Licenziamento disciplinare e reintegra: chiarimenti dei Consulenti del lavoro

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La reintegra dei lavoratori a seguito di licenziamento disciplinare viziato dall’«insussistenza del fatto contestato» si applica anche nell’ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, sia privo di illiceità e quindi irrilevante sul piano disciplinare. La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, con nota giurisprudenziale del 27 settembre 2016, spiega gli effetti per i datori di lavoro della sentenza della Corte di Cassazione n.18418 del 20 settembre 2016.

La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, con nota giurisprudenziale del 27 settembre 2016, si sofferma sulla sentenza della Corte di Cassazione n.18418 del 20 settembre 2016.

Secondo la Cassazione la reintegra dei lavoratori a seguito di licenziamento disciplinare viziato dall’«insussistenza del fatto contestato» (comma 4) si applica anche nell’ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, sia privo di illiceità e quindi irrilevante sul piano disciplinare.

La decisione, spiega la Fondazione, si è adeguata all’indirizzo già espresso in tempi recenti dalla stessa Corte, secondo il quale «non è plausibile che il Legislatore, parlando di “insussistenza del fatto contestato”, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione, restando estranea al caso presente la diversa questione della proporzione tra fatto sussistente e di illiceità modesta, rispetto alla sanzione espulsiva» (Cass. 13 ottobre 2015, n.20540).

Secondo l’orientamento della Cassazione, dunque, con l’espressione “fatto” la norma si riferisce non a qualunque accadimento naturalistico, bensì al solo “fatto inadempimento” e cioè a quelle vicende che siano effettivamente portatrici di un carattere antigiuridico, e dunque illecito. Pertanto, il fatto è insussistente non solo quando non si è mai materialmente realizzato, ma anche quando non sia stato il lavoratore licenziato a commetterlo, ovvero quando non sia qualificabile come inadempimento, o ancora quando non si tratti di un inadempimento imputabile (si pensi, ad esempio, ai casi di forza maggiore).

In altre parole, evidenzia la Fondazione Studi, l’irrilevanza giuridica del fatto (pur accertato) equivale alla sua insussistenza materiale, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria ai sensi dell’art.18, co.4, Stat. Lav.

La sentenza produce effetti anche con riferimento alle disposizioni contenute nel D. Lgs. n.23/2015 sul c.d. contratto di lavoro a tutele crescenti, secondo cui si ha la reintegrazione in servizio quando viene dimostrata «l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento» (art.3, comma 2).

In definitiva, conclude la Fondazione Studi, due le opzioni:

– se il fatto ha una rilevanza disciplinare ma è sproporzionato rispetto al licenziamento il datore di lavoro viene condannato a pagare l’indennità da 12 a 24 mensilità (o alle tutele crescenti, se trattasi di nuovo assunto).
– se invece il fatto non è materialmente accaduto oppure è accaduto ma non ha rilevanza disciplinare, perché è inconsistente o il lavoratore non ha colpa, la sanzione è la reintegrazione (anche in regime di tutele crescenti).

Fonte: Ipsoa.it

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