Mansioni inferiori: ius variandi regolato anche dal contratto aziendale

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Anche i contratti collettivi aziendali, stipulati dalle rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria, potranno prevedere i casi in cui è consentito adibire il lavoratore a mansioni inferiori. È quanto prevede il decreto di riordino dei contratti, attuativo del Jobs Act. La nuova disciplina modifica sia le modalità di utilizzo per il datore di lavoro delle prestazioni contrattuali del lavoratore, sia la possibilità di esercizio dello ius variandi. Il lavoratore potrà essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria.

Cambia radicalmente la disciplina delle mansioni del lavoratore e dunque i datori di lavoro potranno avere una maggiore flessibilità per la gestione dell’organizzazione del lavoro.

Il decreto legislativo di riordino delle tipologie contrattuali, in attuazione della delega prevista dall’articolo 1, comma 7, lettera e), modifica profondamente – dopo 45 anni – l’articolo 2103 del codice civile.

Ricordiamo che la disposizione civilistica era stata così fissata dallo Statuto dei lavoratori e risultava particolarmente rigida nella possibilità per il datore di lavoro di esercitare lo ius variandi.

La nuova disciplina modifica sia le modalità di utilizzo per il datore di lavoro delle prestazioni contrattuali del lavoratore, sia la possibilità di esercitare lo ius variandi.

Primo aspetto: il lavoratore è previsto che deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Dunque viene superato il previgente limite che fissava nell’equivalenzadelle mansioni il perimetro entro il quale il datore di lavoro poteva procedere all’utilizzo della prestazione.

Un’equivalenza che ha fortemente limitato l’effettivo esercizio di tale possibilità in quanto la giurisprudenza aveva ritenuto che fosse necessario che le nuove mansioni risultassero equivalenti alle precedenti sia sotto il profilo qualitativo (e cioè consentano lo sviluppo e il mantenimento delle capacità già acquisite) sia sotto quello quantitativo (mantenimento della medesima posizione nell’organico aziendale, del numero degli eventuali collaboratori ecc).

L’adibizione ad altre mansioni incontra un solo limite: la riconducibilità allo stesso livello e categoria di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Dunque il riferimento è la categoria di cui all’articolo 2095 c.c. ed il livello previsto dal contratto collettivo.
Naturalmente sarà possibile adibire il lavoratore alle mansioni corrispondenti all’inquadramentosuperiore che abbia successivamente acquisito. In tal caso, l’assegnazione a mansioni superiori acquisisce il diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta.

Viene tuttavia modificato il criterio per la maturazione della definitività della mansione. È previsto che, salva diversa volontà del lavoratore, e qualora la mansione non derivi dalla sostituzione di un altro lavoratore in servizio, il lavoratore acquisisce il diritto alla nuova mansione dopo il periodo fissato dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o, in mancanza, dopo sei mesi continuativi.Come si può notare si allunga la durata per la maturazione (prima erano tre mesi) ed inoltre viene richiesta espressamente la continuità dell’utilizzo.

Vengono poi previste due ipotesi che consentono la modifica unilaterale del datore di lavoro di assegnare il lavoratore a mansioni inferiori.

La prima è possibile qualora ricorra una modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore.

In tal caso il lavoratore potrà essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria.

È prevista che se necessario, tale modifica venga accompagnato dall’assolvimento dell’obbligo formativo. Comunque, se ciò non avvenga, non riverbera effetti ai fini della validità dell’assegnazione delle nuove mansioni. L’altro caso è invece prerogativa dei contratti collettivi che avranno autonomia ad individuare i casi per il ricorso a tale esercizio.

Per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria.

In ogni caso, la modifica delle mansioni deve essere comunicata a pena di nullità, per iscritto.
Il lavoratore ha inoltre diritto alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo già goduto, con eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa.Viene infine regolamentato il cd. patto di demansionamento la cui ammissione è finora stata lasciata alla giurisprudenza.

Il nuovo articolo 2103 c.c. prevede ipotesi e modalità per la stipula. Partendo dalle modalità, il patto deve essere concordato o nelle sedi protette di cui all’articolo 2113, quarto comma, o avanti alle commissioni di certificazione presso le quali il lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro. La modifica potrà riguardare le mansioni, la categoria, il livello di inquadramento e la relativa retribuzione. La legittimità è da individuarsi, nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita.

Fonte: Ipsoa.it

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