L’esistenza del danno da demansionamento

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L’esistenza del danno da demansionamento può essere provata mediante presunzioni fondate su nozioni generali derivanti dall’esperienza. L’esistenza del danno da demansionamento può essere provata mediante presunzioni fondate su nozioni generali derivanti dall’esperienza – In base all’art.115 cod. proc. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n.1974 del 29 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis).

Maurizio S. dipendente della s.p.a. Rete Ferroviaria Italiana, con qualifica di segretario tecnico superiore e inquadramento in 8a categoria, ha svolto dal novembre 1995 al dicembre 2001, presso la Stazione di Genova, le mansioni di direttore dei lavori, occupandosi anche di collaudo tecnico amministrativo, esame delle pratiche, partecipazione a commissioni di gara come presidente. Nel dicembre 2001 egli è stato trasferito a Torino con mansioni di incaricato della gestione esecutiva dei lavori ed incarichi di collaborazione e assistenza. Egli ha chiesto al Tribunale di Torino di accertare il suo diritto, per le mansioni svolte sino al dicembre 2001, all’inquadramento nella qualifica superiore di Ispettore Capo aggiunto di 9a categoria, nonché al risarcimento del danno per il demansionamento subito dal dicembre 2001. Il Tribunale gli ha riconosciuto il diritto alla qualifica superiore e ha condannato l’azienda a pagamento delle differenze di retribuzione. In grado di appello egli ha ottenuto dalla Corte di Torino anche la condanna dell’azienda al risarcimento del danno per il demansionamento subito a far tempo dal dicembre 2001. La s.p.a. Rete Ferroviaria Italiana ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Torino, sia per aver confermato il diritto del lavoratore alla qualifica superiore, sia per avergli attribuito il risarcimento del danno come conseguenza automatica del demansionamento.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.1974 del 29 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis) ha rigettato il ricorso nella parte relativa al riconoscimento della qualifica superiore, mentre l’ha accolto nella parte concernente la condanna dell’azienda al risarcimento del danno da demansionamento. Il giudice dell’appello – ha affermato la Corte – non ha svolto alcuna indagine sulla sussistenza e l’entità del danno da demansionamento, in quanto si è limitato a rilevare che il lavoratore era stato assegnato a mansioni inferiori a quelle in precedenza svolte.

In questo modo – ha affermato la Cassazione – la Corte di Torino non ha rispettato i principi affermati dalle Sezioni Unite con la sentenza n.6572 del 2006, che, nel comporre il contrasto insorto in materia, ha chiarito che dall’inadempimento del datore di lavoro, che non può prescindere da una specifica allegazione nel ricorso introduttivo, non deriva automaticamente l’esistenza del danno, essendo necessario che si produca una lesione aggiuntiva ed autonoma, con riflessi sulle aspettative di progressione professionale, sulle abitudini di vita del lavoratore e sulle relazioni da lui intrattenute. Tali profili di danno peraltro possono essere dimostrati con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, ivi compresa la prova per presunzioni, la quale, con prudente apprezzamento del giudice dei precisi elementi dedotti, consente di risalire al fatto ignoto, con ricorso ex art.115 cod. proc. civ. a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove.

La Suprema Corte ha cassato sul punto la sentenza impugnata e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello di Genova incaricandola di valutare se nel corso del giudizio di merito siano state offerte prove anche presuntive del danno da demansionamento allegato dal lavoratore.

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