Mobbing e donne: un rapporto speciale

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Esistono differenze di genere per quanto riguarda il mobbing? Uno studio della Scuola di specializzazione in Medicina del Lavoro dell’Università di Pavia sembra averle trovate. Le donne sono più mobbizzate, nella fascia d’età che corrisponde alle più pressanti esigenze famigliari.

È questo il punto nevralgico toccato dall’interessante studio firmato da otto ricercatori universitari, psicologi e medici che operano presso la fondazione Maugeri di Pavia, i quali hanno analizzato la casistica di denunce di mobbing sul lavoro nell’ultimo decennio, 345 persone (197 donne e 148 uomini).
La sindrome è nota, il mobbing è ormai riconosciuto – anche se sempre difficile da diagnosticare, essendo assimilabile ai disturbi da ansia post traumatica da stress, che va individuata – e se ne conoscono anche gli effetti: da sintomi fisici banali come cefalea, vomito, a sintomi ben più gravi come la perdita del sonno, la depressione, fino ad arrivare alla totale devastazione della propria vita e a impulsi suicidi. Poco invece si conosce delle possibile differenze tra uomini e donne che sul lavoro sono incappati in questo incubo.   Già la statistica dice molto: dei 35 casi certificati su 345, 23 erano donne. Anche la fascia d’età tradisce alcune caratteristiche specifiche: spesso tra i 34 e i 45 anni, periodo nel quale aumenta la richiesta di permessi, di part-time, dovuti agli impegni coi figli e con la famiglia. Richieste che possono causare il malcontento dei datori di lavoro e dell’ambiente, che così si vendica sulla lavoratrice alimentando una situazione tale da provocarne le dimissioni volontarie: discredito, attacchi personali, ripicche, sottovalutazione e sotto utilizzo della dipendente, sono tecniche tristemente note.   In cerca di qualche soluzione, così concludono gli studiosi: «La prevenzione può arginare il fenomeno mobbing: è importante la collaborazione di professionisti della salute, manager e rappresentanti dei lavoratori affinché l’azione preventiva abbia successo. Occorre principalmente la promozione di comportamenti etici atti a creare un clima di fiducia, tolleranza e rispetto nei luoghi di lavoro. La prevenzione del mobbing si basa sulla possibilità di attuare un cambiamento culturale nelle relazioni interpersonali, nei valori e negli atteggiamenti. Le direzioni verso cui muoversi sarebbero due: puntare sull’azienda con una formazione mirata che corregga e indirizzi adeguatamente il lavoro dell’Ufficio Risorse Umane, oltre a creare la cosiddetta “cultura del litigio” (ovvero ricondurre il conflitto a una semplice divergenza d’opinione) e riservare attenzione ai singoli individui, con una formazione personale che prepari le persone al conflitto insegnando loro tecniche di autodifesa verbale e comportamentale. Quanto detto può risultare di difficile attuazione nelle differenti realtà e contesti lavorativi che è possibile riscontrare a livello europeo. Sicuramente, una cultura della prevenzione del rischio mobbing, promossa in primis dai medici del lavoro e diffusa sul territorio, rappresenta il mezzo più efficace per contrastare il dilagare del fenemeno.»

Fonte: Diredonna.it

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