Prevenzione infortuni: limiti alla responsabilità del datore di lavoro

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La previsione, contenuta nella direttiva “madre” del 1989 in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, secondo cui il datore di lavoro è obbligato a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori in tutti gli aspetti connessi con il lavoro, non essendo sufficientemente specifica, non consente di ritenere ravvisabile un’inadempienza dello Stato italiano per la mancata trasposizione nel diritto nazionale.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una dipendente di un’Amministrazione provinciale e l’Ente pubblico datore di lavoro.

La sfortunata dipendente era caduta, durante le incombenze d’ufficio, nei locali dell’Amministrazione Provinciale di cui era dipendente, scivolando su una matita o penna caduta a terra e riportando lesioni permanenti pari al 67%. Sia l’INAIL che il Pretore, con sentenza confermata in grado d’appello e in Cassazione, avevano escluso che l’infortunio fosse indennizzabile ai sensi del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, sul rilievo che il rischio non era diverso da quello che incombe su ogni altro soggetto che si sposti a piedi per ragioni non di ufficio.

La donna, a quel punto, decideva di convenire in giudizio davanti al Tribunale di Roma “il Governo della Repubblica Italiana, Presidenza del Consiglio di Ministri”, deducendo che lo Stato italiano era responsabile dell’infortunio e dei conseguenti danni da lei subiti, pari ad oltre 500.00 mila euro, per non essersi lo Stato Italiano adeguato entro il 31 dicembre 1992 alla direttiva CEE 89/331 del 12 giugno 1989 sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. In particolare chiedeva che la interpretazione di una disposizione di tale direttiva circa la responsabilità dello Stato italiano in ordine all’infortunio in questione fosse rimessa alla Corte di Giustizia della Comunità Europea. Il Tribunale respingeva il ricorso e tale decisione veniva confermata dalla Corte d’appello, la quale osservava come la responsabilità del datore di lavoro in ordine all’infortunio era stata esclusa con sentenza confermata dalla Corte di Cassazione e che la lavoratrice avrebbe dovuto far valere in quel giudizio “eventuali vizi di costituzionalità della legislazione vigente” da sottoporre alla Corte Costituzionale.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la lavoratrice, in particolare lamentandosi del fatto che la Corte di appello avrebbe omesso di pronunziarsi circa la conformità delle norme del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro alla direttiva CEE 89/391 e sulla conseguente responsabilità dello Stato italiano per non essersi adeguato a tale direttiva. Inoltre, sosteneva che le norme del diritto comunitario hanno diretta ed immediata applicazione nel nostro ordinamento in caso di accertata incompatibilità di tali disposizioni con quelle della legge nazionale, sicchè il giudice avrebbe dovuto dare applicazione alle prime.
La Cassazione ha respinto il ricorso, ribadendo un principio già affermato nella giurisprudenza della S.C., ma che, per la sua rilevanza con riferimento alla materia della prevenzione infortuni, va qui evidenziato perché assume una particolare importanza per gli operatori.

In particolare, evidenziano gli Ermellini come i giudici di merito avevano escluso la responsabilità del datore di lavoro, affermando che la lavoratrice, scivolata su una matita, non era stata esposta ad un rischio diverso da quello che incombe su ogni altro soggetto che si sposti a piedi in circostanze non caratterizzate dall’incombenza a lei assegnata, nè il rischio connesso agli spostamenti spaziali, che incombe su chiunque si muova da un luogo ad un altro, era reso, nella specie, maggiore dall’attività lavorativa svolta dall’infortunata. La donna, a seguito di tale pronuncia, aveva convenuto in giudizio lo Stato italiano, addossandogli la responsabilità dell’infortunio per non essersi adeguato, entro il 31 dicembre 1992, alla direttiva CEE 89/391 del 12 giugno 1989, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro, e lamentando che la sentenza impugnata aveva omesso di accertare la conformità del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro del 1965 a tale direttiva.

Orbene, secondo la Cassazione, da un lato, tale questione avrebbe dovuto essere proposta in quel giudizio, in cui era in discussione proprio la violazione da parte del datore di lavoro delle disposizioni di cui al T.U. dianzi indicato ed essendo l’INAIL l’ente preposto dallo Stato italiano all’accertamento e alla indennizzabilità degli infortuni sul lavoro; dall’altro, la direttiva CEE sopra indicata, nella parte richiamata dalla ricorrente (sezione II – obblighi dei datori di lavoro, art.5), non prevede alcun obbligo specifico a carico del datore di lavoro con riguardo all’ipotesi per cui è controversia. Essa infatti, per quanto qui rileva, precisano i Supremi Giudici, prevede sì (al primo comma) che il datore di lavoro è obbligato a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori in tutti gli aspetti connessi con il lavoro, ma aggiunge (al quinto comma), che la “presente direttiva non esclude la facoltà degli Stati membri di prevedere l’esclusione o la diminuzione della responsabilità dei datori di lavoro per fatti dovuti a circostanze a loro estranee, eccezionali o imprevedibili, o a eventi eccezionali, le conseguenze dei quali sarebbero state comunque inevitabili, malgrado la diligenza osservata”. Orbene, per i giudici di Piazza Cavour, la disposizione di cui al primo comma è norma di carattere generale già esistente nel nostro ordinamento (v., l’art.2087 cod. civ.), mentre l’altra consente agli Stati membri, nelle ipotesi eccezionali ivi indicate, di escludere la responsabilità del datore di lavoro. Si tratta, secondo la Corte di Cassazione, di disposizioni non sufficientemente specifiche, in ordine alle quali non può ravvisarsi una inadempienza dello Stato italiano per la mancata loro trasposizione nel diritto nazionale.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, ai fini dell’obbligo dello Stato membro di dare attuazione ad una direttiva comunitaria, è necessario che la direttiva sia incondizionata e sufficientemente specifica: e tale non la direttiva “madre” del 1989.

Fonte: Ipsoa.it

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