Licenziamento: non basta lo scritto di un terzo come prova

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Con la sentenza dell’8 novembre 2007, n.23261, la Corte di Cassazione, sezione lavoro, ha confermato l’illegittimità del licenziamento (sentenziata dalla Corte di Appello) e giudicando come ingiustificato anche l’annullamento. La Corte di Appello è pervenuta a tale decisione dopo aver stabilito che non è sufficiente la missiva di un terzo per infliggere ad un lavoratore la sanzione del licenziamento.
Per la Cassazione, il datore di lavoro che voglia licenziare un dipendente deve provare i fatti addebitatigli, non solo indicando gli scritti provenienti da terzi, ma anche elementi differenti che li possano confermare.

Fatto e diritto – Un dipendente di una impresa di autotrasporto di cose per conto di terzi (che si occupa anche di spedizioni internazionali) era stato licenziato dalla stessa per aver fornito ad un dirigente di una compagnia aerea numerosissimi documenti aziendali, sottraendoli dagli archivi dell’azienda.

Il dipendente impugnava allora il licenziamento, ma il Tribunale in primo grado rigettava il ricorso basandosi sul contenuto di due lettere redatte del dirigente suddetto e dallo scritto di un terzo .
La Corte d’Appello, adita dal dipendente, era stata di contrario avviso ed aveva stabilito che non era sufficiente la missiva di un terzo per infliggere ad un lavoratore la sanzione del licenziamento.
La Corte, dunque, aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento e aveva ordinato alla società di reintegrare il dipendente nel posto di lavoro precedentemente occupato, condannandola al risarcimento.

Le ragioni dell’azienda – L’azienda di trasporto, allora, è ricorsa in Cassazione lamentando in particolare l’omissione della Corte d’Appello di qualsiasi valutazione dei riscontri probatori, ulteriori rispetto alle due lettere del dipendente che aveva dedotto nei gradi di merito e negli scritti di un terzo che avvaloravano le sue motivazioni per licenziare il dipendente in questione.
Per l’azienda, il giudice di merito avrebbe dovuto fare uso dei poteri di cui all’art.421 c.p.c. e compiere un’indagine rigorosa per scoprire i veri motivi del licenziamento.

La decisione della Corte di Cassazione – Per la Corte di Cassazione, l’utilizzazione di questi poteri da parte del giudice del merito ha carattere discrezionale, e come tale non può essere oggetto di riesame e di valutazione da parte del giudice di legittimità. Secondo la Cassazione, il giudice di appello ha il potere di disporre d’ufficio i mezzi di prova che ritenga indispensabili, ma questi si riferiscono soltanto all’esercizio, meramente discrezionale, della facoltà di scelta del mezzo probatorio più adatto alla verifica delle tesi di parte. Ne consegue che il mancato esercizio di tali poteri non sia assoggettato al sindacato in sede di legittimità, anche quando manchi un’espressa motivazione sul punto, dovendosi ritenere che il giudice stesso abbia reputato, in maniera implicita, la sufficienza degli elementi probatori già acquisiti.
Per la Cassazione, il datore di lavoro che voglia licenziare un dipendente deve provare i fatti addebitatigli, ma non potrà indicare solo gli scritti provenienti da terzi che da soli non possono avere valore di prova ma, eventualmente, soltanto di elementi indiziari che il giudice in concorso con altri elementi differenti che li confermino, potrà valutare liberamente.

La Cassazione, infine, ha rinviato alla Corte d’appello per la decisione in merito alla richiesta di reintegrare il dipendente nel posto di lavoro precedentemente occupato e alla richiesta di risarcimento.

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