Monetizzazione delle ferie non godute dal lavoratore

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L’art. 10 del D.Lgs.8 aprile 2003, n.66 (come modificato dal D.Lgs. n.213 del 2004), ha introdotto l’espresso divieto di monetizzare il periodo feriale non goduto durante il corso del rapporto di lavoro.

In particolare, il D.Lgs. n.66/2003 dispone che il periodo minimo feriale di quattro settimane “non può essere sostituito dalla relativa indennità per ferie non godute, salvo il caso di risoluzione del rapporto di lavoro” (art. 10, comma 2).

Inoltre, tale periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a quattro settimane “va goduto per almeno due settimane, consecutive in caso di richiesta del lavoratore, nel corso dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, nei diciotto mesi successivi all’anno di maturazione”.

La stessa disposizione fa salvo quanto previsto dalla contrattazione collettiva, la quale può anche spostare il termine per il godimento delle ferie oltre i 18 mesi previsti dalla legge. Ove, invece, il termine stabilito dal contratto collettivo sia più breve dei 18 mesi, il superamento di esso non dà luogo alla sanzione prevista dalla legge ma alle sanzioni eventualmente previste dal contratto collettivo (circ. Min. lav. n.8/2005).

Il divieto di monetizzazione è rafforzato dalla previsione di una sanzione amministrativa a carico del datore di lavoro, variabile da un minimo di 130 euro ad un massimo di 780 euro. La sanzione trova applicazione per ogni singolo lavoratore e per ciascun periodo di omessa concessione delle ferie prescritto dalla legge o dal contratto collettivo, cioè l’anno di maturazione ed i 18 mesi successivi all’anno di maturazione (art.18-bis, comma 3, D.Lgs. n.66/2003, introdotto dal D.Lgs. n.213/2004). Ed è sufficiente che il lavoratore non abbia goduto anche solo di una parte di detto periodo perché il datore di lavoro sia considerato soggetto alla sanzione indicata (circ. Min. lav. n.8/2005).

Quanto alla imputazione delle ferie effettivamente godute rispetto al periodo di maturazione, il Ministero del Lavoro ha chiarito che, in mancanza di indicazione espressa, le ferie godute devono essere considerate come maturate nel periodo più lontano, cioè nel periodo rispetto al quale è più prossima la data di scadenza dei termini di godimento (risposta ad interpello n. 496/2006).

La cessazione del rapporto costituisce così l’unica ipotesi che consente la sostituzione delle ferie con la relativa indennità, risultando oggettivamente impossibile l’effettiva fruizione di esse. Diviene, dunque, illegittima la consolidata prassi negoziale, avallata sinora dalla giurisprudenza (Cass. n.20673/2004; Cass. n.13860/2000), di indennizzare i giorni di ferie maturati e non goduti dal lavoratore nel periodo di riferimento fissato dalla legge o dalla contrattazione collettiva.

Peraltro, sotto il profilo contributivo è invece confermata la prassi secondo cui il momento impositivo e la collocazione temporale dei contributi dovuti sul compenso delle ferie non godute coincidono con il diciottesimo mese successivo al termine dell’anno solare di maturazione delle stesse o con il più ampio termine contrattuale. Pertanto, il datore di lavoro è tenuto a sommare alla retribuzione imponibile del mese successivo a quello di scadenza del termine anche l’importo corrispondente al compenso per ferie non godute, sebbene non ancora corrisposto al lavoratore, salvo poi chiedere il rimborso in caso di effettivo godimento (circ. INPS n.186/1999 e n.15/2002; messaggio INPS n. 118 dell’8 ottobre 2003; risposta ad interpello Ministero del Lavoro n.5221/2006).

Le ipotesi residue di monetizzazione delle ferie:
Il Ministero del Lavoro ha provveduto (con la circolare n.8/2005, e con successive risposte a interpelli n.2018 del 27 luglio 2005, n.496 del 13 giugno 2006 e n.4908 del 18 ottobre 2006) a circoscrivere le ipotesi tassative e residuali per le quali è ancora possibile la monetizzazione delle ferie.

Le ipotesi di monetizzazione ammesse sono le seguenti:

– ferie maturate nei contratti a tempo determinato di durata inferiore ad un anno (circ. Min. lav. n.8/2005; risposta interpello n.2041/2005);
– ferie maturate e non godute fino al 29 aprile 2003, data di entrata in vigore del d.lgs. n.66/2003 (circ. Min. lav. n.8/2005; risposta ad interpello n.496/2006);
– ferie maturate e non godute dal lavoratore il cui rapporto di lavoro cessi entro l’anno di riferimento (art.10 D.Lgs. n.66/2003; risposta ad interpello n.5221/2006);

ferie previste dalla contrattazione collettiva o individuale in misura superiore al periodo minimo legale di quattro settimane (art. 10 D.Lgs. n.66/2003; circ. Min. lav. n. 8/2005; risposta ad interpello n.5221/2006; Trib. Milano 3 marzo 2005, Guida al diritto, 2005, n.30, p.76).

Al di fuori di tali ipotesi, non è ammessa la sostituzione delle ferie maturate dal lavoratore con la corresponsione di una indennità.

Il risarcimento dei danni:
In caso di mancato godimento delle ferie nei due periodi di riferimento previsti dalla legge (cioè l’anno di maturazione ed i 18 mesi successivi ad esso), o nel periodo diverso previsto dalla contrattazione collettiva, il lavoratore – pur non avendo diritto all’indennità sostitutiva – può chiedere il risarcimento dell’eventuale danno biologico ed esistenziale, ovvero l’effettiva (anche se tardiva) fruizione delle ferie.

La possibilità di chiedere il concreto godimento delle ferie è stata ribadita anche dalla Corte di Giustizia nella sentenza 6 aprile 2006 (causa 124/2005, secondo cui “le ferie rimangono utili ai fini della sicurezza e della salute anche se godute in un periodo successivo”; v. anche Cass. n.2569/2001).

L’azione di risarcimento del danno per mancato godimento delle ferie nel periodo prescritto dalla legge richiede, da parte del lavoratore, la prova del danno e del nesso di causalità tra il danno stesso ed il mancato godimento del riposo, non essendovi automaticità tra mancato riposo e usura psicofisica (Cass. n.1307/2000; Cass. n.15776/2002).

Anche il Ministero del Lavoro ha affermato che ove il mancato godimento delle ferie “non sia riferibile alla volontà del lavoratore”, allo stesso spetterà uno “specifico risarcimento, facendo riferimento ai criteri generali di risarcimento del danno anche per quanto riguarda l’onere della prova”, a carico del lavoratore, il quale è chiamato a dare dimostrazione in giudizio dell’”entità del danno subito”, da quantificarsi “in base al danno psicofisico derivante dalla mancata fruizione delle ferie” (risposta ad interpello n.5221/2006).

Infine, se il mancato godimento delle ferie è imputabile al rifiuto del lavoratore, viene meno sia il diritto al godimento delle ferie che all’eventuale risarcimento del danno (cfr. Cass. n.2326/2003). Affinché si verifichi l’estinzione del diritto, il datore di lavoro deve però dimostrare di aver assegnato le ferie nel periodo previsto dalla legge e di aver invitato il lavoratore a goderle.

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