Out Door Training: Apprendere ad Apprendere

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Oggi si parla molto di complessità e di “deuteroapprendimento” cioè quella capacità di imparare ad imparare che contiene in sé quegli schemi logici in grado di dotare l’individuo di strumenti di pensiero flessibili.

Molti e svariati sono i modi e le tendenze della formazione odierna. Il desiderio di aziende e formatori è quello di dotare i propri uomini di strumenti e risorse intellettuali e tecniche in grado di affrontare la sfida delle economie post moderne, e la relativa velocità di cambiamento. I nuovi net- work le nuove organizzazioni veicolano una quantità di informazioni talmente elevata che è impossibile conoscerle tutte apprenderle in maniera efficace, ed allo stesso tempo essere innovativi, e perché no, anticipare le tendenze per rubare tempo e spazi ai competitors.
Fra i tanti intenti della formazione c’è quindi questo problema (forse il più importante):, creare individui e gruppi in grado di selezionare le informazioni e approfondire quelle interessanti. Oggi si parla molto di complessità e di “deuteroapprendimento” cioè quella capacità di imparare ad imparare che contiene in sé quegli schemi logici in grado di dotare l’individuo di strumenti di pensiero flessibili, in modo che sappiano leggere e affrontare con successo contesti professionali nuovi e sempre diversi.

Tenteremo qui di dare una chiave di lettura pragmatica dei processi che portano un gruppo di lavoro ad assumere le dimensioni di complessità necessarie allo sviluppo di un pensiero in grado di adattarsi in maniera creativa ai nuovi contesti.
Il metodo osservativo da noi usato può essere applicato a varie metodologie formative (purché siano strutturate in maniera adeguata); in questa sede considereremo l'”Out Door Training”, poiché per certi aspetti esemplifica meglio il nostro percorso, evidenziando nel gruppo gli indizi della sua crescita o della sua evoluzione verso quello che definiremo un gruppo o sistema in grado di adattarsi all’ambiente, trovando soluzioni creative (Sistema Adattativo Complesso).
Inoltre in questo tipo di attività formativa, la tipologia delle esercitazioni è totalmente svincolata dal compito concreto che l’individuo si trova ad affrontare in azienda. Non ci sono pratiche da isolare, programmi informatici da far funzionare, bilanci da far quadrare, ecc. Per la verità non ci sono neanche tavoli, sedie, e lucidi da copiare pedissequamente. Il tutto si svolge su piani metaforici nei quali i partecipanti si trovano impiegati ad affrontare esercitazioni “pratiche” come attraversare un ponte, calarsi da una roccia, superare un muro, costruire strutture in grado di fare da ponte fra cubi di legno o isole metaforiche, superare una palude fatta di con assi e mattoni ecc..
Molte di queste attività sono opportunamente pensate per essere affrontate in gruppo, la soluzione pratica può essere eseguita soltanto usufruendo delle risorse del gruppo – fisiche e intellettuali: -nella nostro articolo ci riferiremo in particolare a queste ultime.

Il gruppo come sistema di comunicazione complesso
Le teorie della comunicazione della scuola di Palo Alto( Watzlawick e di Bateson) mettono in evidenza come la risoluzione di problemi metta i soggetti di fronte ad una scelta che non comporta una semplice analisi dei “dati” a disposizione: solo l’analisi del “contesto” e la possibilità di “modificarlo” permettono poi di elaborare e affrontare una soluzione adeguata. L’osservazione di questo tipo di attività ha mostrato – come a livello individuale – la scelta creativa avvenga come una scelta “istantanea”, che ci coinvolge improvvisamente e che ci fa vedere la soluzione. Si tratta di uscire dal nostro “giudizio a priori”, o pre-giudizio, che consiste nel Lasciare alle spalle quella descrizione della situazione (“dell’ambiente”) che la nostra mente ha in un primo momento creato, e che è affine al nostro modo di interpretare “il mondo”, ma è disfunzionale alla risoluzione del problema. Per questo si parla di “modificazione” del contesto e non solo di “analisi” del contesto. Per contesto intendiamo, la logica della mente che ci vincola ad un certo modo di interpretare il problema, rendendoci invisibile una soluzione possibile. (Con questo non vogliamo dire che alcune logiche siano sbagliate ed altre corrette, ciò che ci preme sottolineare e che certe soluzioni logiche che noi tendiamo ad adottare perché in altri momenti ci hanno garantito un’attività cognitiva funzionale ora possono non esserlo più. Per un individuo si tratta di adottare quello che comunemente si chiama: “adottare un nuovo punto di vista”).
La nostra ipotesi intende osservare il modo in cui le relazioni si strutturano nel gruppo, nella risoluzione dei problemi. Il gruppo, inteso come sistema complesso, per essere efficiente ha bisogno di creare relazioni che almeno due qualità: abbastanza stabili da poter creare relazioni di comunicazione non ambigue; abbastanza flessibili da permettere il fluire della comunicazione fra tutti i membri del gruppo.

La sequenza esercitazione – debriefing come processo di assimilazione, accomodamento ed equilibrazione
Prendiamo ora in esame una giornata formata da quattro esercitazioni della durata di un’ora ciascuna ,classicamente suddivise in un’esercitazione della durata di 45 minuti e un debriefing (che implica una riflessione sulle dinamiche osservate da tutti i partecipanti) di 15 minuti.
In questo tipo di esercitazioni il gruppo si trova di fronte ad una problema da risolvere in un tempo dato. Il gruppo si organizza, genera le sue relazioni interpersonali, e poi comincia ad provare delle soluzioni che in termini cognitivi possono essere descritte come il risultato di un processo di “assimilazione”, cioè il tentativo di ricondurre la situazione a schemi di comportamento e di pensiero noti.
In una seconda fase, il gruppo tenta di “accomodare” i propri schemi con la situazione pratica, sperimentando e modificando le proprie teorie in funzione dell’obbiettivo: solitamente l’emergere di una qualche forma di leadership spiana la via al processo di risoluzione del problema.
Nella terza fase (debriefing) si attiva la discussione guidata dal trainer, che aiuta il gruppo a scambiarsi informazioni e in qualche modo ad assimilare l’apprendimento attraverso un processo di “equilibrazione “. In questo senso il gruppo tenta lentamente di costituirsi come entità nuova sulla base del proprio lavoro e di creare un primo tentativo di costituirsi come sistema adattativi, in grado cioè di modificare il proprio comportamento e la propria identità in funzione degli obiettivi che si è preposto. Il processo di assimilazione può essere osservato per l’invarianza delle relazioni comunicative. Il gruppo ricomincia a lavorare usando le stesse modalità di relazione privilegiate usate in un’esercitazione precedente, oppure tenta nuove modalità di interazione, ma in maniera superficiale, non convincente, ed esse non possono essere identificate come “nuove modalità di interazione”: si tratta cioè di un semplice scambio di informazioni, non c’è nessuna comunicazione, intesa come modificazione delle nostre conoscenze e modificazione del contesto.
Viceversa, il processo di accomodamento porta il gruppo a cercare nuove strade – si osserva quindi un tentativo del sistema-gruppo di mutare le relazioni in funzione del nuovo compito: così facendo, inserisce nuovi punti di vista, nuove dinamiche, nuove informazioni di cui il sistema si “nutre” per poi rielaborarle in maniera creativa.
Ma solo nello sviluppo delle esercitazioni future il gruppo avrà modo di valutare la propria capacità di funzionare insieme e di svolgere il compito in maniera efficace. La chiave di volta è data dalla capacità del gruppo di far fluttuare all’interno di esso le relazioni interpersonali in maniera abbastanza dinamica e, mantenendo tuttavia una certa stabilità. A livello cosciente individuale il debriefing avrà lo scopo di fare osservare ai membri del gruppo ciò che è avvenuto durante l’esercitazione, per permettere una memorizzazione favorevole al “back home”. A livello inconscio esso funziona come sistema di “equilibrazione” degli schemi del gruppo che si evolvono strutturandosi in nuove modalità: questo processo di evoluzione-stabilizzazione si attua attraverso la sospensione dell’azione e l’autoosservazione.

Fonte: www.monster.it

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