Poste Italiane: contratti a termine, CCNL 2001 senza ultrattività

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In materia di assunzioni a termine del personale non dirigente di Poste italiane s.p.a. il CCNL dell’11 gennaio 2001 stabilisce il 31 dicembre dello stesso anno quale data di scadenza dell’accordo, chiaramente e formalmente fissata nel contratto. Ne consegue che i contratti a termine stipulati successivamente a tale data non possono rientrare nella disciplina normativa transitoria che aveva previsto il mantenimento dell’efficacia delle clausole contenute nel contratto. Pertanto, i contratti a termine sono interamente soggetti al nuovo regime normativo, senza che possa invocarsi l’ultrattività delle pregresse disposizioni per il periodo di vacanza contrattuale collettiva: quest’ultima soluzione si porrebbe in contrasto con il principio secondo il quale i contratti collettivi di diritto comune operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in materia di assunzioni a termine del personale postale, affermando che l’art.74, comma 1, del CCNL 11 gennaio 2001 del personale non dirigente di Poste italiane s.p.a. stabilisce il 31 dicembre 2001 quale data di scadenza dell’accordo.

Ne consegue che i contratti a termine stipulati successivamente a tale data non possono rientrare nella disciplina transitoria prevista dall’art.11 del d.lgs. n.368 del 2001 – che aveva previsto il mantenimento dell’efficacia delle clausole contenute nell’art.25 del suddetto CCNL, stipulate ai sensi dell’art.23 della legge n.56 del 1987- e sono interamente soggetti al nuovo regime normativo, senza che possa invocarsi l’ultrattività delle pregresse disposizioni per il periodo di vacanza contrattuale collettiva, ponendosi tale soluzione in contrasto con il principio secondo il quale i contratti collettivi di diritto comune operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una lavoratrice e Poste Italiane S.p.A.
In sintesi, i fatti.

La Corte d’appello rigettava l’appello proposto da T.S. avverso la sentenza con cui il locale Tribunale aveva disatteso la querela nullitatis da lei proposta nei confronti del contratto a termine stipulato con la S.p.A. Poste Italiane dal 1 febbraio al 30 aprile 2002, ritenendo che la vicenda concretamente occorsa tra le parti dovesse ritenersi assoggettata alla disciplina di cui al combinato disposto dell’art.23, l. n.56/1987, e dell’art.25 CCL 11.1.2001, e non invece del d.lgs. n.368/2001.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la lavoratrice, in particolare per avere la Corte d’appello ritenuto giustificata la stipulazione a termine in forza dell’art.23, l. n.56/1987, e del CCL 11.1.2001: ad avviso della lavoratrice, infatti, l’art.74 del CCL prevedeva quale data di propria scadenza il 31.12.2001 e giammai avrebbe potuto consentire l’apposizione del termine ad un contratto stipulato con effetti dal febbraio all’aprile 2002, il quale, pertanto, doveva ricadere per intero nella disciplina di cui agli artt.1 ss., d.lgs. n.368/2001.

La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della S.C., ma che per la sua importanza dev’essere qui ribadito.

In particolare, osservano gli Ermellini deve rilevarsi che, nel sistema delineato dall’art.11, d.lgs. n.368/2001, che – oltre alla “continuazione degli effetti”, fino alla scadenza, dei contratti individuali conclusi in attuazione della normativa previgente – prevede “in via transitoria e salve diverse intese” anche il “mantenimento” dell’efficacia delle clausole dei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati ai sensi dell’art.23, l. n.56/1987, “fino alla data di scadenza” dei contratti collettivi stessi, la questione della cessazione degli effetti di un contratto collettivo nazionale di lavoro, che sia abilitato a dettare la normativa derogatoria sulle stipulazioni a termine ex art.23, l. n.56/1987, cit., costituisce questione (non già di fatto, bensì) di diritto, risolvendosi nella questione dell’individuazione del momento di entrata in vigore del decreto legislativo n.368/2001, e conseguentemente può essere dedotta in sede di legittimità ogni qualvolta l’applicazione al rapporto controverso del decreto legislativo ult. cit. abbia formato oggetto di questione dibattuta nei precedenti gradi di merito.

Sotto questo profilo, del tutto irrilevante deve ritenersi la circostanza che quello qui in questione non è un contratto collettivo di lavoro “nazionale” (la violazione delle cui clausole sarebbe peraltro direttamente censurabile in cassazione ex art.360, n.3, c.p.c., nel testo risultante dalla modifica apportata dall’art.2, d.lgs. n.40/2006), bensì un contratto stipulato a livello aziendale: una volta riconosciuto che l’art.23, l. n.56/1987, nei demandare alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, non richiede che il contratto collettivo debba essere nazionale né compie alcuna selezione con riferimento alla parte datoriale, che può essere pertanto anche una singola azienda, anche sulla verifica della perdurante efficacia di tali contratti deve ammettersi un sindacato di legittimità che non sia limitato al vaglio della correttezza e dell’adeguatezza della motivazione posta a base dell’interpretazione adottata dal giudice del merito (come in generale ritenuto per i contratti collettivi aziendali), salvo compromettere il fine di assicurare ai potenziali interessati – per quanto possibile e per quanto non influenzato dalle insopprimibili peculiarità di ciascuna fattispecie – una reale parità di trattamento con riguardo alla disciplina legale applicabile.

Del resto, anche con riguardo all’interpretazione dei contratti collettivi stipulati dalle OO.SS. con aziende di rilievo nazionale la Corte ha da tempo avvertito l’esigenza di pervenire a soluzioni ermeneutiche uniformi, stante la loro riferibilità ad una serie indeterminata di destinatari e il loro carattere sostanzialmente normativo, che li rende inassimilabili a qualsivoglia contratto o accordo concluso tra privati.
E se ciò è vero in generale, lo è massimamente allorché il legislatore rimetta alla durata (rectius, alla scadenza) di tali contratti l’individuazione dei momento di entrata in vigore di una norma di legge, rischiandosi altrimenti di vulnerare il principio di uguaglianza di cui all’art.3, comma 1, Cost.

Da qui dunque l’accoglimento del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, in materia di assunzioni a termine del personale postale, l’art.74, comma 1, del c.c.n.l. 11 gennaio 2001 del personale non dirigente di Poste italiane s.p.a. stabilisce il 31 dicembre 2001 quale data di scadenza dell’accordo.

Ne consegue che i contratti a termine stipulati successivamente a tale data non possono rientrare nella disciplina transitoria prevista dall’art.11 del d.lgs. n.368 del 2001 – che aveva previsto il mantenimento dell’efficacia delle clausole contenute nell’art.25 del suddetto c.c.n.l., stipulate ai sensi dell’art.23 della legge n.56 del 1987- e sono interamente soggetti al nuovo regime normativo, senza che possa invocarsi l’ultrattività delle pregresse disposizioni per il periodo di vacanza contrattuale collettiva, ponendosi tale soluzione in contrasto con il principio secondo il quale i contratti collettivi di diritto comune operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti.

Fonte: Ipsoa.it

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