Licenziamento disciplinare: recesso legittimo senza danno effettivo

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Licenziamento disciplinare legittimo anche senza un danno effettivo nei confronti del datore di lavoro. La Suprema Corte ha precisato che la giusta causa di licenziamento deve integrare una grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro, ed in particolare di quello fiduciario, anche a prescindere dalla sussistenza di un danno effettivo per il datore di lavoro, che può assumere rilievo nella complessiva valutazione delle circostanze, ma la cui mancanza non esclude di per sé la legittimità del licenziamento.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra l’ENEL ed un suo ex dipendente.
La Corte d’Appello, decidendo sull’impugnazione proposta nei confronti della società Enel distribuzione spa, avverso la sentenza emessa dal Tribunale, rigettava l’appello dell’ex dipendente.

Questi aveva adito il Tribunale per sentire dichiarare l’illegittimità del licenziamento comminatogli dalla società Enel distribuzione spa, sua datrice di lavoro, a seguito della contestazione disciplinare relativa all’acquisto a titolo oneroso dalla Zona Enel di un immobile industriale (cabina secondaria in esercizio) con corte annessa costituita da un terreno di mq.450 per un prezzo notevolmente inferiore a quello di mercato, in violazione del codice etico aziendale e in conflitto di interessi con l’Enel, indotta in errore sul valore venale del bene.

Il Tribunale rigettava la domanda.

Contro la sentenza, proponeva ricorso per cassazione l’ex dipendente, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, il vizio di motivazione in ordine al presunto danno subito dall’Enel distribuzione spa in forza della compravendita inter partes.

Questi, in particolare rilevava che, in un arco temporale di tre anni, era stato assegnato alla Unità Gestione e si era occupato, prevalentemente, della gestione del patrimonio immobiliare della società Enel distribuzione, curando, in particolare, le pratiche autorizzative per l’acquisto dei terreni e degli immobili per le cabine secondarie.
In merito ai fatti di causa, gli accertamenti interni venivano effettuati a seguito di alcune lettere inviate, anche a mezzo del proprio legale, da un terzo interessato all’acquisto della cabina che era stata invece acquistata dall’ex dipendente ENEL.

Nella prima, il terzo interessato evidenziava di aver inviato una richiesta di acquisto del terreno, oggetto di causa, nel 2006 e che gli era stato risposto che il bene era già stato ceduto ad altro richiedente; nella seconda, chiedeva ulteriori chiarimenti, in esito ai quali la società accertava che il terreno era stato acquistato dal proprio dipendente.

All’esito degli accertamenti, veniva promosso il procedimento disciplinare nei confronti del dipendente.
Questi era assegnato all’Unità di Gestione quando, nel 1999, un tale inoltrava all’Enel la richiesta di affitto o, in subordine, di acquisto del terreno oggetto di causa, che veniva protocollata solo nel 2000.

Agli atti vi era una perizia effettuata nel 2000, che l’ex dipendente aveva commissionato oralmente, in violazione delle procedure, e che stimava il valore del bene nella misura di lire 22.500.000, pari ad euro 11.620,28.

Tale perizia veniva presa a base della determinazione del prezzo di vendita dell’immobile da parte del responsabile di zona della società, all’uopo sollecitato dall’ex dipendente.

Il responsabile di zona, tenuto conto del tempo trascorso, quantificava il valore in euro 20.000,00, attuando una rivalutazione “ad occhio”.

Nessun grave danno, quindi, si sarebbe verificato per l’ENEL, dunque il licenziamento era da considerarsi come illegittimo.

La Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Ricordano gli Ermellini come nel vigente ordinamento processuale, caratterizzato dal principio del libero convincimento del giudice, non è a quest’ultimo vietato di porre a fondamento della decisione una perizia stragiudiziale, quale prova atipica, anche se contestata dalla controparte, purché fornisca adeguata motivazione di tale sua valutazione.

Nella specie, secondo la Cassazione, il giudice di secondo grado, nel vagliare il motivo di impugnazione con cui si censurava l’operato del giudice di primo grado per aver dato valenza alle due perizie redatte dal tecnico incaricato dall’Enel distribuzione spa in merito al valore del bene, individuato in euro 76.000,00, prezzo ritenuto dall’ex dipendente di gran lunga superiore a quello di mercato, aveva argomentato in modo congruo sul rilievo probatorio attribuito alle suddette perizie.

La Corte d’Appello, infatti, nell’affermare che detti atti di parte potevano ritenersi attendibili in considerazione del contesto nel corso del quale venivano redatti, ha posto in luce che si trattava di perizie giurate e che erano state svolte senza condizionamenti.

All’esito di tale ragionamento, ha confermato che la giusta causa di licenziamento deve integrare una grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro, ed in particolare di quello fiduciario, anche a prescindere dalla sussistenza di un danno effettivo per il datore di lavoro, che può assumere rilievo nella complessiva valutazione delle circostanze, ma la cui mancanza non esclude di per sé la legittimità del licenziamento.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, con riferimento al comportamento che, per la sua gravità, è suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro, può assumere rilevanza disciplinare anche una condotta che, seppure compiuta al di fuori della prestazione lavorativa, sia idonea, per le modalità concrete con cui essa si manifesta, ad arrecare un pregiudizio, non necessariamente di ordine economico, agli scopi aziendali.

Fonte: Ipsoa.it

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