Mansioni inferiori ammesse solo in caso di crisi aziendale

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Un lavoratore era stato trasferito da mansioni di tecnico di manutenzione di apparecchiature a compiti del tutto differenti, che non consentivano una sia pure residuale utilizzazione della sua acquisita professionalità. Per tale motivo il dipendente aveva proposto ricorso per la violazione e/o la falsa applicazione dell’art.2103 c.c., reclamando che la sola unicità dell’inquadramento non poteva di per sé essere ostativa alla sussistenza di sostanziali dequalificazioni ove di fatto vi era stata una adibizione a mansioni oggettivamente inferiori a quelle in precedenza svolte. Il lavoratore ricorrente aveva poi lamentato che il disposto dell’art. 2103 c.c. fosse inderogabile e per questo motivo a suo avviso la soluzione presa dal giudice d’appello avrebbe potuto trovare giustificazione solo se il datore di lavoro avesse dimostrato di avere fatto tutto il possibile per rinvenire in azienda mansioni equivalenti a quelle da lui prima esercitate e solo dopo tale dimostrazione si sarebbe potuto procedere alla dequalificazione.

La mera esternalizzazione del servizio a cui il lavoratore era adibito (manutenzione di determinati impianti), non poteva però essere nel caso concreto idonea a soddisfare tutti i bisogni di assistenza tecnica delle numerose altre attrezzature e macchine della società. In ogni caso dalla documentazione in atti non emergeva in alcun modo che il ricorrente volesse rinunciare a far valere il suo diritto al riconoscimento della acquisita professionalità.

Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, in quanto infondato. Il giudizio sul trasferimento di mansioni da parte dei supremi giudici è avvenuto mediando l’obiettivo della conservazione del posto del lavoratore e le contingenti necessità dell’azienda che doveva far fronte in qualche modo ad una situazione di difficoltà.
Le sezioni Unite hanno fatto presente che con la sentenza n.25033/2006, era stato stabilito che il disposto dell’art.2103 c.c., modificato dalla legge n.300/70 (Statuto dei lavoratori), fosse stato emanato per tutelare la professionalità acquisita dal lavoratore e per sanzionare le eventuali violazioni a tali prescrizioni (anche se aveva aggiunto che la contrattazione collettiva poteva introdurre meccanismi convenzionali di mobilità orizzontale).

Con la decisione in esame, pertanto, la Corte ha ribaltato ancora la norma codicistica (art.2105 c.c.), stabilendo che le continue innovazioni di carattere tecnologico e organizzativo comportano l’adeguamento della professionalità dei lavoratori alle mutevoli e contingenti (come nel caso in questione) necessità aziendali.

Le considerazioni svolte dalla Suprema Corte hanno stabilito che una interpretazione dell’art.2103 c.c., abbandonando l’ottica di una cristallizzata tutela del «singolo lavoratore» a fronte dello jus variandi dell’imprenditore, debba privilegiare un ponderato esame del dato normativo che tenga conto anche dei complessi problemi di riconversione e di ristrutturazione delle imprese (che impongono una attenuazione di una rigidità della regolamentazione del rapporto di lavoro capace di ostacolare detti processi). Ciò fermo restando che, in tale direzione, la fattispecie esaminata venga a configurarsi come naturale evoluzione di un indirizzo giurisprudenziale volto ad assegnare alla contrattazione collettiva incisivo rilievo nella gestione dei rapporti lavorativi delle imprese, anche nelle sue articolazioni locali, in ragione delle specifiche situazioni che si possono verificare nelle varie realtà aziendali e territoriali, e che possono richiedere un adeguamento degli organici con una accentuata flessibilità, proprio per soddisfare le diverse esigenze sopravvenute in tali realtà.

In sintesi, per la Corte, alla stregua della regola del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire una organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello del lavoratore al mantenimento del posto – nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti l’esternalizzazione dei servizi o la loro riduzione a seguito di processi di riconversione o ristrutturazione aziendali – il fatto di adibire il lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte (restando immutato il livello retributivo), non si pone in contrasto con il dettato codicistico, se tale scelta rappresenti l’unica alternativa praticabile in luogo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

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