Per riposi e orario di lavoro sanzioni quintuplicate

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Il Ministero del Lavoro ha applicato la quintuplicazione della legge n.296/2006 alle sanzioni per riposi e orario di lavoro irrogabili dal gennaio 2007 al giugno 2008. In quali casi si procede alla rideterminazione e quali sono le nuove sanzioni applicabili?

Con la sentenza n.153 del 21 maggio 2014 la Corte Costituzionale ha deciso la incostituzionalità, per violazione dei criteri di delega contenuti nella legge 1° marzo 2002, n.39, delle previsioni sanzionatorie contenute in origine nell’art.18-bis del d.lgs. 8 aprile 2003, n.66, così come introdotto dal d.lgs. 19 luglio 2004, n.213, in materia di violazioni per l’orariodi lavoro e i riposi.

In argomento il Ministero del Lavoro è già intervenuto con due pronunciamenti a titolo di chiarimento operativo, dapprima con la Lettera circolare prot. n.12552 del 10 luglio 2014 e, più recentemente, con la successiva Lettera circolare prot. n.14876 del 28 agosto 2014.

La declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art.18-bis, commi 3 e 4, del d.lgs n.66/2003 operata dalla sentenza n.153/2014 della Corte costituzionale deriva dal vaglio di costituzionalità richiesto ex art. 76 Cost. dal Tribunale di Brescia.

Il giudice lombardo osservava che l’art.2, comma 1, lettera c) della legge delega n.39/2002 dettava uno specifico criterio direttivo secondo cui dovevano essere «previste sanzioni identiche a quelle eventualmente già comminate dalle leggi vigenti per le violazioni che siano omogenee e di pari offensività rispetto alle infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi».

In particolare, a proposito di riposi, il Tribunale di Brescia evidenzia che le violazioni dell’art.9 del d.lgs. n.66/2003 trovano il loro omogeneo nella previgente legge n.370/1934 (artt.1, 3 e 5), per le quali trovava applicazione una sanzione amministrativa da 25 a 154 euro o, se si trattasse di più di cinque lavoratori, da 154 a 1.032 euro, mentre quelle dell’art.4 del d.lgs. n.66/2003 rilevano per omogeneità con quelle di cui agli artt. 1 e 5 del regio decreto-legge n.692/1923, convertito dalla legge n.473/1925, che comportavano una sanzione amministrativa da 25 a 154 euro o, se si trattasse di più di cinque lavoratori, da 154 a 1.032 euro, mentre le sanzioni amministrative introdotte dal d.lgs. n.213/2004 prevedevano, rispettivamente, limiti compresi tra 105 e 630 euro per i riposi e tra 130 e 780 euro per ogni lavoratore e per ciascun periodo con riguardo al superamento dei limiti massimi di lavoro settimanale.

Effetti della decisione della Corte Costituzionale
In base a questo raffronto è stata sollevata la questione di costituzionalità in ragione della omogeneità delle discipline regolatorie e sanzionatorie riguardanti i limiti minimi irrinunciabili rispetto ai tempi di lavoro e di riposo, rimettendo alla Consulta la verifica della legittimità costituzionale dell’art.18-bis del d.lgs. n.66/2003, recante sanzioni pecuniarie molto più elevate rispetto a quelle previste dalle leggi precedenti, rimaste applicabili per le violazioni commesse fino al 31 agosto 2004.

La sentenza n.153/2014 Corte cost., in effetti, ha riconosciuto la fondatezza della questione per violazione dell’art.2, comma 1, lettera c), della legge n.39/2002, dichiarando, appunto, la illegittimità costituzionale delle disposizioni contenute nell’art.18-bis, commi 3 e 4, del d.lgs. n.66/2003, per violazione dell’art.76 Cost.
La pronuncia di incostituzionalità – come chiarito dal Ministero con la lett. circ. del 10 luglio 2014 interessa esclusivamente gli illeciti commessi dal 1° settembre 2004 al 24 giugno 2008, in quanto essa non esplica nessuna efficacia sulle modifiche legislative successive, operate nel tempo dapprima dall’art.41 del decreto-legge n.112/2008, convertito dalla legge n.133/2008, in seguito dall’art.7 della legge n.183/2010 ed infine dall’art.14 del decreto-legge n.145/2013, convertito dalla legge n.9/2014.

Le novelle 2008-2014, infatti, non promanavano dalla originaria delega legislativa della legge n.39/2002, ma da scelte di politica del diritto sanzionatorio differenti.

Rideterminazione delle sanzioni
La sentenza della Corte cost. riveste, peraltro, un ruolo importante relativamente al contenzioso giudiziario attivato dai soggetti ispezionati e sanzionati avverso le ordinanze-ingiunzioni opposte dinanzi al Tribunale, ed anche con riguardo al contenzioso amministrativo avviato sugli accertamenti ispettivi svolti fino al giugno 2013 che hanno per oggetto l’accertamento delle violazioni commesse fino a giugno 2008.

In entrambi i casi le Direzioni territoriali del lavoro competenti devono adeguarsi alla decisione della Consulta riformulando l’apparato sanzionatorio secondo le indicazioni ministeriali.

Così, in base alla la lett. circ. n.12552/2014, gli uffici territoriali del Ministero del Lavoro devono rideterminare gli importi in tutte le circostanze nelle quali ricorrono le seguenti ipotesi:

– rapporti al Direttore (ai sensi dell’art.17 della legge n.689/1981) relativi a verbali di contestazione e notificazione di illeciti amministrarvi che non hanno formato ancora oggetto di ordinanza-ingiunzione;
– ordinanza-ingiunzione già emessa ma per la quale non è spirato il termine per il ricorso giudiziario in opposizione;
– ricorso giudiziario in opposizione ancora pendente o con sentenza non ancora passata in giudicato.

Il Ministero ha chiarito che quando il procedimento sanzionatorio risulta definitivamente concluso – i verbali sono stati pagati, le ordinanze-ingiunzioni sono divenute esecutive per mancata opposizione nei termini, le sentenze dei giudizi di opposizione sono passate in giudicato – le sanzioni non devono essere rideterminate dalle Direzioni del lavoro, in quanto, secondo le indicazioni ministeriali, gli atti e i provvedimenti adottati permangono intangibili, posto che secondo l’art.136 Cost. “quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.

D’altra parte, anche in tale ultima fattispecie, non appare peregrina una azione di indebito oggettivo e di ripetizione per le somme indebitamente versate da proporsi nei confronti dell’ente impositore (anche quando le somme sono state pagate a seguito di cartella esattoriale), ai sensi degli art.2033 e 2041 cod.civ.

Quintuplicazione delle sanzioni
Da ultimo, il Ministero del Lavoro con la Lettera circolare n.14876/2014 ha affermato che la rideterminazione degli importi sanzionatori riguardanti le accertate violazioni in materia di orario di lavoro va concretamente effettuata in ragione di quanto previsto dall’art.1, comma 1177, della legge n.296/2006, secondo cui “gli importi delle sanzioni amministrative previste per la violazione di norme in materia di lavoro, legislazione sociale, previdenza e tutela della sicurezza e salute nei luoghi di lavoro entrate in vigore prima del 1° gennaio 1999 sono quintuplicati”.

In base alle più recenti osservazioni ministeriali, dunque, le sanzioni da applicarsi non sono quelle previgenti, ma sanzioni del tutto nuove, mai entrate in vigore nell’ordinamento giuridico, derivanti dalla quintuplicazione decisa dal legislatore a far data dal 1° gennaio 2007 per le sanzioni che all’epoca risultavano abrogate e sostituite da quelle introdotte dal d.lgs. n.213/2004.

L’affermazione del Ministero, secondo cui nel periodo temporale di applicazione della legge n. 296/2006 (ante 1° gennaio 1999) deve ritenersi ricompreso l’impianto sanzionatorio previsto dalla normativa previgente in materia di orario di lavoro, non può e non deve essere fraintesa rispetto ai contenuti possibili, sul piano di legittimità costituzionale.

A ben guardare, infatti, la riconosciuta illegittimità costituzionale dell’art.18-bis, commi 3 e 4. del d.lgs. n.66/2003, ha comportato la riviviscenza delle sanzioni previste dall’art.9 del r.d.l. n. 692/1923 e dall’art.27 della legge n.370/1934, le quali (secondo la lettera dell’art.1, comma 1177, della legge n.296/2006), sono “sanzioni amministrative previste per la violazione di norme in materia di lavoro” che risultavano, prima della loro abrogazione ad opera del d.lgs. n.213/2004, “entrate in vigore prima del 1° gennaio 1999” per cui i relativi importi sono da intendersi quintuplicati a far data dal 1° gennaio 2007.

Ne consegue che, in ragione del quadro normativo di riferimento e dei chiarimenti ministeriali – in particolare con riferimento alle violazioni in materia di durata massima dell’orario di lavoro (art.4, commi 2, 3 e 4, d.lgs. n.66/2003) e riposo settimanale (art.9, comma 1) – si hanno due differenti regimi sanzionatori:

· dal 1° settembre 2004 al 31 dicembre 2006: da 25 a 154 euro o, se si trattasse di più di cinque lavoratori, da 154 a 1.032 euro;
· dal 1° gennaio 2007 al 24 giugno 2008: da 125 a 770 euro o, se si trattasse di più di cinque lavoratori, da 770 a 5.160 euro.

Conseguenza paradossale, tuttavia, è che l’apparato sanzionatorio rideterminato in forza della sentenza n.153/2014 della Corte cost. diventa in parte molto più gravoso di quello previsto dal d.lgs. n.213/2004 e dichiarato incostituzionale proprio per eccessiva gravosità rispetto al regime previgente.

Le considerazioni contenute nel presente intervento sono frutto esclusivo del pensiero dell’Autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’Amministrazione alla quale appartiene.

Fonte: Ipsoa.it

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