto alla portabilità
L’iscritto a una forma pensionistica complementare ha diritto a trasferire l’intera posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica complementare cui abbia già aderito:
• decorso il periodo minimo di permanenza presso il fondo pensione cedente (dal quale ci si vuole trasferire)
• in qualsiasi momento, anche prima del periodo minimo di permanenza, qualora perda i requisiti di partecipazione al fondo pensione cedente (avente natura di fondo pensione negoziale o di fondo pensione aperto per le ipotesi di adesione su base collettiva) e intenda trasferire la posizione ad altra forma pensionistica complementare alla quale acceda in relazione alla nuova attività lavorativa;
• in qualsiasi momento, anche prima del periodo minimo di permanenza, qualora intenda trasferire la posizione dal fondo pensione cedente (avente natura di fondo pensione aperto o piano pensionistico individuale, pip) ad altra forma pensionistica complementare alla quale acceda in relazione alla nuova attività lavorativa;
• in qualsiasi momento, anche prima del periodo minimo di permanenza, qualora abbia maturato il diritto alla prestazione pensionistica ed intenda avvalersi delle condizioni di erogazione della rendita praticate dal fondo cessionario;
• in qualsiasi momento, anche prima del periodo minimo di permanenza, qualora il fondo pensione cedente (avente natura di fondo pensione aperto o piano pensionistico individuale) ponga in essere modifiche che complessivamente comportino un peggioramento rilevante delle condizioni economiche ovvero qualora le stesse modifiche interessino in modo sostanziale la caratterizzazione del fondo, secondo quanto riportato nel Regolamento del fondo pensione cedente;
• in conseguenza dello scioglimento del fondo pensione cedente;
• alle condizioni stabilite dalla regolamentazione di settore, nell’ipotesi in cui abbiano aderito a polizze previdenziali stipulate entro il 31 dicembre 2006 e non adeguate alla nuova normativa (al dlgs n.252/2005).
Una scelta libera e volontaria
La scelta di aderire a una forma pensionistica complementare è libera, volontaria e personale. Le forme pensionistiche complementari a tal fine disponibili, e finalizzate alla costituzione di una prestazione pensionistica integrativa (alla pensione pubblica), sono: i fondi pensione negoziali, i fondi pensione aperti, i contratti di assicurazione sulla vita con finalità previdenziali nonché i fondi pensione cosiddetti preesistenti, ossia istituiti anteriormente al novembre 1992, Dal 1° gennaio 2007, vige un’unica disciplina sotto tutti gli aspetti, anche a carattere fiscale, per tutte le forme pensionistiche complementari.
Le forme pensionistiche complementari si distinguono in collettive e individuali. Alle prime vanno ascritti i fondi pensione di natura negoziale (cioè istituiti per effetto di un ccnl o di un accordo sindacale, anche a livello aziendale; i fondi istituiti o promossi dalle regioni; i fondi aperti che ricevono adesioni collettive; i fondi istituiti dalle casse professionali privatizzate; i fondi preesistenti. Sono forme pensionistiche individuali quelle attuate mediante fondi aperti o mediante contratti di assicurazione sulla vita e la loro adesione è a carattere individuale.
Il diritto di portabilità vale a agisce all’interno del sistema di previdenza integrativa così costituito.

Aderire alla previdenza integrativa
La possibilità di aderire alla previdenza integrativa non è una novità degli ultimi tempi; forme pensionistiche complementari, infatti, operano già da diversi anni e con esse anche la possibilità di costruirsi una pensione integrativa.

Ciò che è cambiato, rispetto al passato, è la situazione dei lavoratori dipendenti. In quanto titolari del trattamento di fine rapporto lavoro (il tfr), dal 1° gennaio 2007 sono destinatari di una regola, cosiddetta del «silenzio assenso». In virtù della quale il tfr finisce automaticamente nei fondi pensione, se entro un certo termine il lavoratore non ne manifesta una diversa destinazione che può essere quella di conservarlo come liquidazione (o buonuscita), cioè sotto forma di retribuzione differita.

La regola del silenzio assenso dà ai lavoratori dipendenti un tempo di sei mesi, a partire dall’assunzione, per decidere sulle sorti del proprio tfr. In sostanza, due sono le modalità che i lavoratori hanno a disposizione per decidere: esplicita e tacita. La prima si realizza quando il lavoratore manifesti per iscritto la decisione riguardo al destino del suo tfr; una manifestazione da rendere al proprio datore di lavoro utilizzando la modulistica predisposta dal Ministero del Lavoro (i modelli Tfr1 e Tfr2). La modalità tacita, invece, è la pratica realizzazione della regola del silenzio assenso: se il lavoratore resta zitto, cioè non manifesta per iscritto alcuna decisione, il destino del suo TFR è segnato: finisce nella previdenza integrativa.

Investire in previdenza
La disciplina in vigore dal 1° gennaio 2007 mette a disposizione una pluralità di opportunità su cui scegliere. Tecnicamente, si chiamano «forme pensionistiche complementari» e si distinguono in collettive e individuali. Della prima categoria fanno parte i fondi pensione di natura negoziale (cioè istituiti con un Ccnl o un accordo sindacale, anche a livello aziendale); i fondi istituiti o promossi dalle regioni; i fondi aperti che ricevono adesioni collettive; i fondi istituiti dalle casse professionali privatizzate; i fondi preesistenti. Sono forme pensionistiche individuali quelle attuate mediante fondi pensioni aperti o contratti di assicurazione sulla vita, e la loro adesione è a carattere individuale. Diverse strade, dunque, attraverso cui può essere raggiunto lo stesso obiettivo: la pensione integrativa.

Aderendo alla previdenza integrativa, il lavoratore affida parte dei sui risparmi (tfr e contributi) a una forma previdenziale complementare allo scopo di ricavarne una rendita o capitale, equivalente ai soldi investiti più gli (eventuali) rendimenti dell’investimento.

Sia che decidano per una forma pensionistica collettiva che per una individuale, il lavoratore dipendente (cioè titolare di contratto di lavoro subordinato e, in quanto tale, con diritto al tfr) può destinarvi anche il tfr.

Disciplina unica, ma risultati differenti
Le diverse strade attraverso cui il lavoratore può raggiungere l’obiettivo di una rendita integrativa sono soggette alle stesse regole, poiché vige un’unica disciplina normativa, fiscale e gestionale per tutte le forme pensionistiche complementari (fondi pensione, assicurazioni, ecc.). Le diverse strade, invece, non conducono necessariamente allo stesso risultato finale, in termini di una rendita o di un capitale più o meno elevato di importo. Il quale piuttosto dipende dalle capacità di investimento degli operatori delle diverse forme previdenziali complementari e che determina un rendimento più o meno elevato dei risparmi (tfr e contributi).

Diritto di portabilità
Il lavoratore che finisca iscritto, in maniera esplicita o tacita, alla previdenza integrativa non potrà più venirne fuori. In altre parole, non avrà possibilità di ritornare alla vecchia liquidazione (al tfr come retribuzione differita). E, continui a lavorare presso la stessa azienda o cambi lavoro, porterà con sé il vincolo di destinare il tfr alla pensione integrativa.

Ciò che può fare il lavoratore è muoversi all’interno del sistema della previdenza integrativa. Tale mobilità, che si realizza nella possibilità di spostare la sua iscrizione da una forma pensionistica a un’altra (per esempio perché vede possibilità di migliorare il suo investimento), è riconosciuta dalla normativa (il dlgs n.252/2005) come un diritto: quello di portabilità.

Un diritto che si matura decorsi due anni dall’iscrizione a una forma pensionistica complementare, periodo che rappresenta un minimo vincolante (per FondInps il minimo di iscrizione è di un anno). In particolare, tale diritto garantisce ai lavoratori la piena facoltà di trasferire l’intera posizione individuale (equivale al totale delle risorse accantonate nel fondo per tfr, contributi e rendimenti) da una forma pensionistica a un’altra.

Costi zero
La normativa stabilisce che gli statuti e i regolamenti delle forme pensionistiche complementari (tutte, sia i fondi chiusi che aperti, i pip, ecc.) devono prevedere esplicitamente il diritto di portabilità e che non possono contenere clausole che risultino, anche di fatto, limitative del predetto diritto. Per di più, stabilisce che sono comunque inefficaci clausole che, all’atto dell’adesione o del trasferimento, consentano l’applicazione di voci di costo, comunque denominate, significativamente più elevate di quelle applicate nel corso del rapporto e che possono quindi costituire ostacolo alla portabilità.

Tasse zero
Il diritto di portabilità è esente anche da imposizione fiscale. Le operazioni di trasferimento delle posizioni pensionistiche, infatti, sono esenti da ogni onere fiscale, ma a condizione che avvengano a favore di forme pensionistiche disciplinate dal dlgs n.252/2005.

Trasferimento in sei mesi
Tempi stretti anche per il trasferimento. Gli adempimenti a carico delle forme pensionistiche complementari conseguenti all’esercizio delle facoltà derivanti dal diritto di portabilità, infatti, per espressa previsione di legge devono essere effettuati entro il termine massimo di sei mesi dalla data in cui il lavoratore ne abbia fatto richiesto (abbia cioè esercitato il diritto).

Primo adempimento è la presentazione della richiesta di trasferimento da parte dell’iscritto che sarà verificata nei successivi 45 giorni dal fondo pensione (completezza dei dati e sussistenza dei requisiti). Le linee guida stabiliscono che tutte le informazioni devono essere trasmesse con strumenti idonei ad assicurare la loro «intelligibilità» e la «tempestività» e la «certezza» della ricezione.

A tal fine, le forme pensionistiche devono rendere disponibile e pubblicizzare sul sito istituzionale del Ministero del Lavoro l’apposito modulo per la richiesta di trasferimento dal loro stesse predisposto, nonché un indirizzo di posta elettronica, un numero di telefono e di fax preposti alla ricezione delle comunicazioni funzionali all’esecuzione dei trasferimenti.

Fonte: Daniele Cirioli – italiaoggi.it

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