Pensione privilegiata, dovuta anche dopo i 5 anni dalla fine del servizio

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In tema di pensione privilegiata, la legge avrebbe dovuto prevedere che il termine quinquennale di decadenza per l’inoltro della domanda dovesse decorrere dal momento della manifestazione della malattia, e non dalla data di cessazione del servizio: la Consulta, con la sentenza n.43/2015, ha, perciò, dichiarato illegittima la norma del 1991 che non prevede tale ipotesi, nemmeno nel caso di patologie a lunga latenza.

Le motivazioni sono le stesse date in precedenza per l’art.169 del DPR n.1092/1973 (sentenza n.323/2008), del quale l’art. 14, comma 1, della legge n.274/1991 ripete pedissequamente il contenuto, con la sola differenza che nel primo caso i destinatari della norma erano gli ex dipendenti civili e militari dello Stato, mentre adesso sono gli ex dipendenti delle Casse amministrate dagli istituti di previdenza (poi, passati alla gestione INPDAP e, successivamente, confluiti nella gestione INPS). Per entrambe le categorie il trattamento di pensione privilegiata (applicabile, attesa l’abrogazione dell’istituto, solo per i procedimenti di riconoscimento di tale pensione già avviati alla data del 6 dicembre 2011) costituisce, infatti, una sorta di “riparazione” conseguente al danno alla persona riportato per infermità contratte in relazione al servizio prestato.

Il termine di cinque anni di decadenza per l’inoltro della domanda di pensione privilegiata doveva decorrere dal momento della manifestazione della malattia, e non dalla cessazione del servizio. La normativa (art.14, comma 1, della legge n.274/1991) non ha considerato tale ipotesi e, pertanto, è stata dichiarata illegittima dalla sentenza n. 43/2015 della Corte Costituzionale.

La questione era stata sollevata nel 2013, dalla Corte dei conti (III sez. giurisdizionale centrale d’appello), adita in appello per la riforma di una sentenza del 2009 con la quale sempre la Corte dei conti (sez. giurisdizionale per la Regione Lazio) aveva respinto la domanda – presentata da un ex direttore sanitario primario ospedaliero – di trattamento pensionistico di privilegio con riferimento ad una infermità neoplastica, accertata come dipendente da causa di servizio: la domanda, per l’appunto, era stata ritenuta tardiva, in quanto proposta oltre il termine quinquennale di decadenza previsto dall’art.14, comma 1, della legge n.274/1991. L’appellante aveva già ottenuto il trattamento di pensione privilegiata per un’artrosi dipendente da causa di servizio (con domanda presentata entro il termine prescritto dall’art.14), e chiedeva il riconoscimento per l’infermità neoplastica in quanto interdipendente con l’infermità artrosica, benché palesatasi successivamente.

La Corte dei Conti, pertanto, ha rimesso le carte alla Corte Costituzionale, reputando che tale norma determinerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti che, per causa di servizio, abbiano contratto malattie a normale decorso e lavoratori dipendenti che abbiano contratto, sempre per causa di servizio, patologie a lunga latenza, palesatesi dopo i cinque anni dalla cessazione dal servizio, con conseguente ingiustificata compressione del diritto alla pensione privilegiata di questi ultimi.

La Consulta ha già affrontato un caso analogo, dichiarando, con la sentenza n.323/2008, l’illegittimità costituzionale dell’art.169 del DPR 29 dicembre 1973, n.1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), nella parte in cui, facendo decorrere il termine quinquennale di decadenza per l’inoltro della domanda di pensione privilegiata, da parte degli ex dipendenti civili e militari dello Stato, dalla data di cessazione dal servizio, anziché dal momento della manifestazione della malattia, comprimeva “del tutto ingiustificatamente il diritto alla pensione privilegiata dei lavoratori per i quali l’insorgenza della manifestazione morbosa, della quale sia accertata la dipendenza dal servizio, sia successiva al decorso di detto termine”, in “palese violazione sia dell’art.38, secondo comma, sia dell’art.3 Cost.”.

Atteso il contenuto analogo, la Corte ha confermato l’orientamento già espresso, dato che il legislatore, anche nella legge del 1991, avrebbe dovuto considerare che vi sono malattie in cui, fra la causa della patologia e la relativa manifestazione, intercorre un lungo e non preventivabile periodo di latenza.

Si rammenta che la “pensione privilegiata” spetta al dipendente pubblico divenuto “inabile” (cioè inidoneo al servizio in modo assoluto e permanente) per infermità derivanti da causa di servizio: il termine “privilegiata” indica il fatto che tale beneficio spetta a prescindere dall’età del dipendente e dall’anzianità contributiva maturata. L’istituto della pensione privilegiata è stato abrogato dalla c.d. “Manovra Salva Italia” (art.6 del D.L. n.201/2011), ma tale abrogazione non riguarda il personale dei comparti sicurezza, difesa e soccorso pubblico e fa salvi i procedimenti che, alla data del 6 dicembre 2011:

– erano ancora in corso,
– quelli per i quali non era ancora scaduto il termine di presentazione della domanda (nei casi in cui non fossero scaduti i termini per la domanda di pensione di privilegio);
– quelli per i quali sia possibile l’attivazione d’ufficio per eventi occorsi prima del 6 dicembre.

La Corte Costituzionale ha, comunque, sottolineato che per ottenere il riconoscimento del diritto alla pensione privilegiata, l’infermità deve in ogni caso trarre evidenti origini dal servizio, sulla base di una rigorosa verifica della dipendenza dal medesimo.

Fonte: Ipsoa.it

1 commento

  1. Che fine fa il parere dato dell’ex capo della Funzione Pubblica che sosteneva che per avere diritto alla pensione privilegiata il dipendente pubblico invalido per causa di servizio doveva dimettersi dal lavoro prima della riforma Fornero, cioè entro il 6/12/2011?

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