Mobbing: l’accertato demansionamento legittima il risarcimento del danno

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La Cassazione ha affermato un importante principio in tema di mobbing: in caso di accertato demansionamento, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno professionale che può essere quantificato dal giudice di merito in via equitativa, tenendo conto dei soli giorni lavorativi in cui la professionalità del lavoratore medesimo è stata compromessa.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un Istituto di credito e una dipendente.
Con ricorso al Giudice del lavoro, una dipendente, con funzione di quadro presso un primario istituto di credito italiano, già preposta prima all’ufficio VIII e poi all’ufficio X, assumeva di essere stata, in un primo momento, assegnata all’ufficio VII senza specifiche mansioni e, successivamente, di aver avuto assegnata la preposizione dell’ufficio I Segreteria del Servizio senza ricevere le consegne dal precedente titolare né gli strumenti normativi necessari.

Rilevava che dagli inizi del 1999 la Direzione aveva adottato nei suoi confronti soprusi e angherie; che dal 2000, trasferita all’ufficio VI, aveva trascorso la sua giornata quasi del tutto inattiva perché non le era stato affidato alcun incarico; che, tali comportamenti erano stati particolarmente gravi in quanto iniziati in un periodo per lei difficile per gravissimi motivi familiari (essendo stato il coniuge colpito da una grave malattia che lo aveva portato alla morte nel dicembre 1999).

Tanto premesso la dipendente chiedeva il risarcimento dei danni subiti per effetto delle continue vessazioni (mobbing) di cui era stata destinataria, da quantificarsi anche in via equitativa; chiedeva, poi, che accertata la sua dequalificazione, le fossero assegnate mansioni adeguate alla sua professionalità, con condanna della società al risarcimento danni, da quantificarsi anche in via equitativa.

Il giudice dichiarava la nullità della domanda riguardante il mobbing ed accoglieva la richiesta risarcitoria per danni alla professionalità per esservi stata dequalificazione in un arco di tempo limitato, quantificando equitativamente il risarcimento nella misura della metà delle retribuzioni ricevute per le giornate di effettiva attività con riferimento al predetto periodo, oltre accessori. A seguito di appello proposto dall’Istituto di credito, la Corte d’Appello riteneva accertato il demansionamento con il trasferimento all’ufficio VI Vigilanza, allorquando la dipendente si trovò gerarchicamente sottoposta ad un quadro, svolgendo attività del tutto secondarie e marginali. Nel contempo la Corte confermava la determinazione equitativa del risarcimento del danno, ritenendo corretta la quantificazione operata dal primo giudice sulla base delle giornate lavorative effettive.

Per la cassazione di tale sentenza la banca proponeva ricorso con cui contestava, per quanto qui di interesse, che la sentenza impugnata avrebbe “taciuto del tutto sui parametri in base ai quali ha operato la liquidazione equitativa”.
La Cassazione ha, però, respinto il ricorso dell’istituto di credito, enunciando un interessante principio di diritto, in quanto tale di assoluto rilievo per gli operatori (che merita qui essere sottolineato), soprattutto perché limita la risarcibilità per equivalente del danno da demansionamento alle sole giornate lavorative “compromesse”.

Evidenziano sul punto gli Ermellini che, qualora proceda alla liquidazione del danno in via equitativa, il giudice di merito, affinché la sua decisione non presenti i connotati della arbitrarietà, deve indicare i criteri seguiti per determinare l’entità del risarcimento, risultando il suo potere discrezionale sottratto a qualsiasi sindacato in sede di legittimità solo allorché si dia conto che sono stati considerati i dati di fatto acquisiti al processo come fattori costitutivi dell’ammontare dei danni liquidati.

Orbene, nel caso in esame la Corte d’Appello, nel confermare la pronuncia di primo grado circa la quantificazione del risarcimento del danno nel 50% delle retribuzioni giornaliere spettanti per ogni giorno di effettivo servizio, ha affermato che, “considerato anche che il demansionamento si è perpetrato per meno di sei mesi…..appare rispondente ad equità ritenere che il suo bagaglio professionale sia stato compromesso solo durante le poche giornate in cui ella si è dedicata alle nuove mansioni che, peraltro, non richiedevano alcun impegno e non la occupavano per tutte le ore di lavoro”.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, la quantificazione del c.d. danno da demansionamento può essere operata dal giudice di merito in via equitativa, tenendo conto dei soli giorni lavorativi in cui la professionalità è stata compromessa.

Fonte: Ipsoa.it

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