Licenziamento disciplinare: accuse di mobbing al presidente della commissione

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Il licenziamento non può essere ritenuto illegittimo solo per la presenza, tra i componenti della commissione di disciplina, di un membro (nella specie il presidente della commissione), astrattamente incompatibile per essere stato questi destinatario delle accuse del dipendente per mobbing, non determinando alcuna incompatibilità né obbligo di astensione tale circostanza ove si accerti che non vi erano ragioni di inimicizia determinate da motivi di interesse personale, ma le ragioni indicate dal dipendente erano attinenti esclusivamente al servizio.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente nei confronti dell’ente che lo aveva licenziato.
La Corte d’appello ha esposto che il ricorrente, dirigente dell’Università degli Studi, con un primo ricorso aveva lamentato la mancata attribuzione di un incarico dirigenziale di I fascia non inferiore a quello già ricoperto di direttore vicario ed aveva chiesto la reintegra nel precedente incarico oltre al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale in quanto vittima di mobbing e che, con un secondo ricorso aveva chiesto dichiararsi illegittimo il licenziamento intimato dall’Università con reintegra e risarcimento del danno.

Ciò premesso la Corte ha confermato la sentenza del Tribunale di rigetto di entrambe le domande.
Ha ritenuto infondate le doglianze di illegittimità della procedura disciplinare che aveva portato al licenziamento per essere il presidente della commissione lo stesso nei cui confronti il dirigente aveva rivolto le accuse di mobbing, per essere la commissione composta da funzionari e non da dirigenti nonché per essere detta commissione incompetente in quanto prevista per i dipendenti non dirigenti.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il soccombente, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, che il licenziamento sarebbe illegittimo attesa l’incompatibilità del presidente della commissione il quale avrebbe dovuto astenersi poiché nei suoi confronti erano essenzialmente rivolte le accuse di mobbing.
La Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente.

Sul punto, va qui ricordato che per “mobbing” si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.

Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono, peraltro, ricorrere:

a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;
b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente;
c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità;
d) l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.

Sotto tale profilo, dunque, costituisce mobbing la condotta del datore di lavoro, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al dipendente medesimo.

Nel caso di specie, osservano i Supremi Giudici, non sussisteva alcun obbligo di astensione del presidente della commissione di disciplina chiamato a giudicare il dipendente, considerato che non vi erano ragioni di inimicizia determinate da motivi di interesse personale, ma le ragioni indicate dal dipendente erano attinenti esclusivamente al servizio e dunque il presidente della commissione non aveva perso in alcun modo la legittimazione nella valutazione del comportamento del suo dipendente.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed invero, secondo l’esegesi offerta dalla Suprema Corte, il licenziamento non può essere ritenuto illegittimo solo per la presenza, tra i componenti della commissione di disciplina, di un membro (nella specie il presidente della commissione), astrattamente incompatibile per essere stato questi destinatario delle accuse del dipendente per mobbing, non determinando alcuna incompatibilità né obbligo di astensione tale circostanza ove si accerti che non vi erano ragioni di inimicizia determinate da motivi di interesse personale, ma le ragioni indicate dal dipendente erano attinenti esclusivamente al servizio.

Fonte: Ipsoa.it

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