Prevenzione infortuni: valutazione rischi, responsabilità del datore senza delega

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In tema di prevenzione infortuni il datore di lavoro è obbligato, quando effettua la valutazione dei rischi, a conoscere tutte le fasi operative dell’attività aziendale senza possibilità di delega (o di “scarico”) della responsabilità sull’RSPP – responsabile del servizio prevenzione e protezione. Il datore di lavoro è il primo e principale destinatario degli obblighi di assicurazione, osservanza e sorveglianza delle misure e dei presidi di prevenzione antinfortunistica e non si vede (a fronte della indelegabilità) per quale ragione chi ricopre una tale posizione, nell’effettuare la valutazione dei rischi, non debba prendere conoscenza di tutte le fasi operative inerenti all’attività dell’azienda.

Con la sentenza 13 gennaio 2016, n.1036, la Sezione IV Penale della Corte di Cassazione si sofferma su un tema assai dibattuto nella giurisprudenza di legittimità vertente sulla delimitazione degli obblighi incombenti in capo al datore di lavoro, per legge tenuto alla valutazione dei rischi aziendali.

La Cassazione, sul punto, ha confermato una sentenza di condanna con cui il direttore di uno stabilimento, datore di lavoro ai fini prevenzionistici, era stato per il reato di lesioni colpose ai danni di un dipendente, il quale aveva tentato di difendersi sostenendo l’erroneità della sentenza nella parte in cui presumeva la conoscenza diretta, in capo al medesimo di un difetto procedurale ad una fase operativa circoscritta, sebbene il deficit procedurale non fosse stato sufficientemente segnalato al datore di lavoro dall’RSPP.

I giudici di Piazza Cavour, in particolare, hanno confermato la responsabilità del datore di lavoro affermando il principio di cui sopra, sottolineando come questi non possa esimersi dalla responsabilità tentando di attribuire la responsabilità dell’infortunio all’RSPP (che, peraltro, nel caso di specie, era stato pure ritenuto responsabile proprio per non aver trascurato di segnalazione la situazione di rischio).

Il fatto
La vicenda processuale segue alla sentenza con la quale, per quanto qui di interesse, come già accennato, era stata confermata la responsabilità penale di un direttore di stabilimento con delega specifica in materia di igiene e sicurezza sul lavoro per aver cagionato per colpa a S.C. lavoratore dipendente con mansioni di tornitore, lesioni personali gravi consistite nello schiacciamento del primo dito della mano sinistra con frattura e ferita lacero contusa con incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni pari a giorni 154 e con grado di invalidità riconosciuta dall’Inail pari al 4%.

In particolare S.C., assunto con la mansione di tornitore addetto al carico e scarico dei cilindri in lavorazione sulle macchine senza aver mai partecipato a corsi di formazione specifici, durante l’operazione di caricamento di un rullo di notevoli dimensioni sul tornio “175” (utilizzato, appunto per i cilindri di grosse dimensioni) cercando di orientare il carico con una mano all’interno del mandrino del tornio (come da prassi in uso tra gli operatori) si schiacciava il pollice fra il cilindro e una ganascia del mandrino in contrasto con le prescrizioni di sicurezza del reparto torneria.

Nella specie, al direttore dello stabilimento veniva addebitata la violazione degli artt.28, comma 2, lett. b) e d) del D. Lgs. n.81 del 2008, in quanto il documento di valutazione dei rischi non conteneva l’indicazione delle misure e procedure di prevenzione e di protezione concrete ed efficaci per le attività di carico e scarico dei cilindri di grosse dimensioni dalle macchine utensili per ogni turno lavorativo (se non, in termini del tutto generali l’indicazione di “non guidare con le mani il carico sospeso” e di “non sostare sotto i carichi”) e non conteneva altresì l’indicazione delle misure idonee a ridurre al minimo i possibili rischi di investimento dei pesanti carichi sospesi, trattandosi di attività pericolosa comportante gravi rischi di investimento per gli operatori.

Il ricorso
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione, per quanto di interesse in questa sede, il direttore dello stabilimento, in particolare sostenendo l’errore dei giudici di merito nella parte in cui presumono la conoscenza diretta, in capo al datore di lavoro (delegante), di un difetto procedurale ad una fase operativa circoscritta, sebbene il fattore di rischio non sufficientemente schermato sia “quasi impercettibile” e il deficit procedurale non sufficientemente segnalato al delegante dal responsabile per la sicurezza (delegato).

La motivazione della sentenza impugnata avrebbe posto a fondamento della condanna il dato della conoscenza da parte del datore di lavoro della carenza determinante la condotta del lavoratore e l’evento lesivo.

Tale presunta conoscenza sussisterebbe nonostante il soggetto titolare di apposita delega, inizialmente coimputato nello stesso giudizio, non avesse mai effettuato la necessaria segnalazione.
In sostanza, nel momento in cui vi sia un delegato effettivamente presente, referente diretto dei lavoratori, l’osservazione diretta delle eventuali criticità operative spetterebbe secondo la tesi sostenuta al delegato e non all’originario garante.

In tal caso, l’imputazione fattuale nei confronti del datore di lavoro, di una conoscenza diretta della criticità procedurale circoscritta, non potrebbe prescindere dalla prova positiva di una sua ingerenza, quanto meno osservativa.

In mancanza di tale prova non sarebbe possibile riferire al datore di lavoro delegante la stessa base cognitiva del soggetto delegato, dell’esistenza di eventuali criticità procedurali concrete.

La decisione della Cassazione
La Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha respinto il ricorso del direttore dello stabilimento, in particolare rilevando, con riferimento al caso concreto, come, pur essendo vero che in ragione del suo incarico, l’RSPP fosse costantemente presente e costituisse il naturale referente per i lavoratori, ciò non incideva in alcun modo sulla correttezza del percorso logico che aveva portato all’affermazione di responsabilità del direttore dello stabilimento.

Ed invero, chiariscono i Giudici di legittimità, con riguardo alla responsabilità del RSPP, andava riaffermato il principio secondo cui il responsabile del servizio di prevenzione e protezione è un mero ausiliario del datore di lavoro privo di autonomi poteri decisionali e non è dunque destinatario degli obblighi dettati dalla legge in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle sanzioni, penali e amministrative, previste per la loro violazione.

Ma ciò non esclude peraltro la sua responsabilità penale per l’infortunio conseguito alla mancata adozione di una misura prevenzionale, qualora si accerti che lo stesso abbia indotto il datore di lavoro all’emissione, essendo a lui ascrivibile un titolo di colpa professionale (e, nel caso di specie, il l’RSPP aveva riportato condanna per il fatto in esame): ne consegue, quindi, la correttezza anche della condanna del datore di lavoro posto che, chi ricopre una tale posizione, nell’effettuare la valutazione dei rischi, è obbligato anche a prendere conoscenza di tutte le fasi operative inerenti all’attività dell’azienda.

Le conseguenze sul piano pratico – operativo
Per quanto concerne i precedenti giurisprudenziali sulla questione, si segnala come la giurisprudenza abbia nel corso del tempo contribuito a definire i limiti delle responsabilità gravanti sui soggetti della sicurezza e, segnatamente, del datore di lavoro rispetto all’RSPP.

Tra le più note, senza dubbio, quella resa nell’ormai noto caso Thyssen, secondo cui in tema di infortuni sul lavoro, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur svolgendo all’interno della struttura aziendale un ruolo non gestionale ma di consulenza, ha l’obbligo giuridico di adempiere diligentemente l’incarico affidatogli e di collaborare con il datore di lavoro, individuando i rischi connessi all’attività lavorativa e fornendo le opportune indicazioni tecniche per risolverli, all’occorrenza disincentivando eventuali soluzioni economicamente più convenienti ma rischiose per la sicurezza dei lavoratori, con la conseguenza che, in relazione a tale suo compito, può essere chiamato a rispondere, quale garante, degli eventi che si verifichino per effetto della violazione dei suoi doveri (Cass. pen., Sez. U, n.38343 del 18/09/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, in CED Cass., n.261107, riguardante una fattispecie in cui la Corte ha ritenuto penalmente rilevante la condotta del responsabile del servizio che aveva redatto il documento di valutazione dei rischi con indicazione di misure organizzative inappropriate, sottovalutando il pericolo di incendio e omettendo di indicare ai lavoratori le opportune istruzioni per salvaguardare la propria incolumità).

Quanto, poi, alla inesistenza di qualsiasi esonero di responsabilità del datore di lavoro sol per il fatto della nomina dell’RSPP, la Cassazione ha più volte ribadito che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, gli obblighi di vigilanza e di controllo gravanti sul datore di lavoro non vengono meno con la nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il quale ha una funzione di ausilio diretta a supportare e non a sostituire il datore di lavoro nell’individuazione dei fattori di rischio nella lavorazione, nella scelta delle procedure di sicurezza e nelle pratiche di informazione e di formazione dei dipendenti (v. da ultimo: Cass. pen., Sez.4, n.50605 del 16/12/2013, P., in CED Cass., n.258125).

Fonte: Ipsoa.it

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