Pensioni in rosa senza galanterie: Analisi dell’Inpdap

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Parificate le posizioni fra i due sessi: 89.710 donne interessate
L’operazione di riforma delle pensioni «rosa» obbligherà 89.710 lavoratrici a rimanere al lavoro per qualche anno in più. Stando a un’analisi operata dall’Inpdap sugli anni dal 1996 al 2008, in preparazione alla riforma, è emerso questo numero di pensioni (su un totale di 478.272 considerate) che sono riferibili a lavoratrici con un’età compresa tra i 60 e i 64 anni (che è l’intervallo anagrafico contestato dalla sentenza della corte di giustizia Ue che impone la riforma) e con un’anzianità contributiva inferiore a 35 anni (che avrebbe permesso la pensione di anzianità): dunque è il numero delle attuali lavoratrici che incapperanno nella stretta pensionistica.

Dallo stesso studio emerge pure che il 53,8% delle lavoratrici (in numero: 48.264) ha preferito andare a riposo all’età di 60 anni, cioè con la prima uscita utile secondo il limite fissato ancora oggi (e fino al 31 dicembre 2009) per accedere alla pensione di vecchiaia (con almeno 20 anni di contributi) e che dal prossimo anno salirà di un anno e così via ogni biennio, fino a raggiungere i 65 anni dal 1° gennaio 2018.

1) Pensioni in pagamento a novembre 2008

Pensioni pubbliche
Lo studio Inpdap dà riscontro alla sentenza della Corte di giustizia europea che ha obbligato l’Italia ad elevare l’età di accesso alla pensione di vecchiaia delle lavoratrici del pubblico impiego. L’operazione è disposta dall’articolo 22-ter del dl n. 78/2009 (convertito dalla legge n. 102/2009) e prevede nell’arco di dieci anni, dal 2010 al 2018, l’innalzamento del requisito di età di un anno ogni biennio: si comincia dal prossimo 1° gennaio 2010, con il requisito fissato a 61 anni di età, per concludersi dal 1° gennaio 2018, quando lo stesso requisito d’età si assesterà a 65 anni (come per gli uomini).

Basso ricambio generazionale
I dati Inpdap, che fanno riferimento a novembre dello scorso anno, valutando in circa 3,5 milioni gli iscritti alle cinque casse pensionistiche gestite dall’Istituto, mettono in luce anche la composizione della forza lavoro del settore pubblico. L’età media degli iscritti (maschi e donne) è pari a 46,4 anni. La più alta concentrazione di iscritti, sia maschi che femmine, è tra i 43 e 55 anni di età. Inoltre, è evidente un basso numero di personale al di sotto di 30 anni, sintomo di (altrettanto) basso ricambio generazionale.

Le donne lasciano prima il posto
Lo studio Inpdap, ancora, evidenzia che la permanenza al lavoro in età superiore a 60 anni è una prerogativa per la maggior parte degli iscritti di sesso maschie, addirittura accentuandosi al di sopra dei 65 anni di età (che è il limite imposto agli uomini per andare in pensione di vecchiaia). Invece, la predominanza delle donne si concentra soprattutto nelle fasce di età compresa tra 35 e 60 anni (a quest’età, il gentil sesso preferisce lasciare il posto di lavoro: nello studio Inpdap opta per tale uscita ben il 54% delle lavoratrici).

Nel mirino dell’Ue
La sentenza della Corte Ue C-46/2007 ha condannato l’Italia per discriminazione, perché non offre garanzie di parità di trattamento tra uomini e donne sul pensionamento dei dipendenti pubblici iscritti all’Inpdap (la sentenza non riguarda, invece, il settore privato gestito dall’Inps). L’accesso alla pensione di vecchiaia, infatti, prevede un’età minima di 60 anni per le donne e di 65 anni per gli uomini: dunque la disciplina «discrimina» gli uomini, perché li obbliga a restare al lavoro cinque anni in più. Non potendosi immaginare un’operazione al contrario (cioè una riduzione del requisito d’età per la pensione di vecchiaia degli uomini: dagli attuali 65 anni a 60 anni), l’Italia ha dovuto agire elevando gradualmente l’età di pensionamento delle donne, fino a raggiungere il requisito degli uomini (cioè i 65 anni).

Quanto agli effetti dell’operazione, lo studio Inpdap spiega che, sul decennio osservato (anni dal 1996 al 2008), si desume in prospettiva futura che le lavoratrici interessate dalla sentenza Ue, cioè le dipendenti del pubblico impiego con età compresa tra 58 e 60 anni, sono circa 110 mila. L’analisi dell’istituto previdenziale è condotta sulle pensioni sorte negli anni tra il 1996 e il 2008 (i dati sono riassunti in tabella), in base all’archivio delle pensioni in pagamento esistenti a novembre 2008.

Le pensioni complessivamente accese in questi anni presso l’Inpdap, da parte di donne con età che rientra nel range anagrafico contestato dalla Corte Ue (cioè con età compresa tra 60 e 64 anni), e non aventi i requisiti di anzianità contributiva (35 anni) tali da permettere il pensionamento di anzianità, sono state 89.710: il 18,75% del totale pensionamenti, pari a 478.272. Il trend storico dettagliato dei dati di pensionamento (cioè nei singoli anni dal 1996 al 2008) fa emergere l’incidenza percentuale tra il 13,4% del 1996 (valore minimo) e il 26,5% del 2001 (valore massimo), mentre i valori assoluti oscillano tra 5.711 del 2002 (valore minimo) e 10.061 del 1997 (valore massimo).

Fonte: Daniele Cirioli – ItaliaOggi Sette

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