Licenziamento e casi di impugnazione: dirigente, intimazione orale

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I termini per impugnare il licenziamento si applicano anche nei confronti del dirigente mentre non rilevano se l’intimazione è solo orale. La Corte di Cassazione ha ribadito che i termini di decadenza e di inefficacia dell’impugnazione del licenziamento devono trovare applicazione quando si deduce l’invalidità del recesso datoriale prospettandone la nullità, senza che assuma rilievo la categoria legale di appartenenza del lavoratore e, quindi, anche nei confronti del dirigente. Per quanto riguarda il licenziamento intimato solo oralmente, non è applicabile il termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento, sicché il lavoratore può far valere in ogni tempo l’inefficacia del licenziamento senza previa impugnativa stragiudiziale dello stesso.

Con due interessanti decisioni, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato alcuni importanti principi in tema di licenziamento, in particolare chiarendo:

– da un lato, che i termini di decadenza e di inefficacia dell’impugnazione del licenziamento devono trovare applicazione quando si deduce l’invalidità del recesso datoriale prospettandone la nullità, senza che assuma rilievo la categoria legale di appartenenza del lavoratore e, quindi, anche nei confronti del dirigente;
– dall’altro, che al licenziamento intimato solo oralmente non è applicabile il termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento, sicché il lavoratore può far valere in ogni tempo l’inefficacia del licenziamento, senza previa impugnativa stragiudiziale dello stesso.

Il fatto, nel primo caso, trae origine dal contenzioso instaurato tra l’Istituto europeo di oncologia s.r.l. e un medico dipendente; nel secondo caso, invece, il contenzioso era stato provocato dal licenziamento da parte di Italfondiario S.p.A. di una dipendente.

In sintesi, i fatti.
Nel primo caso, la Corte d’Appello rigettava il reclamo proposto da D.C.C. nei confronti dell’Istituto europeo di oncologia S.r.l., in ordine alla sentenza che respingeva l’opposizione all’ordinanza di reiezione delle domande reintegratorie e risarcitorie proposte dalla medesima avverso il licenziamento intimatole il 25/30 luglio 2013.

Occorre premettere che in data 1° luglio 2013 D.C.C., medico specializzata in medicina nucleare che dal 2010 al 1° luglio 2013 è stata Co-direttore della Divisione di medicina nucleare dell’Istituto europeo di oncologia S.r.l., dirigente di fascia A4, riceveva per conoscenza dal suddetto Istituto europeo di oncologia S.r.l. la comunicazione, diretta alla direzione territoriale del lavoro, in cui si esponeva che l’Istituto si trovava nella condizione di dover procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo della dott.ssa D.C.C., in ragione delle modifiche organizzative che si intendevano adottare con riguardo alla Divisione di cui la stessa era condirettore, al fine di far fronte alla riduzione di budget derivante dalla cd. spending review e non essendo possibile il repechage.

Tale comunicazione, esponeva l’IEO, revocava e sostituiva la precedente comunicazione di avvio della procedura di licenziamento del 5 giugno 2013, in virtù della quale era stato disposto l’ incontro per il giorno 24 giugno, al quale non aveva partecipato alcun rappresentante dell’Istituto per mero disguido.
La comunicazione si concludeva con l’affermazione che, nel restare in attesa della convocazione per l’incontro previsto dall’art.7, comma 3, della legge n.604 del 1966, si chiedeva di inviare ogni comunicazione all’indirizzo della sede operativa dell’Istituto, come indicato.

Con la lettera del 4 luglio 2013 la lavoratrice impugnava e contestava la suddetta comunicazione.
Con lettera del 5 luglio 2013 IEO comunicava che, in attesa della definizione della procedura di licenziamento intimato, la lavoratrice ferma restando la corresponsione della regolare retribuzione, era esonerata con effetto immediato dal prestare attività lavorative.

Con successiva lettera del 24 luglio 2013 le parti venivano convocate presso l’Ufficio di conciliazione della d.p.l. e la procedura si concludeva con esito negativo.

Con lettera del 25 luglio 2013 l’IEO, con riferimento al procedimento di licenziamento attivato con nota del 1° luglio 2013, preso atto dell’incontro del 24 luglio 2013 ove non era stato raggiunto alcun accordo, procedeva a comunicare alla D.C.C. il licenziamento per giustificato motivo oggettivo con decorrenza dal 10 luglio 2013.

Il 31 dicembre 2013, la D.C.C. depositava il ricorso ai sensi della legge Fornero dinanzi al Tribunale, con il quale deduceva il carattere discriminatorio e ritorsivo del licenziamento, benché irrogato per giustificato motivo oggettivo.

Il Tribunale, sia in fase di urgenza che in sede di opposizione, accoglieva l’eccezione di decadenza dall’impugnazione del licenziamento, in quanto non intervenuta nel termine perentorio di 60 giorni, ex art.6 della legge n.604 del 1966, come novellato, non spiegando effetti a tal fine la lettera della lavoratrice in data 4 luglio 2013.

La Corte d’Appello, nel confermare la decisione reclamata, ha affermato che la previsione che il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale (art.6, comma 1, legge n. 604 del 1966, come novellato dall’art.32, comma 1, della legge n.183 del 2010), si estende a tutti i casi di invalidità, e che l’impugnazione della comunicazione del 1° giugno 2013, con lettera del 4 giugno 2013, non valeva come impugnativa del licenziamento, poiché quest’ultimo interveniva successivamente il 25 luglio 2013, era ricevuto dalla lavoratrice il 30 luglio 2013, e non era stato impugnato nel suddetto termine decadenziale.

Nell’altro caso M.V.R., con ricorso proposto ai sensi della c.d. legge Fornero, aveva impugnato il licenziamento intimatole dalla Italfondiario s.p.a. in data 13/3/2013.

Il licenziamento, secondo la prospettazione della dipendente, era stato determinato dal suo rifiuto di sottoscrivere un verbale di transazione concernente il pregresso rapporto di lavoro, regolato attraverso contratti di consulenza più volte prorogati e durato dal 6/11/2006 fino alla data del licenziamento verbale, disposto all’atto del suo rientro al lavoro dopo un periodo di astensione obbligatoria per maternità.

La stessa aveva pertanto chiesto al Tribunale l’accertamento e la declaratoria della nullità, o annullabilità o illegittimità del licenziamento verbale, la reintegrazione nel posto di lavoro, la condanna della società al pagamento delle retribuzioni dal licenziamento alla reintegra.

Il Tribunale aveva accolto la domanda e condannato la società alla reintegrazione della dipendente nel posto di lavoro nonché al risarcimento del danno, pari alle retribuzioni globali di fatto dal giorno del licenziamento fino alla reintegrazione, oltre agli accessori di legge, nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

L’ordinanza veniva confermata con sentenza resa dallo stesso Tribunale a seguito dell’opposizione proposta dalla Italfondiario S.p.A. la quale aveva poi proposto reclamo dinanzi alla Corte d’appello; La Corte d’appello, però, aveva rigettato il reclamo e condannato la società al pagamento delle spese di lite. Contro la prima sentenza, proponeva ricorso per cassazione il medico, censurando l’applicabilità del termine di decadenza di 60 giorni per l’impugnativa del licenziamento del dirigente.

La stessa contestava la sentenza della Corte d’Appello secondo la quale “alcun pregio rivestono i richiami all’orientamento giurisprudenziale che esclude la necessità dell’impugnativa a pena di decadenza del licenziamento nel termine di sessanta giorni per alcune tipologie di recesso, dal momento che il testo dell’art.32, comma 2, della legge n.183 del 2010, la estende a tutti i casi di invalidità”.

Erroneamente, la Corte d’Appello avrebbe esteso al dirigente una decadenza che, incidendo sul diritto di proporre la domanda giudiziale è un istituto eccezionale, in quanto contrastante con il diritto costituzionalmente protetto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti (art.24 Cost.), nonché con quello del giusto processo (art.111 Cost.), volto a tutelare l’effettività dei mezzi di azione e difesa.
Contro l’altra sentenza, la Italfondiario S.p.A. proponeva ricorso per cassazione lamentando l’erroneità della sentenza nella parte in cui non ha rilevato la decadenza della dipendente dal diritto di impugnare il licenziamento, essendo decorsi i sessanta giorni previsti dalle norme citate, a far tempo dal novembre 2012, ovvero dalla scadenza del contratto di consulenza ed essendo stato il licenziamento impugnato solo in data 13/3/2013.

In entrambi i casi la Cassazione ha respinto i ricorsi, affermando principi già presenti nella giurisprudenza della Suprema Corte ma che, per la loro importanza, devono essere qui ribaditi.
In particolare, osservano gli Ermellini, nel caso dello IEO s.r.l., i termini di decadenza e di inefficacia dell’impugnazione del licenziamento di cui all’art.6 della l. n.604 del 1966, come modificato dall’art.32 della l. n.183 del 2010, devono trovare applicazione quando si deduce l’invalidità del recesso datoriale prospettandone la nullità, senza che assuma rilievo la categoria legale di appartenenza del lavoratore e, quindi, anche nei confronti del dirigente.

Quanto, invece, al caso dell’Italfondiario S.p.A., ha invece ribadito che al licenziamento intimato solo oralmente non è applicabile il termine di decadenza di cui all’art.6 della l. n.604 del 1966, come modificato dall’art.32 della l. n.183 del 2010, sicché il lavoratore può far valere in ogni tempo l’inefficacia del licenziamento, senza previa impugnativa stragiudiziale dello stesso.

Fonte: Ipsoa.it

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