Pensione anticipata con il prestito Inps

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L’ipotesi che si aggira avrebbe uno scopo ben preciso, ovvero garantire la flessibilità su un duplice livello (oltre che arrestare il numero degli esodati):

– per i lavoratori che vogliono andare in pensione in anticipo;
– per le aziende che vorrebbero ringiovanire il proprio personale (togliendo dal limbo moltissimi giovani che faticano ad entrare nel mercato del lavoro).

Come funziona la pensione anticipata con prestito INPS? Il lavoratore che vuole andare in pensione, ma non ha ancora maturato i requisiti, che scatteranno comunque nel giro di 2-3 anni, potrebbe ricevere un assegno pensionistico, pari ad una determinata percentuale della propria retribuzione (pare si tratti di circa il 75%-80%), versato dall’INPS con un eventuale contributo dell’azienda. Sul tema vige ancora un certo dubbio. Se da una parte si parla dei soli lavoratori del settore privato, dall’altro si aggiungono i lavoratori con almeno 62 anni di età e 35 anni di contributi, che risultano inoccupati o rischiano di rimanere senza occupazione alla fine del periodo di mobilità.

Una volta raggiunti i requisiti, l’assegno verrebbe decurtato di una certa percentuale (che secondo le ipotesi al vaglio potrebbe oscillare tra il 10% ed il 15%) per poter restituire quanto incassato con il prestito pensionistico.

La pensione anticipata con prestito INPS non sarebbe altro che un’alternativa alla staffetta generazionale ma quali sono i costi? Secondo il ministro l’onere da sostenere potrebbe essere molto elevato, ma non trapelano ancora cifre attendibili.

Ovviamente tutto dipende dai numeri: quanti sarebbero i lavoratori e le aziende interessati? Giovannini spiega:

“Già oggi c’è un meccanismo che attraverso accordi sindacali permette il pensionamento anticipato con pagamento da parte dell’azienda di una quota consistente del gap pensionistico, è stato utilizzato dalle grandi imprese, mentre non è utilizzabile dalle piccole. Anche queste ultime potrebbero avere l’interesse a dare uno scivolo ai lavoratori, soprattutto in quei comparti dove l’età avanzata può addirittura comportare rischi per il tipo di attività svolta”.

Il ministro del lavoro, Enrico Giovannini, sta lavorando ad una «manutenzione» della riforma delle pensioni per introdurre degli elementi di flessibilità sia per i lavoratori che vogliono lasciare in anticipo il lavoro rispetto ai requisiti attuali, ma anche per le imprese che potrebbero avere la necessità di ringiovanire il proprio personale. Lo schema è quello del cosiddetto «prestito pensionistico», un’ipotesi che già era circolata e di cui si era parlato nei mesi scorsi. Funzionerebbe più o meno così: supponiamo che ad un lavoratore manchino due anni alla pensione. Con le regole attuali non potrebbe fare altro che attendere.

Con il meccanismo al quale sta lavorando il ministro del lavoro potrebbe lasciare anticipatamente il lavoro. Non andrebbe in pensione, ma incasserebbe un assegno pari ad una certa percentuale del suo stipendio (per esempio l’80%) pagato dall’Inps eventualmente con il contributo della stessa azienda. Dal momento in cui, maturati i requisiti per la pensione, si incomincia ad incassare l’assegno previdenziale, quest’ultimo verrebbe decurtato di una cifra (che secondo le ipotesi circolate potrebbe oscillare tra il 10 e il 15%) per poter restituire i soldi ottenuti in prestito nei due anni precedenti. «Il meccanismo al quale stiamo lavorando», spiega a Il Messaggero il ministro Giovannini, «prevede anche il coinvolgimento da parte delle imprese oltre che del lavoratore e dello Stato. È un’operazione anche finanziariamente difficile da disegnare». . Il prestito pensionistico dovrebbe valere soltanto per i lavoratori del settore privato e sarebbe, comunque, un meccanismo volontario.

Il principale ostacolo, come sempre accade quando si parla di pensioni, sono i costi per le casse pubbliche di un sistema del genere. Costi che, spiega Giovannini, «possono essere molto alti». Dipenderà dal numero di lavoratori e dal numero di imprese eventualmente interessate ad attivare il il prestito. Se, per esempio, il mondo imprenditoriale non fosse propenso ad utilizzare il sistema, tutti i costi si scaricherebbero sui lavoratori e sull’Inps e dunque il meccanismo potrebbe diventare difficilmente sostenibile. Anche per questo, non appena il lavoro tecnico di Giovannini sarà concluso, il risultato sarà illustrato alle parti sociali, a cominciare dalla Confindustria, per sondare l’interesse delle imprese.

«Già oggi», spiega Giovannini, «c’è un meccanismo che attraverso accordi sindacali permette il pensionamento anticipato con pagamento da parte dell’azienda di una quota consistente del gap pensionistico, è stato utilizzato dalle grandi imprese, mentre non è utilizzabile dalle piccole. Anche queste ultime», aggiunge il ministro, «potrebbero avere l’interesse a dare uno scivolo ai lavoratori, soprattutto in quei comparti dove l’età avanzata può addirittura comportare rischi per il tipo di attività svolta».

Il prestito pensionistico, inoltre, sarebbe alternativo all’altra ipotesi di cui pure si era parlato, ossia la cosiddetta staffetta generazionale. In questo caso i lavoratori più anziani vedrebbero trasformati i loro contratti in part time con una contribuzione figurativa a carico dello Stato in modo da non incidere sulla futura pensione, dando così la possibilità alle imprese comunque di far entrare giovani nel mercato del lavoro. Rispetto alla staffetta, il prestito pensionistico avrebbe anche un altro vantaggio, non secondario, quello di essere una misura in grado di dare una risposta più strutturale anche al problema degli esodati, fino ad oggi affrontato con interventi spot, l’ultimo in finanziaria con la salvaguardia di altri 33 mila lavoratori.

Fonte: Manualedilavoro.it

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