Licenziamento orale o dimissioni? Il diverso “peso” dell’onere probatorio

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Qualora il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio la inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice di merito, tenendo conto che, nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade su quest’ultimo.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un lavoratore nei confronti del suo ex datore di lavoro.
La Corte d’Appello confermava la decisione con cui il Tribunale accoglieva la domanda proposta da nei confronti del titolare dell’impresa edile presso la quale il lavoratore licenziato aveva prestato attività lavorativa come carpentiere dal febbraio al giugno 2007, allorché quell’attività veniva ad essere interrotta; domanda avente ad oggetto il riconoscimento della natura subordinata del rapporto, la declaratoria di inefficacia del preteso licenziamento in quanto intimato in forma orale e comunque senza alcuna giustificazione, il pagamento delle retribuzioni dovute dal recesso alla riassunzione ed, in ogni caso il pagamento di importi residui a titolo di retribuzione e TFR.

A tale esito perveniva la Corte d’appello ritenendo assolto l’onere della prova della subordinazione in capo al lavoratore ed, al contrario, insufficiente a confutare la prospettazione di questi circa l’intimazione di un licenziamento orale quella offerta dal datore in relazione alla vicenda risolutiva del rapporto.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il datore di lavoro, in particolare lamentando, per quanto qui di interesse, l’incongruità del percorso valutativo in base al quale la Corte d’appello aveva maturato il convincimento per cui il rapporto di lavoro, da qualificarsi come avente natura subordinata, si fosse risolto a seguito del recesso del datore di lavoro intimato verbalmente e non, come sostenuto dal datore di lavoro, per la volontà dismissiva del lavoratore, manifestata con l’abbandono del posto di lavoro.

La Cassazione ha respinto il ricorso del datore di lavoro, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Rileva a riguardo la Corte di cassazione come correttamente sia stato risolto il problema dell’onere della prova allorquando il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio l’inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza invece di dimissioni del lavoratore.

In base ad un principio ormai consolidato, infatti, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice del merito, tenendo conto che nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sul medesimo.

Coerentemente a questa impostazione, i giudici di appello avevano proceduto alla verifica del sostegno probatorio della versione dei fatti prospettata dal datore di lavoro, desumendone che da parte del datore di lavoro non era stata offerta alcuna prova a riguardo, e che, semmai, potevano trarsi in via presuntiva argomenti di prova in senso contrario dalla prospettazione del lavoratore.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

In sintesi
secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, ai fini della prova delle dimissioni, va verificato che la dichiarazione o il comportamento cui si intende attribuire il valore negoziale di recesso del lavoratore contenga la manifestazione univoca dell’incondizionata volontà di porre fine al rapporto e che questa volontà sia stata comunicata in modo idoneo alla controparte, considerando – ai fini di tale ultima indagine – che le dimissioni costituiscono un atto a forma libera, a meno che sia convenzionalmente pattuita la forma scritta “ad substantiam”.

Fra i precedenti giurisprudenziali si segnalano:
– Cass. Civ., Sez. L, sentenza n.19261 del 20 agosto 2013;
– Cass. civ., Sez. L, sentenza n.6727 del 16 maggio 2001

Riferimenti normativi:
– Cod. Civ., artt.2118, 2119 e 2697;
– L. 15/07/1966, n.604; L. 20/05/1970, n. 300, art.18;
– L. 11/05/1990, n.108.

Fonte: Ipsoa.it

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