Pensione di anzianità: cessazione del rapporto di lavoro e status di disoccupato

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La pensione di anzianità matura non solo in ragione dell’avvenuta cessazione del rapporto di lavoro al momento della presentazione della domanda, ma sempreché lo stato di inoccupazione prosegua al momento dell’erogazione della prestazione pensionistica.

Il caso trae origine dal contenzioso tra una lavoratrice e l’INPS.
In sintesi, i fatti. La Corte d’appello di Firenze rigettava il gravame dell’INPS avverso la decisione di prime cure che aveva dichiarato il diritto della lavoratrice a percepire la pensione di anzianità sulla base dei seguiti rilievi:

a) la pensionata era cessata dal lavoro al momento della presentazione della relativa domanda;
b) la donna aveva compiuto i 60 anni di età, sicchè non ostava alla percezione della pensione la circostanza che l’assistita avesse poi prestato nuova attività lavorativa, attesa la cumulabilità con i redditi da lavoro autonomo o dipendente delle pensioni di anzianità i cui titolari avessero compiuto l’età di vecchiaia.

Contro la sentenza di appello, presentava ricorso per cassazione l’Inps, deducendo violazione di legge per non essersi la Corte d’appello conformata al principio per cui la pensione di anzianità matura non solo in ragione dell’avvenuta cessazione del rapporto di lavoro al momento della presentazione della domanda ma sempre ché lo stato di inoccupazione prosegua al momento dell’erogazione della prestazione pensionistica.

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’Istituto previdenziale, fornendo alcuni interessanti spunti di valutazione.
Ricordano gli Ermellini che il fatto che la legge abbia consentito il cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro dipendente, non toglie che la prestazione non poteva essere erogata se non dopo la cessazione del rapporto di lavoro, che è un requisito indefettibile, prescritto dalla norma che ha introdotto la pensione di anzianità.

Tale requisito è così rilevante che è stato esteso anche alla pensione di vecchiaia. La stessa legge ha vietato il cumulo anche tra pensione di anzianità e reddito da lavoro autonomo superiore ad un certo ammontare ed ha, quindi, confermato la totale incumulabilità tra detta pensione ed il reddito da lavoro dipendente.

Il diritto alla pensione, nella generalità dei casi, matura, in capo al lavoratore interessato, alla presenza di un duplice requisito, rappresentato:

a) dal raggiungimento dell’anzianitàcontributiva;
b) dalla cessazione dell’attività lavorativa subordinata alla data di presentazione della relativa domanda.

Con la riforma introdotta nel 1992, il Legislatore ha ribadito che il diritto alla pensione di anzianità è subordinato alla cessazione dell’attività di lavoro dipendente, estendendo tale requisito anche alla pensione di vecchiaia. Sia in un caso che nell’altro, il requisito della cessazione del rapporto di lavoro costituisce una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione della prestazione sociale ai sensi dell’art. 38 Cost. Per tali motivi, il conseguimento del diritto alla pensione è subordinato alla cessazione di qualsiasi rapporto di lavoro in essere, anche diverso da quello in riferimento al quale sono stati versati i contributi alla gestione deputata ad erogare la prestazione.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Suprema Corte di Cassazione, la “cessazione del rapporto di lavoro” – che condiziona il conseguimento della pensione di vecchiaia – risulta, all’evidenza, affatto diversa rispetto al cumulo tra la pensione medesima – una volta che questa sia stata conseguita – ed i redditi da lavoro oppure da altra pensione, con la conseguenza che – dalla comparazione delle discipline rispettive – non può risultare, in nessun caso, la violazione del principio di uguaglianza (art.3 Cost.), attesa la non omogeneità tra le situazioni prospettate.

Fonte: Ipsoa.it

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