Licenziamento: diritto di difesa e discolpe fornite per iscritto

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In tema di licenziamento disciplinare, le garanzie apprestate dallo Statuto dei lavoratori per consentire all’incolpato di esporre le proprie difese in relazione al comportamento addebitatogli non comportano per il datore di lavoro un dovere autonomo di convocazione del dipendente per l’audizione orale, ma solo un obbligo correlato alla richiesta del lavoratore di essere sentito di persona. Le discolpe fornite dal lavoratore per iscritto consumano il suo diritto di difesa se dalla dichiarazione scritta emerge la rinuncia ad essere sentito o quando la richiesta appaia, sulla base delle circostanze del caso, ambigua o priva di univocità.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra l’INAIL ed un ex dipendente licenziato.
La Corte d’appello rigettava l’appello del lavoratore avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto la domanda di accertamento di illegittimità del licenziamento intimatogli (in esito a procedimento penale che gli aveva comportato sospensione dal servizio e dallo stipendio) e del trasferimento disposto (alla ripresa del procedimento disciplinare dopo il giudicato penale) dall’Inail da una provincia ad un’altra e del diritto, in subordine, di trattenere le somme percepite a titolo di assegno alimentare arbitrariamente trattenutegli in sede di liquidazione del Tfr, compensando le spese del grado.

A motivo della sentenza, la Corte territoriale escludeva le prospettate ragioni di illegittimità del licenziamento, sia per l’assicurazione di una congrua difesa dell’incolpato alla luce dello scrutinato tenore della sua lettera 23 maggio 2004, di risposta alla convocazione ricevuta per la personale audizione il 24 maggio 2005 a Roma, sia per la dipendenza del termine dilatorio di quindici giorni per l’assunzione di provvedimento disciplinare più grave del rimprovero verbale, stabilito dalla legge, dall’inutile loro decorso dalla convocazione per la difesa del dipendente, nel caso di specie esercitata con la lettera recapitata; ritenendo quindi coerente la reiezione delle ulteriori domande dal rigetto dell’impugnazione del licenziamento.

Il lavoratore ricorreva in cassazione, sostenendo, in particolare, la mancata assicurazione di adeguato esercizio del diritto di difesa e, dall’altro, la non esatta comprensione della richiesta del lavoratore di personale audizione, sulla base di non corretta e lacunosa lettura della lettera 23 maggio 2005, risolvendosi entrambi in una doglianza di manchevole garanzia del diritto di difesa.

La Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Osservano gli Ermellini come manchi o è comunque assolutamente ambigua la volontà del lavoratore di recarsi a Roma per essere sentito personalmente, per le prospettate ragioni di sostanziale inutilità pratica, carenza di documentazione idonea e di mezzi finanziari, meglio impiegabili per le necessità della famiglia: come chiaramente si legge nell’ampio stralcio della lettera 23 maggio 2005 del ricorrente (“Sono stato convocato a Roma il giorno 24 maggio per il procedimento disciplinare che mi riguarda So cosa mi aspetta perché la legge dice che se uno si fa condannare è licenziato. Con la presente preannuncio che non verrò a Roma perché è lontano. … è inutile raccontare cose se la legge dice che se uno è condannato viene licenziato. Se il mio destino è già stato deciso che vengo a buttare soldi e toglierli alla mia famiglia che ne ha bisogno? … È inutile che vengo a Roma a non dire niente per giustificare cose senza provarle perché vi farei solo pietà … “).

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, in tema di procedimento disciplinare a carico del lavoratore, che le garanzie apprestate dallo Statuto dei lavoratori (art. 7, legge n.300/1970) per consentire all’incolpato di esporre le proprie difese in relazione al comportamento addebitatogli non comportino per il datore di lavoro un dovere autonomo di convocazione del dipendente per l’audizione orale, ma solo un obbligo correlato alla richiesta del lavoratore di essere sentito di persona: sicchè le discolpe fornite dall’incolpato per iscritto consumano il suo diritto di difesa solo quando dalla dichiarazione scritta emerga la rinuncia ad essere sentito o quando la richiesta appaia, sulla base delle circostanze del caso, ambigua o priva di univocità; al di fuori di tali ipotesi, non può ritenersi consentito un sindacato del datore di lavoro in ordine all’effettiva idoneità difensiva della richiesta di audizione orale, neppure alla stregua dell’obbligo delle parti di conformare la propria condotta a buona fede e lealtà contrattuale, il quale può assumere rilievo ai fini della valutazione in ordine all’ambiguità della richiesta, ma non consente di dare ingresso ad una valutazione di compatibilità della facoltà di audizione esercitata dal lavoratore incolpato alla luce delle difese già svolte e della sua idoneità ad utilmente integrare queste ultime.

Fonte: Ipsoa.it

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