Pensione di reversibilità ai figli maggiorenni: sì se inabili al lavoro e a carico

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In caso di morte del titolare di pensione di invalidità, la pensione di reversibilità spetta al coniuge e ai figli minorenni, mentre ai figli superstiti maggiorenni spetta soltanto se essi siano riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di quest’ultimo; l’inabilità al lavoro rappresenta, pertanto, un presupposto del diritto alla pensione di reversibilità del figlio maggiorenne e, quindi, un elemento costitutivo dell’azione diretta ad ottenerne il riconoscimento, con la conseguenza che la sussistenza di esso deve essere accertata anche d’ufficio dal giudice.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato dal figlio maggiorenne di una donna invalida nei confronti dell’INPS.
Il ricorrente ha agito per il riconoscimento del diritto alla reversibilità della pensione di inabilità goduta dalla madre convivente deceduta, negato dall’INPS per insussistenza del requisito dello stato di inabilità.

L’INPS, costituendosi in giudizio, aveva eccepito l’insussistenza del requisito dell’inabilità al momento del decesso della congiunta e del requisito della vivenza a carico.

Il primo giudice, sulla base della sentenza prodotta dall’interessato (resa in altro giudizio e con la quale al predetto era stato attribuito l’assegno di invalidità civile), riteneva l’istante inabile ma insussistente il requisito della vivenza a carico e, per l’effetto, respingeva la domanda.

La sentenza veniva appellata dall’interessato che contestava l’insussistenza della vivenza a carico.
L’INPS resisteva all’appello, eccependo anche l’insussistenza del requisito sanitario, non esaminato dal primo giudice.

La Corte d’appello accertava la sussistenza del requisito dell’inabilità – sulla base del riconoscimento giudiziale (in altro giudizio) della parziale invalidità, da ciò facendo conseguire l’obiettivo riconoscimento di condizioni lavorative seriamente limitate a causa delle limitazioni psico-fisiche e l’incapacità di un effettivo, dignitoso, autonomo sostentamento – e della vivenza a carico – muovendo dall’oggettiva modestia dei redditi percepiti dai due congiunti e dall’essenzialità dell’apporto di entrambi – e riconosceva il diritto del figlio ricorrente alla pensione di reversibilità.

Contro la sentenza l’INPS proponeva ricorso per cassazione, in particolare lamentandosi dell’errore della Corte d’appello, per aver riconosciuto la totale inabilità per l’esiguità del reddito percepito, pretermettendo l’accertamento dell’insussistenza di residue capacità lavorative, e ritenuto provata la vivenza a carico sulla scorta di atti dimostrativi soltanto dell’equivalenza degli importi percepiti dai due congiunti; inoltre, la Corte d’appello avrebbe errato nel richiamare, da una parte, l’accertamento peritale espletato in altro giudizio (definito con il riconoscimento dell’invalidità parziale) e concluso, dall’altra, nel senso dell’inabilità.
La Cassazione ha accolto il ricorso dell’INPS.

Ed allora, nel caso di specie, il mancato svolgimento di qualsiasi accertamento sulle residue capacità lavorative del familiare superstite e, dunque, la mancanza di qualsiasi verifica, in concreto, sulla permanenza o meno di una capacità del soggetto di svolgere un’attività tale da procurargli una fonte di guadagno, che non fosse meramente simbolica, ed il ritenere che l’interessato fosse totalmente inabile al lavoro, non consentiva il riconoscimento della pensione di reversibilità.

Fonte: Ipsoa.it

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