Pensioni: contributo di solidarietà o di perequazione e pro rata

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Contributo di solidarietà o di perequazione e applicazione del principio del pro rata: l’obiettivo di riformare le pensioni per renderle “sostenibili” nel tempo e, più in generale, maggiormente correlate alla contribuzione versata dai pensionati si scontra con la necessità di prelievi più o meno motivati sui trattamenti più elevati, al mero scopo di ridurre le spese nel bilancio dello Stato.

Più volte, nei mesi e negli anni scorsi, ci siamo occupati – sul Quotidiano – per un verso, delle norme introdotte dal Legislatore al fine di disporre contributi (di solidarietà o di perequazione) che nei fatti si traducevano in prelievi forzosi sulle pensioni di maggiore (ancorché variabile) importo, con finalizzazioni variabili dei relativi risparmi. E, in particolare, della giurisprudenza (solo) apparentemente non univoca, della Corte Costituzionale, in ordine a tali norme.

E, per altro verso, della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, relativa alla previdenza professionale, che ha chiarito i limiti dell’autonomia normativa delle Casse professionali e, soprattutto, la portata del principio generale dell’ordinamento previdenziale cosiddetto “del pro rata”: ossia la regola generale in forza della quale ogni modifica normativa in materia pensionistica – pur ammessa in termini generali – può trovare applicazione esclusivamente alle annualità successive alle modifiche stesse.

Queste due vicende rappresentano due facce della stessa medaglia, dal momento che attengono alle modalità attraverso le quali si atteggiano i principi – di rilevanza costituzionale – della tutela previdenziale e della certezza dei rapporti giuridici: principi che – specialmente in tempi di crisi o, comunque, di ripensamento del welfare – tendono a confliggere con – o, comunque, a limitare le – politiche di contrazione della spesa pubblica o, meglio, pensionistica (dato che la previdenza professionale non prevede “per definizione legale” oneri a carico dello Stato).

Il principio del pro rata al vaglio della Corte costituzionale
Come abbiamo già accennato, negli ultimi anni, a fianco di provvedimenti che hanno più o meno ampiamente riformato l’Ordinamento previdenziale italiano, il Legislatore ha introdotto, alternativamente, veri e propri prelievi a carico delle pensioni di maggior importo, ovvero il blocco, per periodi più o meno lunghi, della loro perequazione (ossia dell’adeguamento dell’importo all’inflazione).

Questo insieme di provvedimenti, come è evidente, è stato più volte sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha adottato sentenze che, se a una prima (e superficiale) lettura possono essere sembrate contraddittorie, hanno in realtà delineato un quadro molto preciso dei limiti che la Carta Costituzionale pone al Legislatore che si trovi a dover contemperare le esigenze di finanza pubblica (e, loro tramite, il perseguimento del benessere della collettività) con i principi costituzionali specificamente riferiti al lavoro ed alla previdenza, oltre che con quello – immanente rispetto a qualsiasi sistema statuale – della certezza dei rapporto giuridici e dei limiti posti allo Stato nell’imposizione di prestazioni economiche ai cittadini.

Esemplificativamente, nel 2013, con la sentenza 116/2013, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del contributo “di solidarietà” introdotto dal D.L. 98/2011, sul presupposto che tale prelievo straordinario (che peraltro avrebbe dovuto essere operativo per più di tre anni), creava una disparità di trattamento rispetto ai soggetti (i lavoratori attivi non pensionati) con redditi più alti ma ai quali veniva imposto un contributo inferiore.

Con quella sentenza, la Corte Costituzionale, lungi dal difendere acriticamente i privilegi o lo status quo ha applicato un principio (chiaramente costituzionale in senso lato, in quanto riporta all’art. 3 della Carta), in virtù del quale se il Paese è in una situazione di difficoltà, tutti (e non solo i pensionati) possono e devono essere chiamati a contribuire economicamente attraverso prestazioni economiche straordinarie le quali, però:

a) devono appunto essere imposte a tutti i percettori di reddito
b) devono essere commisurate per tutti, allo stesso modo, alla effettiva capacità contributiva.

In realtà, è vero che – da un lato – altri simili prelievi del passato non sono stati dichiarati incostituzionali, ma va sottolineato, per un verso, che in alcuni casi essi non sono giunti al vaglio della Corte e, per altro verso, che in altri casi essi non sono stati censurati in quanto la brevità della loro durata li rendeva “compatibili” con la eccezionalità della misura.

In sintesi, valga per tutti il “catalogo” delle regole dettato dalla citata sentenza 116/13 e della precedente 223/12 alla quale essa si rifà.

La Corte non nega la possibilità che – nel contemperamento di più interessi costituzionalmente garantiti – vengano adottate manovre economiche recanti deroghe temporanee o prelievi automatici. Tuttavia, rammenta – sempre sulla scorta della propria giurisprudenza pregressa – che tali interventi derogatori, per poter essere costituzionalmente legittimi, devono essere “eccezionali, transeunti, non arbitrari e consentanei allo scopo prefisso”.

Dati i criteri inderogabili, la Corte ha vagliato le disposizioni rilevando come gli stessi non fossero stati rispettati, sia per la loro eccessiva durata nel tempo (tre anni prorogabili), sia perché – in ragione del meccanismo di adeguamento – gli interventi si rivelavano retroattivi; infine, perché i “sacrifici” oggetto delle norme impugnate non gravavano sulla generalità dei contribuenti ma esclusivamente su parte di essi.

Alla luce di tale quadro giurisprudenziale sarà – quindi – particolarmente interessante, se – come è possibile – la norma arriverà alla Consulta, osservare come i Giudici costituzionali valuteranno la disposizione della Legge di Stabilità 2014 che ha riproposto il contributo straordinario già dichiarato illegittimo nel 2013, ma lo ha fatto prevedendo che le somme trattenute (rectius, non erogate) vengano acquisite dalle competenti gestioni previdenziali obbligatorie per concorrere al finanziamento degli interventi volti ad ampliare la platea dei lavoratori salvaguardati. In questo caso, infatti, non c’è un incameramento tout court al bilancio, di tali “risparmi”, ma una loro “permanenza nell’orbita previdenziale”.

Chissà se il vincolo di destinazione sarà ritenuto sufficiente dalla Corte o se, magari, verrà osservato che la trattenuta operata a carico di tutte le gestioni previdenziali obbligatorie (ivi comprese quelle private o privatizzate dei professionisti, fondate su un meccanismo solidaristica interno di categoria), va a beneficio esclusivo di una specifica tipologia di “pensionandi” delle sole gestioni dei dipendenti di competenza dell’INPS.

La Corte di Cassazione ed il principio del pro rata
Se – da un lato – la Corte Costituzionale ha avuto modo di occuparsi delle norme legislative in materia pensionistica o, meglio, di declinabilità di prelievi straordinari a carico dei trattamenti (e si occuperà, a breve, della legittimità del blocco della perequazione, sulla scorta dellOrdinanza di rimessione della Corte dei Conti – Giudice Unico delle Pensioni per la Regione Liguria), la Corte di Cassazione ha avuto modo di affrontare un tema, per certi versi speculare.

Ci riferiamo alle molteplici sentenze (più volte commentate sul Quotidiano) in materia di modalità e termini di applicazione del principio del pro rata, tra le quali, da ultimo, la sentenza 178922014.

Anche in questo caso, i Giudici hanno avuto “cattiva stampa” o, per meglio dire, una stampa che ha preferito seguire gli “alti lai” di chi sosteneva che i Giudici avrebbero costretto le Casse “a portare i libri in Tribunale”, piuttosto che approfondire gli aspetti tecnico-giuridici della vicenda o, quantomeno, leggere le sentenze …

Non è questa la sede per ripercorrere le vicende di merito e giuridiche relative alla fattispecie concreta e, per questo, rinviamo ai molteplici articoli apparsi nei mesi scorsi sul Quotidiano in merito alla vicenda. Basti, in questa sede, dire che la Corte di Cassazione – bypassando norme falsamente interpretative e tentativi “condonistici” a posteriori – si è limitata ad affermare principi che – tra l’altro – sono il portato della giurisprudenza costituzionale sopra accennata. E cioè:

a) la tutela pensionistica e la certezza dei rapporti giuridici sono principi costituzionali fondamentali;
b) il Legislatore (diretto o “delegato” come nel caso delle Casse professionali) ha tutto il diritto di riformare i regimi previdenziali per renderli sostenibili nel tempo e, al contempo, assicurare pensioni adeguate che consentano una vita dignitosa ai loro fruitori (come, ancora una volta, affermato dalla Costituzione);
c) ciò posto, le modifiche ai criteri di calcolo delle pensioni non possono essere retroattive;
d) al più, può ipotizzarsi che il principio del pro rata possa essere declinato diversamente e passare dall’essere un principio di rigorosa e letterale applicazione a divenire uno dei (necessari) parametri di riferimento per gli interventi di riforma, in uno con la sostenibilità attuariale e l’equità intergenerazionale.

Conseguentemente, qualsiasi provvedimento adottato in violazione di questa road map, ovvero che si risolva in una surrettizia modifica retroattiva delle regole di calcolo della pensione non è (e non è mai stato) conforme, non tanto e non solo alla legislazione primaria (tipicamente l’art.3.12 e s.m.i. in materia di pro rata) ma – per quel che più conta – ai principi costituzionali portati dagli art.3, 23, 38 e 53 della Costituzione.

Per concludere, i diritti acquisiti, se – e solo se – correttamente declinati nei termini ampiamente e convincentemente illustrati dalla Corte Costituzionale nella sua pluriennale giurisprudenza, non rappresentano dei privilegi dei “vecchi” che tolgono risorse ai “giovani” ma, più semplicemente, una delle estrinsecazioni concrete della corretta modalità di atteggiarsi dei principi costituzionali e di convivenza civile rappresentati dal principio di eguaglianza e dal principio rappresentato dalla certezza dei rapporti giuridici, contemperati con la possibilità che – ove necessario – sia possibile – per il bene comune della collettività, l’imposizione di prelievi o, più in generale, sacrifici che – tuttavia – devono essere, come indicato dalla Corte Costituzionale con ammirevole capacità di sintesi, “eccezionali, transeunti, non arbitrari e consentanei allo scopo prefisso”.

Fonte: Ipsoa.it

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