Permessi assistenziali: tre giorni mensili anche se c’è la colf

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In tema di permessi “assistenziali” ex legge 104, la presenza in famiglia di altra persona che sia tenuta o che possa provvedere all’assistenza del parente non esclude di per sé il diritto ai tre permessi mensili retribuiti previsti dalla legge, non potendo in tal modo frustrarsi lo scopo perseguito dalla legge ed essendo presumibile che, essendo il lavoratore impegnato con il lavoro, all’assistenza del parente provveda altra persona, mentre è senz’altro ragionevole che quest’ultima possa fruire di alcuni giorni di libertà, in coincidenza con la fruizione dei tre giorni di permessi del lavoratore.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un lavoratore e l’Amministrazione comunale di appartenenza.
In breve, i fatti.

Il Giudice del lavoro respingeva la domanda proposta da E.T., diretta a far accertare il suo diritto a godere di tre giorni di permesso retribuito a partire dal 1-12-2004, con condanna del Comune al pagamento del corrispettivo per il giorni di permesso non fruito a far data dal dicembre 2004, con accessori di legge.

Con la domanda la lavoratrice aveva dedotto di essere dipendente comunale in qualità di vigile urbano, e di essere unica figlia di genitori anziani, residenti a parecchi chilometri di distanza, di essere sua madre in condizioni di inabilità al 100% con godimento dell’indennità di accompagnamento, di essere il padre gravemente malato e non in condizioni di poter assistere la moglie, di essere quindi lei la persona che assisteva con continuità la madre e di avere quindi diritto ai benefici della legge n. 104 ed in particolare ai tre giorni di permesso mensile previsti (art.33).

Il Comune, dal canto suo, aveva dedotto il difetto del requisito della convivenza con la persona handicappata e, comunque, della assistenza continua.

Il primo giudice, nel respingere la domanda, rilevava la mancanza del requisito della convivenza ed in particolare, poi, la mancanza dell’assistenza quotidiana che la figlia non avrebbe potuto comunque assicurare.

La Corte d’Appello di Milano, a seguito dell’impugnazione della lavoratrice, in riforma della pronuncia di primo grado, accertava il diritto a fruire mensilmente di tre giorni di permesso retribuito dal 1-1-2006 e il diritto ad ottenere il corrispettivo dei giorni non goduti dalla detta data.

In sintesi la Corte d’appello rilevava che, in base alla ratio normativa non era possibile interpretare restrittivamente il concetto di assistenza continua e di esclusività, non potendo altrimenti il lavoratore neanche svolgere attività lavorativa.

Tanto rilevato la Corte affermava che nella specie poteva ritenersi raggiunta la condizione richiesta solo nel 2006, allorquando con l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, di fatto era rimasta solo la colf a garantire una assistenza parziale in assenza della ricorrente.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il Comune, in particolare sostenendo che già la notevole distanza geografica tra il luogo di lavoro ed il comune di residenza dei genitori della lavoratrice doveva indurre a negare la sussistenza della continuità dell’assistenza, mentre la esclusività era smentita dalla circostanza della presenza quotidiana, nella abitazione della madre, di una colf oltreché, per lo meno fino a tutto il 2005, anche dell’aiuto costante da parte del padre, di guisa che la presenza della E.T. alla residenza dei genitori si limitava in sostanza ai soli fine-settimana.

La Cassazione ha respinto il ricorso del Comune, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Sul punto, occorre anzitutto ricordare che i permessi retribuiti spettano ai lavoratori dipendenti:

a) disabili in situazione di gravità;
b) genitori, anche adottivi o affidatari, di figli disabili in situazione di gravità;
c) coniuge, parenti o affini entro il 2° grado di familiari disabili in situazione di gravità.

Il diritto può essere esteso ai parenti e agli affini di terzo grado soltanto qualora i genitori o il coniuge della persona con disabilità grave abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

I predetti permessi, invece, non spettano:

a) ai lavoratori a domicilio;
b) agli addetti ai lavori domestici e familiari;
c) ai lavoratori agricoli a tempo determinato occupati a giornata, né per se stessi né in qualità di genitori o familiari;
d) ai lavoratori autonomi;
e) ai lavoratori parasubordinati.

Tanto premesso, i Supremi Giudici ricordano esattamente che la presenza in famiglia di altra persona che sia tenuta o che possa provvedere all’assistenza del parente non esclude di per sé il diritto ai tre permessi mensili retribuiti, non potendo in tal modo frustrarsi lo scopo perseguito dalla legge ed essendo presumibile che, essendo il lavoratore impegnato con il lavoro, all’assistenza del parente provveda altra persona, mentre è senz’altro ragionevole che quest’ultima possa fruire di alcuni giorni di libertà, in coincidenza con la fruizione dei tre giorni di permessi del lavoratore.

Ugualmente, poi, deve interpretarsi in senso elastico e rispondente alla ratio della norma anche il requisito della continuità, essendo evidente che, in ragione del lavoro espletato dal lavoratore ed in funzione della assistenza al parente, ben può esservi una continuità non giornaliera (ad esempio settimanale) meritevole di tutela.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, la presenza in famiglia di una colf non esclude di per sé il diritto del familiare ai tre permessi mensili retribuiti previsti dalla “104”.

Fonte: Ipsoa.it

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